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La cattura del capo dei capi Totò Riina aprì ufficialmente la lotta alla successione al vertice della Commissione di Cosa Nostra. A contendersi il posto di comando dell’organizzazione criminale furono due corleonesi: Bernardo Provenzano, compagno di delitti di Riina fin dagli albori, e Leoluca Bagarella, fratello di Ninetta, la moglie del capo dei capi. A spuntarla fu proprio Bernardo Provenzano, il quale, diventato capo di Cosa Nostra, promise che prima di consultarsi con gli altri boss della Cupola si sarebbe interfacciato in via preliminare con Leoluca Bagarella. Come abbiamo raccontato, il primo era a capo di quella schiera di mafiosi che preferivano trattare con lo Stato italiano piuttosto che perseguire sulla via della strategia stragista; il secondo, invece, militava nell’ala più violenta della Cupola, che aveva sempre fatto riferimento a Totò Riina, propensa all'attacco frontale a uno Stato che, come provato dall'attivazione dei Carabinieri del Ros all'indomani della morte di Giovanni Falcone (atto che sancì l'inizio della “trattativa”), aveva già dato agli uomini d'onore l'impressione di essersi piegato di fronte al loro peso specifico.

Le due fazioni arrivarono ad un compromesso: la mafia avrebbe continuato a far esplodere le bombe, ma solo fuori dalla Sicilia. Infatti:

- Il 14 Marzo del 1993 i mafiosi fecero esplodere un’autobomba a Roma, in via Fauro, con l’obiettivo di uccidere Maurizio Costanzo, il quale stava uscendo dagli studi del Maurizio Costanzo Show. Il conduttore rimase illeso, poiché il mafioso Salvatore Benigno, aspettando Costanzo su un’automobile diversa da quella su cui viaggiava, azionò il telecomando con qualche istante di ritardo. Furono ferite ventiquattro persone.

- Il 26 Maggio del 1993 la mafia decise di colpire in via dei Georgofili, a Firenze, nei pressi della Galleria degli Uffizi. A cadere, questa volta, furono cinque persone: i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (36 anni), le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni) e Caterina Nencioni (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni). Circa quaranta persone rimasero ferite per l’esplosione dell’autobomba.

- La sera del 27 Luglio del 1993 un’autobomba esplose in via Palestro (in foto), a Milano, presso la Galleria d'arte moderna e il Padiglione di arte contemporanea, uccidendo cinque persone: i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'Agente di Polizia Municipale Alessandro Ferrari e Moussafir Driss (immigrato del Marocco che stava dormendo su una panchina). Dodici i feriti.

- Poco dopo, nella notte tra il 27 e il 28 Luglio, vennero fatte esplodere due autobombe a Roma, precisamente davanti alle chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano. Ventidue persone rimasero ferite.

Il 4 Giugno del 1993, all’indomani delle bombe in Via Fauro e agli Uffizi, il Consiglio dei Ministri presieduto da Carlo Azeglio Ciampi e di cui, come Ministro della Giustizia, faceva parte Giovanni Conso, destituì Nicolò Amato (sostenitore della linea dura sul 41 bis) dalla carica di capo dell’Amministrazione penitenziaria. Al suo posto venne nominato il più “morbido” Adalberto Capriotti. Quale fu l’antefatto di questa delibera? Una lettera pervenuta nel Febbraio 1993 al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro da parte di Cosa Nostra, firmata da “un gruppo di familiari di detenuti”, che così recitava: “Siamo un gruppo di familiari di detenuti che, sdegnati e amareggiati da tante disavventure, ci rivolgiamo a Lei […] perché riteniamo che sia responsabile in prima persona, quale rappresentante e garante delle più elementari forme di civiltà. […] Non chiediamo indulgenze particolari o grazie ma soltanto il rispetto di dignità di persone che, nella disgrazia, stanno pagando, senza battere ciglio, i loro debiti giusti o ingiusti che siano. Per noi significa dare la possibilità ai detenuti tutti di sopportare la restrizione in maniera dignitosa, cioè avere la possibilità di incontrarsi con i familiari senza spendere un patrimonio, la possibilità di poter portare, almeno settimanalmente, la biancheria oltre al vitto ai detenuti; togliere gli squadristi al servizio del DITTATORE AMATO, dando dignità di detenuti ai detenuti. […] Al momento non crediamo che la volontà dello Stato che Lei rappresenta sia così civile nel dare una risposta adeguata. La sfidiamo a smentirci”. Insomma Cosa Nostra, per mezzo di questa missiva, si rivolse esplicitamente alla massima carica dello Stato per esigere la testa del capo dell’Amministrazione penitenziaria, i cui metodi erano per essa sconvenienti.

Nel 2003 don Fabio Fabbri, segretario particolare di Oscar Luigi Scalfaro, rivelerà ai magistrati che l’allora Presidente della Repubblica chiamò al Quirinale don Cesare Curioni, Cappellano delle carceri, dicendogli le seguenti parole: «Caro Monsignore, ho parlato ieri per telefono con il ministro Conso. La prego di dargli tutto il suo aiuto per individuare il nuovo direttore generale (dell’Amministrazione penitenziaria, ndr)». Insomma, occorreva destituire nel più breve tempo possibile Nicolò Amato. Il quale, nel suo libro “Gli amici senza volto di Corleone”, dice (senza peli sulla lingua) la sua in merito a questa vicenda: «Il 4 Giugno del 1993, il Consiglio dei Ministri, con la presenza (!), almeno formale, di Giovanni Conso, accontentò Scalfaro e mi mandò via. Era pure, ovviamente, indispensabile mettere al posto di un “dittatore” come me, persone accomodanti e sensibili all’accorato grido d’aiuto che la mafia aveva rivolto al Presidente Scalfaro, giustamente confidando nella sua carità cristiana. E la sostituzione fu perfetta. Non si sarebbero potuti accontentare di più e meglio i poveri, affranti familiari dei detenuti che avevano scritto la lettera del 17 Febbraio 1993. Così è un fatto che, in mia sostituzione, furono nominati Adalberto Capriotti, un anziano magistrato, quale formale direttore del DAP e già gratificato per questo, e Francesco Di Maggio, quale vice direttore, ma non scelto dal direttore generale, bensì a lui imposto d’autorità, nonostante, essendo solo magistrato di tribunale, non ne avesse il titolo - sicché fu necessario nominarlo, con una bizzarra prepotenza istituzionale, dirigente generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri -, e messo lì perché amico del Capo della Polizia e assai vicino agli onnipresenti e onnipotenti Servizi segreti, con l’incarico di dirigere di fatto il DAP».

Nel 1993, inoltre, verranno sostituiti i ministri firmatari del cosiddetto “Decreto Falcone”, ovvero Claudio Martelli (Ministro della Giustizia) e Vincenzo Scotti (Ministro degli Interni), rimpiazzati rispettivamente da Giovanni Conso e Nicola Mancino. Lo stesso anno, proprio Giovanni Conso scelse di non rinnovare il 41-bis a 334 mafiosi sottoposti al carcere duro, restituendoli al carcere ordinario. Interrogato sulle motivazioni di questa scelta, Conso sosterrà davanti alla Commissione antimafia di averlo fatto per «frenare la minaccia di altre stragi».

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