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Ragazzi di vita

Super User

profondo-nerodi Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - 2 novembre 2014
La mattina del 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia una donna trovò il cadavere di Pier Paolo Pasolini, massacrato di botte e schiacciato dalla sua stessa automobile. Dopo 39 anni non esiste ancora una verità sulla tragica notte che costò la vita all’intellettuale degli Scritti Corsari. Per quell’omicidio fu condannato Pino Pelosi, “ragazzo di vita” abbordato da Pasolini quella stessa sera, che raccontò di aver reagito con violenza alle richieste sessuali dello scrittore. Trent’anni dopo Pelosi è tornato sui suoi passi, raccontando che quella notte all’Idroscalo non era solo e che a uccidere Pasolini sono state altre persone di cui però non ha fatto il nome, citando soltanto i fratelli Borsellino, due ragazzi di borgata che frequentavano la sezione Msi del Tiburtino, oggi entrambi deceduti. Tra molte ambiguità, Pelosi ha anche evocato la tesi del complotto politico, sostenuta già nell’immediatezza del pestaggio, da molti intellettuali italiani vicini al regista. Qualche anno fa – dopo la pubblicazione del volume Profondo Nero – la procura di Roma ha riaperto l’indagine sul delitto Pasolini, ordinando il prelievo di alcuni campioni di Dna dai reperti della scena del delitto, per effettuare dei test genetici. Su questa indagine, coordinata dal pm Francesco Minisci, è calato il riserbo più totale. La morte di Pasolini e’ ancora avvolta nel mistero.

Roma, 2 novembre 1975. L’una e mezzo. È notte fonda. Sul lungomare Duilio di Ostia c’è un’auto dei carabinieri di pattuglia. All’improvviso, arriva un’Alfa 2000 Gt, una bella macchina sportiva grigio argento, che passa sfrecciando in senso vietato. Ma chi è questo pazzo? Un carabiniere la vede, si raddrizza di colpo, si mette al centro della strada, tira su la paletta dell’alt. Ma l’Alfa non si ferma. I militari saltano sulla gazzella e scatta l’inseguimento. Raggiungono l’Alfa, la affiancano contro il guardrail e la costringono a fermarsi. Ma di colpo l’Alfa riparte, sgommando. Il carabiniere in fretta e furia corre in macchina e ricomincia l’inseguimento. La caccia al misterioso automobilista si conclude in pochi minuti. I militari ci mettono un niente per raggiungere di nuovo il fuggitivo, e questa volta l’appuntato ha in mano il mitra. Ma chi c’è su quella macchina sportiva? Dall’auto di lusso salta fuori un ragazzetto, un «pischello», un adolescente secco e allampanato, con i riccetti e un piccolo taglio sulla fronte, che cerca ancora di scappare, a piedi, caracollando sui suoi stivaletti con il tacco, ma viene subito acciuffato. E ammanettato. Come ti chiami? Pelosi Giuseppe, di anni diciassette, detto Pino, qualche precedente per furto. Perché scappi? Non ho la patente. Non ha nemmeno diciott’anni. E poi, quell’auto, l’ha rubata. E che ci fai a Ostia, Pelosi? Il «pischello» risponde che c’è andato per accompagnare un amico, poi ha visto i carabinieri ed è scappato. Perché sei ferito, Pelosi? Il ragazzo dice cheha battuto la testa contro il volante mentre scappava con l’auto sportiva. Non è niente, spiega, non mi fa male. Di chi è quella bella macchina rubata? I carabinieri guardano la carta di circolazione: è l’auto di Pier Paolo Pasolini, il regista. Questo Pelosi ha rubato la macchina di un personaggio noto. Sono le cinque del mattino quando il «pischello» viene portato nel carcere minorile di Casal del Marmo. «Dateme l’anello – dice Pelosi – il mio anello, l’ho perso.» È un anello prezioso. Pelosi Giuseppe ora lo rivuole. Dice ai carabinieri di tornare alla macchina, di cercare questo anello d’oro, bello grosso, con una pietra rossa e la scritta «United States Army». I carabinieri cercano, ma non trovano niente. L’anello sull’Alfa non c’è. Pelosi viene portato in carcere e la macchina argentata viene parcheggiata in una rimessa. Prima di lasciarla lì, i carabinieri si accorgono che a bordo c’è un pullover verde, un vecchio maglione usato e sdrucito. Si trova sul sedile posteriore, assieme al giubbotto e al maglione di Pino Pelosi. E c’è anche un plantare, uno solo, per una scarpa destra, numero 41. Nient’altro. Il caso, all’alba di domenica, sembra chiuso. Ma in carcere, appena arrivato, Pelosi fa al compagno di cella una rivelazione: «Ho ammazzato Pasolini».

Alla foce del Tevere c’è una un’area degradata che si chiama Idroscalo. È una baraccopoli, un agglomerato di case abusive, con il tetto in lamiera, che stanno in piedi per scommessa. Alle 6.30 del mattino la signora Maria Teresa Lollobrigida, proprietaria con il marito di una di quella baracche, è appena arrivata. Si guarda intorno, non c’è nessuno, vede una grossa macchia tra le pozzanghere, pensa sia un sacco dell’immondizia, e si mette a imprecare. «Ma li mortacci…» Poi si avvicina per toglierlo di mezzo. Solo allora si accorge che si tratta di un cadavere. La signora resta impietrita: torna alla baracca, chiama il marito e insieme avvisano la polizia. Il cadavere sta al centro di un campetto da calcio. Intorno al corpo ci sono pezzi di legno pieni di sangue, ciocche di capelli e un anello, un anello con una pietra rossa e la scritta: «United States Army». Qualche metro più in là, tra le pozzanghere e il fango, c’è una camicia di lana, a righe, tutta sporca di sangue. E pure una tavoletta rossa di sangue. Per terra, tracce di pneumatici che corrono dalla porta del campetto fino al corpo senza vita. Anzi, a guardarle bene, quelle tracce salgono sul tronco del cadavere, lo attraversano da parte a parte. La macchina lo ha schiacciato. «Mamma mia, ma che gli hanno fatto a ’sto disgraziato?» Il corpo è una poltiglia di sangue e carne spappolata. È steso a pancia in giù, con una canottiera e un paio di calzoni con la cerniera aperta. Chiunque abbia occhi per guardarlo si rende conto che quell’uomo è stato picchiato in modo feroce: ci sono lesioni e contusioni sulla testa, sulle spalle, sul dorso e sull’addome, fratture alle falangi della mano sinistra e dieci costole spezzate. È stato massacrato di botte.

Alle 7.30 arriva il capo della Squadra mobile di Roma, Fernando Masone. Alle dieci del mattino l’attore Ninetto Davoli riconosce il cadavere: è quello del suo amico Pier Paolo Pasolini. La polizia ha trovato il corpo di Pasolini. I carabinieri la sua auto rubata. Sono il prologo e l’epilogo della stessa storia di sangue e di morte. Di lì a poco Pelosi, in carcere, confessa: «Mi trovavo con gli amici Salvatore, Claudio e Adolfo, a piazza dei Cinquecento.» Il racconto di Pelosi è lungo, articolato, preciso. Comincia alle 22.30 della sera precedente, sabato, davanti al bar, un chioschetto, della stazione Termini.

Attenzione a questo racconto pieno di lacune, di buchi, di elementi inspiegabili: perché questa è la ricostruzione che da trent’anni, anzi ormai da trentatré anni, costituisce l’unica verità giudiziaria sulla morte di Pier Paolo Pasolini.

Sabato 1° novembre 1975. Sono le 22.30. Pelosi è con gli amici, fuma, chiacchiera, passa il tempo. Si avvicina un’Alfa 2000 Gt grigio metallizzata. Scende un uomo e chiede a uno dei ragazzi, Adolfo: «Che ne dici? Facciamo un giro?». Adolfo dice di no. L’uomo allora si avvicina a Pelosi e ripete: «Ehi, tu, vuoi venire a fare un giro con me che ti faccio un regalo?». Pelosi è un «pischello», un ragazzetto, ma è un tipo sveglio, sa cosa vuole quell’uomo, sa che lo sta «rimorchiando». Però ci sta. «Ce vengo» dice. E sale in auto con lui. L’uomo chiede a Pelosi come si chiama. Il ragazzo risponde: «Pino». Poi dice che ha fame. L’ora di cena è passata da un pezzo, ma l’uomo conosce un posto, una trattoria che è ancora aperta. Forse faranno più tardi del previsto. Pino chiede all’uomo di tornare un momento al bar della stazione, deve farsi dare le chiavi di casa e della macchina, che ha lasciato a un amico. L’Alfa argentata ricompare davanti al chioschetto. Pelosi chiede all’amico Claudio le chiavi e gli dice che può prendere lui la macchina, con il doppione, basta che poi gliela lasci sotto casa. L’uomo e Pino ora vanno verso la trattoria Biondo Tevere, dove l’uomo sembra molto conosciuto. Tutti lo salutano, perché quell’uomo è Pier Paolo Pasolini, uno famoso, ma Pino dice che non lo sa, per lui è soltanto un signore gentile, che si chiama Paolo. Pino mangia di gusto, un piatto di spaghetti, e poi chiede un petto di pollo. Nel frattempo Paolo gli fa un sacco di domande. L’uomo e il ragazzino restano a chiacchierare seduti in trattoria fino alle 23.30, poi salutano e vanno via, fermandosi a fare benzina in un self service e infine avviandosi verso Ostia. Paolo spiega al riccetto che se lui è d’accordo andranno in un luogo isolato, per fare «qualcosa». Così dice, e poi lui gli darà ventimila lire. Pino sorride e acconsente. A mezzanotte l’Alfa 2000 Gt si ferma nel campetto di calcio dell’Idroscalo. Paolo si sfila gli occhiali, li posa nel portaoggetti dell’auto, poi si abbassa e comincia un rapporto orale con Pelosi, che però di colpo si ferma.

Il racconto di Pelosi da questo momento entra nel vivo: è la storia di una lite tra «froci». La storia di Pino che all’improvviso non ci sta più, esce dalla macchina, si allontana; e di Paolo che, insoddisfatto, arrabbiato, gli va dietro. Che cosa è successo? Cosa vuole quel signore gentile dal «pischello»? Dice Pelosi che l’uomo gli ha chiesto «qualcosa», una cosa che il ragazzo assolutamente rifiuta di fare, e il rifiuto lo ha fatto imbestialire. Ha preso un bastone e ora lo minaccia, con occhi cattivi. Pino si spaventa e scappa, l’uomo gli corre dietro. Corrono per circa cinquanta metri, ma Pino ha quegli stivaletti, e il terreno è pieno di buche e di pozzanghere. Il ragazzo scivola a terra. L’uomo lo raggiunge e lo colpisce alla testa con il bastone. Allora Pino vede per terra una tavoletta, la afferra e la spacca sulla testa di Paolo, poi gli dà due calci, lo picchia anche in faccia, con altri calci. Quello è pazzo di furore. Pino ora ha paura, non capisce più niente, tiene stretta la tavoletta e colpisce finché Paolo non cade a terra. Poi sale in macchina e cerca la via di fuga. Mentre schiaccia il piede sull’acceleratore di quell’auto di lusso che non sa guidare, sente un sobbalzo: pensa di aver preso in pieno una cunetta o una buca. Pochi metri più avanti, si ferma. C’è una fontanella. Pino scende dall’Alfa, si sciacqua le mani e la faccia, e infine riparte. Poco dopo, sul lungomare, i carabinieri lo vedono correre contromano e azionano la sirena.

La lite tra «froci» che ha ucciso Pier Paolo Pasolini è tutta qui. È il racconto di Pelosi agli inquirenti che il giorno dopo il delitto hanno già in mano un lungo, articolato e dettagliato verbale. Quella domenica la notizia della morte di Pasolini, battuta dalle agenzie di stampa, colpisce l’Italia come un pugno. Chi è morto? L’autore di Teorema, Ragazzi di vita, Mamma Roma; lo scrittore, il regista, il poeta. Il «frocio». E com’è morto? È morto da «frocio», ucciso a botte da un ragazzo di vita che aveva adescato per fare sesso, in auto, in cambio di poche lire. Che schifo. L’Italia dei benpensanti si scandalizza. Ma la polizia rassicura tutti. L’assassino ha confessato. L’assassino è al sicuro in una cella. Il caso è chiuso.

In questa storia non c’è nulla che quadri. A cominciare dai primi rilievi. All’Idroscalo, la polizia trova accanto al corpo di Pasolini decine di curiosi, ragazzetti, baraccati; stanno lì a calpestare le tracce del pestaggio, e nessuno pensa di cacciarli via. Poco più tardi, alle nove, una squadretta di ragazzini in maglietta gioca a calcio sul campetto vicino al cadavere. Ci sono giornalisti, fotografi, «pischelli», tutta gente che cammina sul luogo del delitto e rende impossibile, più tardi, l’esame di eventuali tracce di passi o di pneumatici. Più che un’indagine è un caos. Per non parlare dell’Alfa 2000 Gt di Pasolini, che resta nel garage dei carabinieri fino al giovedì successivo, quando finalmente viene consegnata alla Scientifica. Per quattro giorni l’auto resta aperta e sotto la pioggia, finché non viene parcheggiata al riparo di una tettoia e, nella manovra, l’autista va a schiantarsi su un palo. Su quell’auto ci sono ancora un maglione verde e un plantare numero 41 che non appartengono a Pasolini. Il maglione è vecchio e logoro, la famiglia non lo riconosce, e di plantari Pasolini non ne ha mai portati. Non appartengono neanche a Pelosi; nella macchina ci sono finiti sicuramente il giorno dell’omicidio, perché il giorno prima l’auto è stata lavata. C’è anche una macchia di sangue sul tetto dell’Alfa 2000: è segno che qualcuno si è appoggiato con la mano sporca per aprire la portiera di destra, quella del passeggero. La famiglia del regista affida la perizia necroscopica al professor Faustino Durante, medico chirurgo, docente dell’Istituto di Medicina legale dell’Università di Roma. Il perito scopre che Pasolini è morto perché la sua auto gli è passata sopra, fratturandogli dieci costole e lo sterno, lacerandogli il fegato e facendogli scoppiare il cuore. Prima, però, è stato massacrato di botte. Come? Nel campetto dell’Idroscalo ci sono due paletti e due tavolette insanguinati. Ma per il professor Durante, Pasolini è stato colpito con qualcosa di molto più pesante. La cosa più strana è che il presunto assassino, il «pischello» Pelosi, è pulito. Ha soltanto una macchia di sangue su un polsino, un’altra sui calzoni. Non può essere che Pasolini non abbia reagito all’aggressione, eppure Pelosi, a parte una piccola ferita sulla fronte, non ha lesioni, né escoriazioni. E allora? Quanti erano? Chi ha aiutato Pino a massacrare il poeta? Pelosi dice di aver fatto tutto da solo. Ma come? È un ragazzetto di diciassette anni, è alto un metro e settantuno, pesa solo sessanta chili.

La stampa si concentra sul «giallo Pasolini». Dopo uno degli interrogatori, i poliziotti trascinano Pelosi nel carcere di Regina Coeli. Il ragazzetto ha gli occhi gonfi, forse ha pianto, forse lo hanno pestato, i giornalisti lo chiamano, lo bombardano di foto, uno gli urla: «Pino, ma che hai fatto all’occhi? Me pari ’na rana». Si guadagna, da allora, il soprannome di Pino la Rana. È magro, è confuso, è proprio un pischello. È stato lui a ridurre Pasolini in quel modo con un pezzetto di legno fradicio? E quello non si è nemmeno difeso? Il processo a Pino Pelosi, imputato di «omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo» si apre il 2 febbraio 1976 davanti al Tribunale per i minorenni di Roma. La famiglia di Pasolini, con gli avvocati Guido Calvi e Nino Marazzita, si costituisce parte civile. A presiedere il tribunale è Alfredo Carlo Moro, che è il fratello del presidente della Dc Aldo Moro. Il giudice respinge la richiesta di considerare Pino Pelosi incapace di intendere e di volere avanzata dalla difesa sulla base della perizia del professor Aldo Semerari, un criminologo legato agli ambienti eversivi durante la strategia della tensione che poi verrà ucciso dalla camorra. Il 26 aprile 1976 il tribunale condanna Pelosi a nove anni, sette mesi e dieci giorni e a trentamila lire di multa per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario nella persona di Pasolini Pier Paolo. Ma i giudici non credono alla sua versione. «Ritiene il collegio – scrive Alfredo Carlo Moro – che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo.» L’imputato e il procuratore generale si appellano alla sentenza. Il 4 dicembre 1976 la sezione per i minorenni della Corte d’appello di Roma assolve Pino Pelosi dall’imputazione di atti osceni e furto, ma conferma la condanna per omicidio. Questa volta però, riesaminati tutti gli elementi, la nuova Corte ritiene «estremamente improbabile, per tutte le cose dette, che Pelosi possa avere avuto uno o più complici». A massacrare e uccidere Pier Paolo Pasolini, quella notte all’Idroscalo, c’è soltanto lui, Pino il riccetto. La morte del poeta è l’esito sconclusionato della solita lite tra «froci» e marchettari. Il 26 aprile 1979 la Corte di cassazione conferma la sentenza. Pasolini è stato ammazzato da Pino Pelosi. Punto e basta.

(tratto da: ”Profondo Nero”, di G. Lo Bianco e S. Rizza, Chiarelettere, 2009)

Tratto da: loraquotidiano.it