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Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”, queste le parole dell’esergo dell’ultimo romanzo/racconto che ci ha lasciato Leonardo Sciascia, tratte da “Giustizia” di Durrenmatt. Alla lettura di “Una storia semplice” è stato dedicato il seminario di Paolo Squillacioti (curatore per Adelphi delle opere del grande intellettuale siciliano) tenuto al Liceo “L. Da Vinci” nell’ambito del percorso di formazione/aggiornamento iniziato lo scorso anno scolastico intitolato: “Mafia: ma davvero?”. La sera del 18 dicembre lo stesso Squillacioti è stato ospite del Clp in una serata pubblica presso il teatro di Lona, nell’ambito del percorso di stimolo alla comunità, anche attraverso la letteratura (a marzo e a maggio era stata proposta la lettura de “Il giorno della civetta”), volto alla presa di coscienza di un fenomeno troppo a lungo negato: la presenza di soggetti legati alla criminalità organizzata calabrese e il disinvolto interfacciarsi con gli stessi dei maggiorenti locali in funzione della tutela di interessi particolari (in spregio e a danno degli interessi della comunità). Nonostante ancora una volta la comunità sia stata il grande assente (già lo avevamo visto alla serata con il Prefetto del 28 novembre scorso), rappresentata solo da due operai del porfido (uno in pensione e l’altro oggetto di indebite pressioni in azienda) e da un ragazzo dai “tratti orientali”, figlio di immigrati extracomunitari venuti a lavorare nelle cave. Quelli che hanno subito il peggiore sfruttamento nelle cave, tanto da rasentare la riduzione in schiavitù, anche se la Corte d’Assise ha derubricato il reato in quello di “caporalato” grazie agli accordi di conciliazione che i sindacati confederali avevano stipulato con le aziende su richiesta degli stessi titolari. Tra la dozzina di presenti anche un inossidabile ex sindaco (animatore del Clp) il cui sbandamento, nel primo decennio del nuovo millennio, ha senz’altro contribuito a dissipare quel patrimonio di consenso e sostegno all’interno della comunità che era stato costruito attorno alle giuste battaglie del ventennio precedente. Anche questo rappresenta senz’altro un fattore importante nell’ambito del disimpegno di molti; il momento più alto di tale sbandamento è consistito, infatti, nel sostegno alla lista capeggiata da Marco Casagranda nel 2005 (con il quale candidava uno dei condannati in primo grado nel processo “Perfido”), sindaco al quale si deve la nomina quale assessore alle cave di Giuseppe Battaglia, anch’egli condannato e riconosciuto come elemento con ruolo rilevante nella gestione delle attività economiche facenti capo al presunto “locale di ‘ndrangheta” impiantato tra Albiano e Lona-Lases. Si badi bene, il problema non nasce della eventuale mafiosità di tali soggetti, difficilmente percepibile all’esterno nonostante avessero già portato a termine nel 1999 l’acquisto miliardario della cava di Camparta, definito dalla dott.ssa Maria Colpani (uno dei tre PM che hanno coordinato le indagini dei CC del ROS e rappresentato in processo la pubblica accusa) “probabile operazione di riciclaggio”, in società con uno dei maggiori imprenditori del porfido, ex sindaco di Albiano e consigliere provinciale dal 2002. Quanto piuttosto dal fatto che Casagranda rappresentasse, in continuità con il padre (tre volte sindaco, consigliere e assessore regionale dal 1982 al 2001), proprio la potente lobby del porfido, i “pupari”, con i quali l’amministrazione Valentini si era scontrata pesantemente. Tuttavia, pur essendo tali fatti importanti per capire, mi sento di evidenziare come egli abbia coraggiosamente fatto pubblica autocritica (oltre ad aver dato prova, in questi anni, di grande impegno concreto e coerente) e quindi forse sarebbe utile mettere da parte diffidenza e sfiducia.
Considerato tutto ciò, la scelta del romanzo “Una storia semplice” non poteva essere più azzeccata: tra rappresentanti istituzionali preposti appunto alla “Giustizia” nei quali predomina l’insipienza e la corruzione, la verità è costretta a farsi strada attraverso le osservazioni di un brigadiere che la coglie in un punto che interrompe una frase e la vede illuminarsi mediante un interruttore cercato invano e acceso da un superiore con inavvertita disinvoltura.
Sono feroci le parole che Sciascia dedica, mediante un proprio personaggio, all’insipienza e all’inadeguatezza di chi dovrebbe investigare e far emergere se non altro quella parziale verità rappresentata dalla “verità giudiziaria”, basti leggere il dialogo tra il magistrato e il professore.
Come non cogliere l’attualità di quelle poche battute nelle quali il magistrato (che era stato studente del professore), dopo aver ammesso la debolezza in italiano si vanta affermando “… come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…” e il professore che gli risponde “l’italiano non è l’italiano: è il ragionare”, aggiungendo “Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”.

Una storia tutt’altro che semplice
Il racconto di Sciascia non poteva essere più azzeccato per ragionare sulle vicende venute alla luce in questi anni all’interno del settore del porfido, con particolare riguardo alla situazione in cui è venuto a trovarsi il comune di Lona-Lases. Iniziamo dunque dall’ultimo tassello di tali vicende, vale a dire la conferma, mediante patteggiamento, il 20 dicembre scorso delle condanne a 1 anno e 6 mesi a Giuseppe Paviglianiti (presidente dell’associazione “Magna Grecia”) e 2 anni a Mustafa Arafat, derubricando l’accusa da “associazione mafiosa” ad “assistenza agli associati”. Patteggiamento concesso nel febbraio 2021 e annullato dalla Cassazione su ricorso della Procura generale nel dicembre 2022, ravvisando un difetto nelle motivazioni che pare però non ostasse rispetto alla concessione del patteggiamento; tuttavia su quella derubricazione del capo d’imputazione ci sarebbe molto da dire all’interno di un romanzo. Infatti il Mustafa, come registrano gli atti d’accusa, si muoveva spesso in coppia con tale Nania per il quale in abbreviato condizionato è stata emessa sentenza di condanna per reato associativo e i due risultano spesso interfacciarsi con un noto imprenditore del porfido di Albiano (appartenente ad una delle famiglie più potenti nel settore e fratello all’epoca dei fatti del vice sindaco di quel comune) il quale si rivolge ai due con il riconoscimento: “lo so che siete una potenza”. Non solo, i due sono anche accomunati da una condanna passata in giudicato per sequestro e pestaggio di un operaio cinese, il primo, e per estorsione nei confronti dei lavoratori dipendenti, il secondo.
Una ulteriore sollecitazione poi viene proprio dalla figura di quell’imprenditore di Albiano che risultava essere in contatto telefonico con il Mustafa proprio mentre questi era impegnato nel sequestro e pestaggio di cui sopra, cosi come lo era lo stesso Nania; imprenditore che proprio in quell’occasione si interfacciava telefonicamente con l’allora comandante della Stazione CC di Albiano. Quei Carabinieri la cui condotta veniva definita “a dir poco anomala, se non illecita” nell’esposto-denuncia presentato dall’avv. Giampiero Mattei (che assisteva l’operaio cinese e purtroppo ci ha lasciati prematuramente quasi due anni fa) il 5 maggio 2016 e rimasto sotto la polvere fino a dicembre 2020 quando, finalmente, i Carabinieri furono interrogati nell’ambito dell’indagine “Perfido” facendo emergere la condotta “illecita” degli stessi. Ebbene, nonostante all’epoca dei fatti il PM (la dott.ssa Licia Scagliarini, successivamente rappresentante la pubblica accusa nel processo “Perfido”) avesse, di suo pugno, chiesto che quel noto imprenditore venisse “escusso” (nell’ambito delle indagini sul sequestro e pestaggio) la PG aliquota Carabinieri della Procura di Trento non eseguì tale richiesta adducendo a giustificazione di non averlo ritenuto necessario. Ecco perché tale derubricazione di reato convince poco e pare più motivata dall’esigenza di far uscire di scena un personaggio i cui addentellati avrebbero potuto imbarazzare i veri “pupari” che ancora si nascondono dietro le quinte del teatrino cembrano.

Una verità di comodo
Così come nel racconto di Sciascia le massime autorità preposte, il magistrato, il questore e il colonnello, si accordano per una versione finale dei fatti che nulla ha a che vedere con i fatti stessi, si ha l’impressione che anche in tutta la vicenda relativa a “Perfido” sia in atto uno sforzo per minimizzare, circoscrivere, scrivere un finale tranquillizzante che, come tale, non comporti troppi sconvolgimenti. Come a dire non possiamo fare a meno di perseguire e magari condannare alcuni “pupi” ma occorre fare il possibile per non imbarazzare i “pupari” e soprattutto per non intralciare i loro affari. Su tali affari una luce sinistra si era accesa la sera del 22 aprile 1986 quando andava a fuoco l’automobile dell’assessore alle cave, parcheggiata davanti al Municipio, durante una riunione della giunta guidata dal sindaco Vigilio Valentini, che aveva provveduto ad adeguare gli irrisori canoni delle concessioni di cava. Metodo e finalità lasciano pochi dubbi sul fatto che fin d’allora si erano creati interessi comuni, volti a contrastare con ogni mezzo coloro che si proponevano, o si fossero proposti, di contrastare la “predazione” di quella risorsa pubblica costituita dai giacimenti di porfido. Una “predazione” avvallata da un’Autonomia provinciale che ha sempre assecondato la lobby del porfido e che ha imposto (nel 1993), ai cinque comuni interessati, un sistema di calcolo dei canoni di concessione tale da mantenerli inferiori ad un terzo di quelli mediamente adottati nel resto d’Europa: ciò ha significato sottrarre alla collettività mediamente 10 milioni di euro all’anno, finiti indebitamente nelle tasche dei concessionari. Sotto questa luce, la decisione del Commissario straordinario del comune (ed ex questore) di indire un quinto tentativo elettorale per il 25 febbraio, assume senz’altro il carattere di una scelta fatta per chiudere frettolosamente una vicenda lunga un quarto di secolo. Scelta assecondata dal rifiuto del Prefetto di avanzare la richiesta dell’invio di una Commissione d’accesso a Lona-Lases, nonostante le maggioranze che hanno amministrato il comune dal 1995 al 2020 abbiano visto la presenza di due condannati in primo grado per “associazione mafiosa” (uno dei quali assessore esterno alle cave dal 2005 al 2010) o loro familiari. Nonostante un sindaco, in carica dal 2018 al 2020 (ma che già aveva ricoperto tale carica dal 1995 al 2001) sia indagato per “voto di scambio politico-mafioso” e nonostante il Comune sia sull’orlo del default.
Maliziosamente si potrebbe aggiungere che forse proprio per non disturbare tale operazione nulla si sa, ad oggi, di un “Avviso conclusione indagini” datato 29 marzo 2023, nel quale compaiono quali indagati i nomi del comandante la Stazione CC di Albiano (Roberto Dandrea), di un ex senatore (Mauro Ottobre), di due ex sindaci di Frassilongo in valle dei Mocheni (Bruno Groff) e Lona-Lases (Roberto Dalmonego) e di un imprenditore o meglio “faccendiere” (Gulio Carini). Capace, quest’ultimo, di relazionarsi con disinvoltura e nello stesso tempo con alcuni dei soggetti condannati in primo grado per “associazione mafiosa”, da una parte, e con giudici (tra i quali il presidente del Tribunale), prefetti, vice questori, ufficiali delle Forze dell’ordine e politici, dall’altra.  Un soggetto, cavaliere della Repubblica, che pur indicato nell’Ordinanza di custodia cautelare emessa nel luglio ed eseguita il 15 ottobre 2020, è stato fino ad ora tenuto lontano dalle aule di “Giustizia”e forse proprio per la sua centralità nelle vicende relative al presunto insediamento ‘ndranghetista in provincia di Trento e soprattutto nello spiegare una “disattenzione” al fenomeno prolungatasi per quarant’anni. Situazione evidenziata dal dott. Davide Ognibene (il terzo dei PM della pubblica accusa nel processo “Perfido”) con le parole: “Siamo intervenuti fin troppo tardi, li abbiamo lasciati scorrere questa regione dove e quando hanno voluto” (giustamente definite da Ettore Paris, direttore di QT, “parole autocritiche, pesanti, oneste ed amare”).
Di fronte a tutto ciò, così come appare giustificata la decisione del testimone (“l’uomo della Volvo”) che nel racconto di Sciascia, dopo aver riconosciuto nel prete uno dei probabili complici del commissario corrotto, decide di non tornare indietro per fornire  la sua testimonianza, appare oggi senz’altro giustificata anche la sfiducia di una larga parte dei cittadini di Lona-Lases. Evidentemente anche quei cittadini estranei alla “mafiosità” di comportamenti che ha dominato fin qui (e sono molti), non riconoscendo nelle istituzioni preposte la reale e concreta volontà di mettere in discussione quell’alleanza occulta tra soggetti legati ad interessi criminali e potente lobby locale (comitato d’affari), che nel corso  di questi anni ha trasformato i diritti in favori (facendo prevalere non i meriti ma i legami di “comparaggio” politico-economico) e condizionato i risultati elettorali, se ne stanno a ragion veduta in disparte. Per “un futuro libero e democratico” non bastano le parole, ci vogliono fatti; illuminare le zone d’ombra, sottrarre terreno all’opacità mediante una Commissione d’accesso e ridare alla comunità qualche speranza di “giustizia” non fondata sulla manipolazione e la menzogna.

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