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di Stefano Baudino
Il 1993, che andò a chiudere quel tragico '92 bagnato del sangue dei simboli dell'antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si rivelerà la vera fase cardine delle numerose trattative tra i pezzi infedeli dello Stato ed i vertici di Cosa Nostra siciliana.
Il 15 Gennaio, lo stesso giorno in cui Gian Carlo Caselli si insediava come Procuratore della Repubblica a Palermo, tutti i telegiornali nazionali aprirono con una notizia sorprendente: l’arresto di Totò Riina, boss indiscusso di Cosa Nostra, ad opera dei Carabinieri del Ros. Sebbene ancora oggi sia “venduta” all’unisono dall’universo mediatico tradizionale come una delle giornate simbolo della lotta alla criminalità organizzata, essa rappresenta al contrario uno dei momenti più torbidi della storia repubblicana.

All'ottica dei piani violenti ed estremi del sanguinario boss corleonese Totò Riina, risoluto nel voler portare avanti la strategia stragista per provocare la completa genuflessione dello Stato italiano di fronte a Cosa Nostra, si contrapponeva da tempo la frangia “moderata-trattativista” della compagine criminale palermitana, guidata da Bernardo Provenzano (il principale referente di Vito Ciancimino, mafioso democristiano “allacciato” dai carabinieri all'indomani della morte di Giovanni Falcone). Esattamente come Paolo Borsellino, seppure ovviamente operante all'estremo opposto e con obiettivi antitetici rispetto a quelli del giudice, Totò Riina rappresentava infatti un ostacolo da rimuovere in nome della buona riuscita della trattativa per mezzo della “strategia della sommersione” provenzaniana, sposata da una parte consistente, seppure ancora minoritaria, della Cupola.
Secondo il racconto di Massimo Ciancimino, che riferì di quegli incontri tra il padre e gli ufficiali dell’Arma, Bernardo Provenzano si sarebbe adoperato per “vendere” il suo boss ai suoi interlocutori istituzionali, arrivando addirittura a fornire ai carabinieri le mappe del suo nascondiglio palermitano, al fine di subentrargli e dunque di poter dialogare dalla posizione di capo dei capi con gli uomini dello Stato.
Al di là di questa ipotesi l’arresto di Riina è pienamente inseribile nel contesto della trattativa Stato-mafia proprio per la specificità con cui esso venne effettuato: i carabinieri arrestarono Totò Riina in Via Regione Siciliana, dunque fuori dal suo covo, situato invece in Via Bernini. La Procura richiese loro di perquisire immediatamente il covo, ma Sergio De Caprio, capitano della squadra del Ros che aveva arrestato il padrino corleonese, con l’appoggio dell’allora colonnello Mario Mori (uno dei carabinieri che incontrò Vito Ciancimino e che, nel 2018, verrà condannato in primo grado per “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato” assieme agli altri vertici del Ros a 12 anni di reclusione), si oppose, affermando che non fosse conveniente fare irruzione nella villa dal momento che, non avendo gli altri mafiosi contezza del fatto che essa fosse stata individuata, avrebbero potuto avere luogo nuovi importanti sviluppi investigativi. I giudici acconsentirono a non procedere all’irruzione, ma ad una sola e precisa condizione: che la villa fosse tenuta stabilmente sotto un’attenta sorveglianza. Il triste epilogo di questa vicenda? Il 30 Gennaio i giudici vennero a conoscenza del fatto che lo stesso giorno dell’arresto di Totò Riina i carabinieri avevano interrotto la sorveglianza del covo senza informare la Procura, la quale non poté che disporre in data 2 Febbraio la perquisizione. Ovviamente, in quei 18 giorni il covo era stato interamente ripulito dagli uomini di Cosa Nostra: non vennero ritrovati nessun documento, nessuna impronta digitale, nessuna cassaforte (stiamo parlando del covo della villa di Totò Riina, il padrino di Cosa Nostra, che pochi mesi prima aveva fornito ai carabinieri e dunque allo Stato il famoso “papello”, e che, con alcuni pezzi grossi delle istituzioni, si stava direttamente o indirettamente interfacciando). Nessuno potrà mai sapere che cosa, effettivamente, era contenuto in quel covo.

Il sostituto procuratore Vittorio Teresi, nella requisitoria del processo sulla trattativa Stato-mafia, ha sostenuto che «l’arresto di Riina fu frutto di un compromesso vergognoso che certamente era noto ad alcuni ufficiali del Ros come Mori e De Donno, fu frutto di un progetto tenuto nascosto a quegli esponenti delle istituzioni e quei magistrati che credevano invece nella fermezza dell’azione dello Stato contro Cosa Nostra. […] Riina voleva tutto e subito. Lui aveva un’impellente necessità di riconquistare in Cosa Nostra il proprio prestigio di capo assoluto che era stato messo in discussione dai detenuti al 41-bis. Ed è in questo periodo che Provenzano comincia a tessere la sua tela di sottile concisione e contrasto, di adesione al progetto stragista ma con tanti distinguo».
Ma cosa pensa l’ex Procuratore Gian Carlo Caselli della mancata perquisizione del covo di Totò Riina da parte dei Carabinieri? L’ex magistrato, senza indugi, ha ricostruito la vicenda dalla sua prospettiva in un’intervista rilasciata al Corriere.it nel Novembre del 2015: «La mancata perquisizione ma, prima ancora, la mancata sorveglianza del covo: si cattura Riina - spiega Caselli -, noi della Procura vorremmo subito procedere alla perquisizione. I carabinieri del Ros, in particolare l'“eroe nazionale” che era e, per certi profili, per molti è ancora, il capitano De Caprio (noto come capitano Ultimo) ci dice 'no, perché si comprometterebbe un'operazione più ampia'. Come non credere a chi aveva messo le manette a Riina? Soltanto che - conclude l’ex magistrato - il presupposto era 'si sorveglia il covo', invece questo non avviene e nessuno dice nulla alla Procura sostanzialmente. E, quando si entra (e il covo viene trovato completamente ripulito, ndr), fu una mazzata per noi».

Foto © Shobha

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