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di Stefano Baudino
Nel 1987 Antonino Caponnetto, il quale aveva ricoperto l’importante ruolo di capo dell’Ufficio istruzione con grande dedizione ed entusiasmo, si dimise per tornare nella natia Firenze. Sembrava scontato che a succedergli dovesse essere proprio Giovanni Falcone, in quel momento il magistrato più esperto delle “cose di Cosa Nostra”. Eppure, incredibilmente, il 19 Gennaio del 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura preferì a Giovanni Falcone il giudice Antonino Meli, magistrato sessantottenne, ex presidente della Corte d’Appello di Caltanissetta, il quale era evidentemente molto meno esperto di Falcone in merito alle indagini sulla mafia e che era assolutamente contrario alla centralizzazione delle inchieste su Cosa Nostra e dunque al principio guida dell’attività del pool antimafia ideato da Chinnici e portato avanti da Antonino Caponnetto. Meli venne eletto con 14 voti, quattro in più di quelli ottenuti da Falcone. Gli astenuti furono 5. Gian Carlo Caselli, cioè colui che dopo qualche anno avrebbe preso il timone della Procura della Repubblica di Palermo in una stagione di intensa e coraggiosa attività d’indagine su Cosa Nostra ed i suoi referenti politici, votò a favore di Giovanni Falcone. In un’intervista rilasciata a Gianni Minà nel 1996, Antonino Caponnetto parlerà in questi termini dell’uomo che, a Palermo, fu eletto come suo successore: «Meli ha contribuito ad anticipare la fine dell'Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Giovanni Falcone, emarginandolo, non accogliendo alcune delle sue istanze, [...] e ricominciando l'antico sistema di smembrare i processi di mafia, assegnandoli a tutti. [...] Così praticamente smembrò il pool. Vanificò tutto il lavoro che si era cominciato a fare sulle dichiarazioni interminabili - 700 pagine - di Antonino Calderone, capo della mafia catanese». A sostenere il collega e amico Giovanni Falcone fu anche Paolo Borsellino, il quale, come abbiamo detto, era nel frattempo diventato procuratore a Marsala. In una importante intervista rilasciata ai giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, Borsellino manifestò senza peli sulla lingua tutta la sua frustrazione per la situazione che si era venuta a creare a Palermo: «Vogliono smantellare il pool antimafia. Fino a poco tempo fa tutte le indagini antimafia, proprio per l’unitarietà dell’organizzazione chiamata Cosa Nostra, venivano fortemente centralizzate nel pool della Procura e dell’Ufficio istruzione. Oggi invece i processi vengono dispersi in mille rivoli. Tutti si devono occupare di tutto, è questa la spiegazione ufficiale, ma è una spiegazione che non convince. La verità è che Giovanni Falcone purtroppo non è più il punto di riferimento principale». Borsellino continuò parlando di Antonino Meli, manifestando tutto il suo disappunto verso il modo di operare del nuovo capo dell’Ufficio istruzione di Palermo: «Meli è arrivato ieri, non conosce la materia. Il precedente di Caponnetto è diverso: lui quelle carte le ha viste crescere. E ai suoi tempi si era affermata una preziosa filosofia di lavoro che ha consentito l’istruzione del Maxi: salviamo le competenze territoriali, quando è possibile, ma ogni spunto di indagine che riguarda Cosa Nostra deve trovare riferimento nel Maxi e nello stralcio che da quel processo è scaturito. Con questa tecnica si chiuse la pagina delle indagini parcellizzate che per anni non riuscirono mai a centrare veri obiettivi. Ho la spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro».
A causa della parcellizzazione delle inchieste voluta da Antonimo Meli, il pool antimafia, il cui lavoro aveva portato a una innumerevole serie di successi nei confronti della lotta a Cosa Nostra, ormai identificata come associazione criminale e conosciuta nei suoi schemi psicologici e nelle sue ramificazioni territoriali, venne completamente smantellato.

Rubrica Mafia in pillole

Foto © Shobha

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