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Negli ultimi anni numerosi collaboratori di giustizia sono stati chiamati a testimoniare sui retroscena delle stragi mafiose e sulle relazioni intraprese dalla mafia con importanti settori della politica, dei servizi e dell'imprenditoria italiana. Al centro delle dichiarazioni di molti di loro, tra tanti elementi, spicca un denominatore comune: quello dei rapporti tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra.

A questo proposito, sono scottanti le rivelazioni fatte da Giuseppe Graviano, reggente del mandamento di Brancaccio insieme a suo fratello Filippo dal 1990 al 1994 (quando fu arrestato) e organizzatore della strage di Via D'Amelio, dell'omicidio di don Pino Puglisi e delle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma, quando è stato chiamato a deporre nel Febbraio 2020 al processo di Reggio Calabria contro la 'Ndrangheta stragista. Il boss ha riferito davanti alla corte che suo nonno, Filippo Quartararo, avrebbe investito denaro in modo occulto nelle società di Silvio Berlusconi negli anni '70: «Gli dicono che gli avrebbero concesso il 20%. […] Mio nonno voleva partecipare a quella società e curarsi delle sue cose. Andò da mio padre che però gli disse che non voleva saperne e che non voleva che coinvolgesse noi nipoti. […] Morto mio padre, mio nonno dice a me e a mio cugino Salvatore Graviano, che camminava sempre con lui, la verità: ci dice della società con gli imprenditori del Nord, perché non aveva nessun altro a cui rivolgersi. Disse: 'C'è questa situazione, io sto andando avanti. Tuo papà non vuole che mi rivolga a voi. Io sono vecchio e ora te ne devi occupare tu'. Io e mio cugino Salvo abbiamo detto: 'ci pensiamo'. Ci siamo consigliati col signor Giuseppe Greco, padre di Michele Greco. Abbiamo deciso di sì e siamo partiti per Milano. E mio nonno ci ha presentati al signor Berlusconi, abbiamo capito cos'era questa società. Poco dopo mio nonno, che aveva più di 80 anni, morì». L'incontro in cui Berlusconi avrebbe presentato la società a Graviano avrebbe avuto luogo all'Hotel Quark. Altri incontri tra l'allora imprenditore Berlusconi e Graviano sarebbero avvenuti, a detta di quest'ultimo, nel 1993: «C'è una riunione preliminare con me, mio cugino e Berlusconi a Milano 3, - continua il boss -, la situazione andava regolarizzata. Siccome Berlusconi aveva detto di sì, dovevamo fissare un appuntamento. C'erano anche altre persone che però non mi sono state presentate in quell'occasione. Penso sapesse che ero latitante. Lo ero dal 1984 e io mi sono presentato col mio nome, sapeva che ero nipote di mio nonno». Riguardo alla discesa in campo di Silvio Berlusconi e della sua creatura politica Forza Italia alle elezioni del 1994, Graviano ha sostenuto che il progetto di Forza Italia sarebbe stato già pronto nel 1992: «Berlusconi ne parla con mio cugino Salvo, gli chiede se giù in Sicilia gli potevano dare appoggio. Mio cugino gli dice 'non c'è bisogno che ti faccio campagna elettorale, c'è questa situazione a Brancaccio, rendilo un bel quartiere - come voleva fare mio padre, che faceva lavorare tutti - e vedi che la gente ti dà i voti'. Siamo prima della strage di Capaci. Era successo da poco l'omicidio Lima, mi pare».

Anche Gaspare Spatuzza, l'autore del furto della Fiat 126 che il 19 Luglio 1992 venne impiegata come autobomba nella strage in cui perse la vita Paolo Borsellino, nonché uno degli esecutori materiali dell'omicidio di don Pino Puglisi nel settembre 1993, ha parlato delle relazioni tra l'ex Cavaliere e la mafia palermitana. Il teste è stato ascoltato nel Febbraio 2019 nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D'Amelio. Nella sua deposizione si è soffermato sulla fase organizzativa del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma, previsto dagli uomini di Cosa Nostra per il 23 Gennaio 1994: «Venne pianificato l'attentato contro i carabinieri. Io dissi in quell'occasione che ci stavamo portando dietro dei morti che non ci appartenevano, come Firenze, dove erano morti bambini e persone civili, così come Milano (qui Spatuzza sta citando le stragi di mafia del 1993, ndr). Era qualcosa di esterno a noi. Ed è in quell'occasione che ci disse se capivamo di politica. Lui ci spiegò che 'era in piedi una cosa che se andava a buon fine avremmo avuto tutti benefici, a partire dai carcerati'». Pochi giorni prima rispetto alla data stabilita per l'esecuzione della strage allo Stadio Olimpico, poi fallita, Giuseppe Graviano, dal quale la squadra dei killer aspettava l'ordine definitivo, raggiunse Spatuzza e i suoi uomini nella Capitale. Il pentito ha raccontato ciò che il boss di Brancaccio gli avrebbe detto in quell'occasione e le sue sono, ancora una volta, dichiarazioni che scottano e pesano moltissimo: «Mi dice che 'avevamo chiuso tutto ed avevamo ottenuto quello che cercavamo'. Disse che avevamo chiuso grazie a persone serie che avevano portato avanti questa cosa ed ebbe a dire che la personalità, quello che aveva gestito un po' tutto, era Berlusconi. Chiesi se era quello di Canale 5 e lui rispose affermativamente e che 'in mezzo c'era il nostro compaesano Dell'Utri'. Mi disse che si doveva andare avanti con l'attentato ai carabinieri perché con questo dovevamo dare il colpo di grazia». Un tema, quello sollevato da Spatuzza in merito alla vicinanza tra pezzi dell'imprenditoria e della politica e i boss della criminalità organizzata palermitana, che va ad intersecarsi in maniera inscindibile con il tema della trattativa Stato-mafia e con i fatti che quella sentenza, così come parzialmente aveva fatto la sentenza Dell'Utri in precedenza, ha accertato.

Anche il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, altro ex membro di spicco di Cosa Nostra (condannato per oltre cento omicidi, tra cui quello di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta), è stato sentito nella cornice del medesimo processo e ha fornito altri dettagli sul tema. Egli ha raccontato di alcune presunte confidenze fattegli da suo cugino Ignazio Pullarà, uomo d'onore della famiglia Santa Maria di Gesù, tra il 1987 e il 1988: «Mi raccontò che Giovannello Greco, della famiglia di Ciaculli, aveva fatto irruzione a casa di Antonino Cinà, che finirà imputato con Dell’Utri, minacciando che avrebbe ucciso lui e tutta la sua famiglia se non gli avesse fatto recuperare i soldi investiti con la Fininvest di Dell'Utri e di Berlusconi. Allora si parlava di circa 800 milioni di lire, che gli ha fatto avere. Mi disse - ha continuato Brusca, sempre facendo riferimento a Pullarà - che era stato lui a fargli mettere a Berlusconi la bomba dietro il cancello (attacco dinamitardo davanti alla villa di Silvio Berlusconi in Via Rovani a Milano nel Novembre 1986, ndr) per farlo tornare a pagare il pizzo, perché c'è stato un momento che non lo pagava più. Stefano Bontate era il referente di Berlusconi: dopo il suo omicidio questo patto, la 'messa a posto' come si dice in gergo, si era interrotto. Per fare tornare Berlusconi a pagare il pizzo nello stile tipicamente mafioso è stato fatto un segnale, una bomba, un attentato dinamitardo dietro il cancello. So che il tentativo andò a buon fine, questi soldi Riina li divideva a tutti i mandamenti». Nella sua deposizione, poi, come già fatto precedentemente da Gaspare Spatuzza, Brusca ha associato alla figura di Silvio Berlusconi un altro pezzo da novanta della mafia siciliana: Giuseppe Graviano. Il collaboratore di giustizia ha infatti sostenuto davanti ai magistrati di essere venuto a sapere direttamente da Matteo Messina Denaro, ovvero da colui che oggi è il ricercato numero uno in Italia tra i latitanti mafiosi, durante un meeting con altri uomini d'onore (Nicola Di Trapani e Vincenzo Sinacori) che lo stesso Graviano avrebbe visto al polso di Silvio Berlusconi durante un «incontro a quattr'occhi» un orologio da 500 milioni di lire.

Lo ribadiamo: i racconti dei pentiti, per essere rilevanti a livello processuale, devono ovviamente trovare tutti i riscontri probatori del caso e, in questa sede, ci limitiamo a raccontare quello che sta avvenendo nelle aule di giustizia in cui si stanno tenendo processi di grande rilievo.
In questo momento, Silvio Berlusconi risulta indagato come possibile mandante delle stragi di mafia del 1993 assieme al suo ex braccio destro Marcello Dell'Utri. Su quest'ultimo, già condannato a 7 anni di carcere in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, pende una condanna in primo grado a 12 anni di reclusione nel processo sulla Trattativa Stato-mafia.

Rubrica Mafia in pillole

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