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E la Suprema Corte di Cassazione non può che essere “presa in parola”. Per questa ragione, incombe l’obbligo, civico e giuridico, di analisi e comprensione del tessuto delle motivazioni, che oggi, a seguito della pronuncia assolutoria dello scorso mese di aprile, viene consegnato agli annali della giurisprudenza e alla memoria storica del Paese.
Innanzitutto, mette conto prendere atto e ribadire che il giudice della legittimità riconosce l’esistenza storica di una “trattativa”, alla quale annette il nome, ritenuto più appropriato, di “interlocuzione”. Con l’avvertenza che non si versa in tema di opzioni linguistiche, bensì di una dichiarata necessità logico-giuridica, in virtù degli intenti ispiratori della scelta compiuta e delle finalità perseguite dagli uomini dello Stato. Appare, tuttavia, singolare che non sia stata considerata una decisiva circostanza, ossia che il termine “trattativa” emerge da un resoconto letterale dello stesso generale Mario Mori in merito a un suo colloquio con Vito Ciancimino: E allora restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa. Successivamente, sotto la data del 18.12.1992 - si noti: alcuni mesi dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino e alcuni mesi prima delle stragi di Firenze, Milano e Roma - Ciancimino informa Mori e chiede, come segue: Quelli - le cosche - accettano la trattativa. Voi che offrite in cambio?”. È, altresì, appena il caso di osservare che, mentre un’interlocuzione consiste nella semplice partecipazione a un dialogo, in cui lo scambio di vedute può anche essere fine a sé stesso, una trattativa si caratterizza, in sé e per sé, in quanto scambio di proposte e controproposte in vista di un accordo.
Dunque, trattativa propriamente detta, dagli stessi protagonisti, non “cosiddetta”. Il senso del discorso, almeno sotto il profilo logico-filologico, non potrebbe essere più chiaro.
La S.C. prosegue. E, all’esercizio del “libero convincimento” da parte della Corte territoriale di Palermo, artefice dell’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”, data l’assenza del dolo, volendo sgombrare il terreno da ogni possibile malinteso, oppone e conclude che gli imputati, quel “fatto” non hanno per nulla commesso. Essi, dunque, sono pienamente non-colpevoli, anche oggettivamente, dal momento che la responsabilità oggettiva, quale ritenuta dalla Corte d’Assise d’Appello, non è stata giudizialmente dimostrata “oltre ogni ragionevole dubbio”, secondo impone la novella legislativa n. 46/2006, (tardivamente) istitutiva, per l’appunto, del principio cardine, proprio degli ordinamenti anglosassoni, del “ragionevole dubbio”: beyond any reasonable doubt. Un principio di alta Civiltà giuridica e un limite alla libertà di convincimento del giudice - che la ratio regolatrice della S.C., di fatto, estende anche alla parziale assoluzione in Appello - tale da sottrarre la decisione finale del procedimento ad apprezzamenti puramente soggettivi del giudice.
Una precisazione, a scanso di equivoci. Prima della legge n. 46, non si può certo immaginare un ordinamento/giungla del diritto, se è vero, com’è vero, che il “libero convincimento” degli organi del giudizio doveva comunque declinarsi secondo logica, razionalità e conformità alla legge e al fatto. Doveva e deve, anche a prescindere dal criterio del “ragionevole dubbio”.
Ecco, allora, una prima, incongrua “soggettività” che la S.C. attribuisce al giudice di secondo grado, a dispetto della sentenza di assoluzione degli imputati, censurata per avere pressoché travisato la specifica tipologia del capo d’imputazione. In realtà, le condotte degli imputati eccellenti dello Stato sono irreprensibili e scevre da qualsiasi “sprovvedutezza”, sotto il profilo della legge penale, la sola valutazione che deve rilevare. Il principio del ragionevole dubbio esige un alto grado di probabilità di colpevolezza, anche oggettiva, a nulla rilevando un dubbio minimale o residuale di colpevolezza. Qualora, insomma, la debolezza degli elementi probatori, in combinazione con la presenza di elementi idonei a sostenere un’ipotesi alternativa plausibile, non escluda una diversa ipotesi fattuale, consegue la manifesta illogicità del discorso giustificativo posto a fondamento della decisione del Giudice in caso di responsabilità anche solo oggettiva.
Nel caso in esame, significando, fuori dalla cifra tecnica, la disponibilità e possibilità di un’opzione più congrua, un’interpretazione alternativa, maggiormente “aderente ai fatti”, delle condotte degli imputati. Errori - è la severa censura della S.C. - da vecchia matita blu.
Quanto al criterio del ragionevole dubbio, si deve preliminarmente osservare che sia la dottrina, sia la giurisprudenza chiariscono che esso non deve tradursi nella valorizzazione dello “stato psicologico” del giudice, invero soggettivo ed imperscrutabile, bensì che indica la necessità che il giudice effettui un serrato confronto con gli elementi emersi nel corso della progressione processuale. Né il mancato rispetto di tale regola di valutazione può risolversi nell’invocazione di una diversa valutazione delle fonti di prova, esclusa dal perimetro della giurisdizione di legittimità. La violazione di tale regola può, invece, essere plausibilmente invocata ove precipiti in una illogicità manifesta e decisiva del tessuto motivazionale, dato che oggetto del giudizio di Cassazione non è la valutazione di merito delle prove, ma la tenuta logica della sentenza di assoluzione o condanna. In breve, il “dubbio” sulla ricostruzione probatoria da parte delle Corti di merito deve tradursi in una “illogicità manifesta”, a causa di vizi che incrinino la tenuta logica della motivazione.
Siamo così giunti al cuore della regiudicanda qui in commento.
La parte motiva della sentenza, appena pubblicata, esclude “ogni forma di concorso penalmente rilevante degli imputati” dello Stato nel reato di “tentata minaccia” contro lo Stato, commesso unicamente dagli imputati appartenenti a “cosa nostra”. Nessuna prova di collusione o corresponsabilità, posto che è questo l’oggetto specifico dell’imputazione, che, invece, appare smarrito, secondo la S.C., dalle Corti territoriali di Palermo.
E il giudice della legittimità sancisce, infine, la “insussistenza” di ogni ipotesi di “concorso”, sebbene la formula assolutoria non possa essere che “il fatto non sussiste”, nonostante la ritenuta assenza dell’elemento oggettivo del reato e del nesso di causalità tra la condotta degli imputati e l’evento. La formula dev’essere “per non avere commesso” il fatto/concorso, che non sussiste in quanto che l’azione criminosa ascritta agli imputati non è mai esistita ed è stata compiuta esclusivamente dalle cosche.
Ed è a questo punto che, di fatto, dalla finestra rientra il riconoscimento di una “causa di giustificazione” delle condotte degli imputati, nel solco della pronuncia della Corte di Palermo, pur confutata sotto altri profili, e un’ulteriore ragione della formula “per non avere commesso il fatto”. La Corte d’Appello, infatti, assumeva, entro una relazione che li stringeva, sia la sussistenza del fatto, dedotto per tabulas, e sbriciolato dalla S.C, sia la sua inidoneità a “costituire reato”, ossia a integrare tutti gli elementi della fattispecie, a causa della sola presenza dell’elemento materiale dell’illecito concorso, in assenza del dolo. In termini più banali, riteneva l'"interlocuzione" una scelta oggettivamente arbitraria, al limite dell’azzardo, pur riconoscendo la buonafede, se non dabbenaggine, degli imputati. Ad avviso dei supremi giudici romani, però, siffatta conclusione è il frutto di quell’errore di grammatica logica che Aristotele definiva “metabasis eis allo genos”. Nel caso di specie, lo sconfinamento dal diritto alla “storiografia”, uno spostamento che, dopo i processi di Norimberga e Francoforte, è noto come “tribunalizzazione della storia”.
Una nota a piè di pagina. Nei democratici e garantisti ordinamenti giuridici anglosassoni, segnatamente nel Regno Unito, nel corso del tempo si è affermato e si sta consolidando il principio (improvvido?) della ricerca, qualora utile e possibile, all’interno del processo penale, oltre alla verità processuale o formale, anche della “verità storica”, purché tassativamente al riparo dalla confusione o commistione dei piani. Al netto delle somiglianze, infatti, in specie la peculiarità del giudizio vertente intorno a fatti pregressi, il metodo e le finalità del giudice sono necessariamente diversi da quelli dello storico, come Piero Calamandrei e Carlo Ginzburg hanno messo a fuoco e in tensione, anche perché la giurisdizione, presto o tardi, approda a una sentenza irrevocabile, almeno con i mezzi ordinari, mentre il giudizio storico, per sua natura, resta indefinitamente aperto. 
Ed è alla cruciale censura nei confronti degli imputati da parte del giudice di seconde cure che la S.C. si riferisce, nel sancire la necessità di una formula assolutoria più ampia e completa, vale a dire più favorevole. Evocando, poi, la necessità della certezza “oltre ogni ragionevole dubbio”, la Corte istituiva un riferimento obliquo alle motivazioni della condanna nel primo grado del giudizio, peraltro richiamate nella pronuncia assolutoria deliberata dal giudice dell’impugnazione. Inoltre, anche quest’ultima, ancorché formalmente liberatoria, nel merito si coniugava con una valutazione sostanzialmente negativa delle condotte degli imputati, nonostante l’assenza del dolo. Resta fermo che, a stretto rigore, sul piano tecnico-procedurale il ricorso al criterio della certezza “oltre ogni ragionevole dubbio” si renda necessario e giustifichi solo in una prospettiva di condanna, non mai di assoluzione come nel caso in commento.
Fuori dalle tecnicalità, la tentata minaccia nei confronti dello Stato è ascrivibile unicamente alla mafia, posto che l'"interlocuzione" dei carabinieri non era finalizzata al “rafforzamento del proposito mafioso”, peraltro già in pieno sviluppo, osserva la Corte, bensì a “fare cessare le stragi”. Come dubitarne? Uno scopo nobilissimo - come abbiamo già rilevato su queste colonne – e, in caso di condanna, meritevole delle circostanze attenuanti previste dall’art. 62 cp. Anche un sistema intransigente può sanzionare penalmente condotte oggettivamente e gravemente antigiuridiche e, al tempo stesso, attenuare la sanzione, se alla base vi siano validi motivi di elevata indole morale/sociale.
La giurisprudenza concorda che, per verificare l’esistenza del particolare valore morale/sociale dei motivi dell'azione, occorre riferirsi al motivo determinate in relazione con l’azione e agli orientamenti che la comunità sociale esprime. Occorre, quindi, distinguere tra sfera soggettiva, le finalità, e requisito oggettivo di valutazione, comune sentire sociale. Dai punti di vista soggettivo e oggettivo, dunque, le finalità perseguite debbono rivestire un particolare valore morale. Esse però non valgono a integrare la “scriminante” della “causa di giustificazione”, quale, ad esempio, la legittima difesa, quando e se proporzionata all’offesa. 
Se non che, queste specifiche attenuanti presuppongono l’esistenza, non la negazione del reato. Secondo la S.C., infatti, la condotta degli imputati, lungi da qualsivoglia “forma di cooperazione” con le cosche, si è estrinsecata in un tentativo di “interlocuzione” rimasto al di sotto della soglia del “concorso” e, di conseguenza, estraneo alle dette ipotesi attenuanti, ovvero allo “stato di necessità”, di cui all’art. 54 cp, determinato da un intento di salvataggio a fronte di un grave e attuale pericolo per l’integrità dei cittadini. Siffatta scriminante, infatti, eliminando l’antigiuridicità dell’azione, opera, per l’appunto, solo in caso di commissione di fatti di reato. Conclusivamente, una condotta più che lecita, tanto sul piano soggettivo, quanto su quello oggettivo. 
Irragionevole, poi, precisa la Corte, benché irrilevante ai fini del thema decidendum, supporre che Berlusconi non sapesse...
Qualche interrogativo conclusivo sarà consentito, si spera, in tema di “epistemologia”, psicologia, logica e... illogicità.
È del tutto evidente che gli uomini dello Stato non abbiano volontariamente “contribuito”, men che mai “istigato” il disegno mafioso. Ne discende che la prosecuzione della “interlocuzione” con l’anti-Stato rimane plausibile e lecita anche dopo, in costanza e in parallelo con il prosieguo e il crescendo del disegno criminoso e la palese determinazione a protrarre nel tempo la volontà stragista. Siffatta continuazione non vale a concretare una modalità, indiretta, di “concorso” e “rafforzamento” dell’intento criminoso delle cosche, declinata come manifestazione di impotenza, soggezione e paura.
Ecco, però, ex abrupto, che una sorprendente mossa controintuitiva della S.C. squarcia la trama logica dell’esposizione mediante un rilievo dirompente, quanto evidentemente involontario, confliggente con l’intero percorso logico-argomentativo delle motivazioni. Gli imputati hanno “creato solo l’occasione” idonea alla “realizzazione dell’autonomo intento ricattatorio” da parte delle cosche. Di conseguenza, si deve escludere ogni loro responsabilità
“Solo l’occasione”? Indubbiamente, qualora l’“occasione” coincidesse con una casualità o un errore involontario, come nell’opera lirica di Gioachino Rossini “L’occasione fa il ladro”. Altro, invece, la “creazione”, il dare origine, ossia, all’occasione del reato! In breve, “creare l’occasione” propizia alla commissione di fatti di reato da parte di taluno non equivale, se non a suscitare, quanto meno ad agevolare e rafforzare la sua intenzione delittuosa, se anche “autonoma”? Il nesso di causalità tra “occasione”, condicio sine qua non, e “realizzazione”, effetto della prima, che la stessa Corte ravvisa ed esplicita, l’inscindibilità, ossia, dell’una dall’altra, non è sufficiente ad escludere che il ROS si sia “limitato a ricevere la minaccia” e non integra gli estremi del concorso, come concettualizzato in dottrina e giurisprudenza, pacifiche e costanti? Sul piano epistemologico-giuridico, insomma, la causazione volontaria di un’occasione equivale a... passiva ricezione? Non occorre evidenziare, si presume, che il lemma “occasione” identifica una famiglia di significanti oltremodo precisi e convergenti, oltremodo: modo e opportunità, fomite e pretesto, motivo, possibilità e causa. Al riguardo, proprio l’alto magistero giurisprudenziale della S.C. insegna che il concorso eventuale sussiste ogniqualvolta in cui una pluralità di soggetti metta in essere condotte causalmente efficienti al reato, anche quando e se il dolo diretto non sia presente in tutti e ciascuno, bensì soltanto in alcuni. 

Voce dal sen fuggita?

Di recente, in un contesto del tutto diverso, il capo dello Stato ha affermato che “la paura è debolezza”. Se questo vale in generale, figurarsi al cospetto di un nemico feroce e spietato come ‘cosa nostra’! Ma, poiché la paura è un sentimento umano, troppo umano, “l'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è non farsi condizionare dalla essa”, ammonisce Giovanni Falcone. Per “non morire ogni giorno”, aggiunge Paolo Borsellino. Onde proteggere in questo modo la comunità e lo Stato, in specie nelle congiunture più drammatiche... In questo modo.
Come non detto. Falcone? Borsellino? Chi erano costoro? È sventurata la terra che ha bisogno di eroi, oppure, come pensa Andrea, il discepolo del Galilei brechtiano, è sventurata la terra che... non ha eroi? Vero è che Canossa implica sempre rischi e... costi. Sul terreno “storiografico”, Otto von Bismarck, nel 1872, appena proclamato cancelliere del nuovo Reich, rispose alla Chiesa di Roma: "Non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito".
Non giova ricordare che esiste un’imponente letteratura scientifica, anche in ambito giuridico, riguardo agli “effetti perversi o non desiderati” dell’azione, al di là dell’intenzione, e le conseguenti responsabilità. È vagamente sorprendente, sul piano logico-psicologico, che la S.C. amputi il tema della “paura”, di cui le cosche, dopo averla suscitata, hanno chiaramente percepito le ricadute pervasive, non a caso compiendo altri misfatti contro le istituzioni, ormai patentemente genuflesse e quindi bisognose di... interlocuzione.
Non è, forse, giuridicamente pacifico che l’agevolazione concorsuale di un reato si possa esplicare anche dal punto di vista psicologico, in presenza della consapevolezza e volontà di una determinata azione?
Certamente, il delitto de quo richiede il “dolo specifico”. Purtuttavia, la dottrina, ormai seguita anche dalla giurisprudenza, evidenzia che i reati a dolo specifico non sono caratterizzati soltanto dalla particolare finalità dell’agente, come si potrebbe meccanicamente intendere, bensì anche da un connotato oggettivo, alla sola condizione, conforme al “principio di offensività”, che gli atti posti in essere, anche se in apparenza non illeciti, siano oggettivamente idonei a cagionare eventi pericolosi. È di tutta evidenza che il rigoroso scrutinio della fattispecie concreta, in quanto pertinente alla valutazione della prova - il punto è dirimente - appartiene all’esclusiva competenza del giudice di merito ed esorbita dal vaglio di legittimità.
La dottrina e la giurisdizione penale, inoltre, contemplano molteplici devianze a “dolo indiretto”, o “diretto di secondo grado”, normale criterio dell’imputazione soggettiva, benché meno grave del dolo diretto. Il pensiero filosofico le tematizza come “etica della responsabilità”, indefettibile complemento dell’etica (kantiana) della pura intenzione. Un paradigma, quest’ultimo, peraltro e comunque connesso con la legge morale del dovere, e tanto cogente, nel testo di Kant, da affievolire, talora, finanche la salienza quasi esaustiva della pura intenzione.
Ebbene, nell’ipotesi di dolo indiretto, la condotta del soggetto attivo, quand’anche finalizzata a uno scopo diverso, nell’agire può trovarsi di fronte a conseguenze differenti rispetto al proprio scopo originario. Se egli ne accetta il rischio, diviene penalmente responsabile. Si pensi al “dolo eventuale o di previsione”, quando l’agente accetta probabilità elevate che si produca un fatto di reato, indipendentemente dalla circostanza che lo volesse e se lo rappresentasse come tale.  Ovvero, in relativa alternativa, alla “colpa cosciente”, in cui versa chi commette l’errore di escludere che un evento antigiuridico si possa realizzare, ma, se ne avesse doverosamente considerata la possibilità, avrebbe desistito. L’esempio di scuola è l’automobilista che corre a tutta velocità, fiducioso nella sua abilità e sicuro che non si verificherà alcun grave incidente, mortale o meno. Che, viceversa, può accadere, trasformando un’infrazione al codice della strada in una violazione della legge penale, indotta, per l’appunto, da quel “vizio della volontà” che innerva il dolo indiretto. Oppure, soprattutto, al “dolo successivo o susseguente”, che, sorgendo dopo l’azione positiva, dunque non intenzionalmente diretta a cagionare l’evento, consiste in un consapevole, volontario rifiuto di fermarsi e impedire l’evento stesso, a fortiori in costanza di un obbligo giuridico a impedirlo, a norma dell’art. 40 c. p., come, ad esempio, prescritto a ufficiali di polizia giudiziaria. Ovvero, come quando un chirurgo, per errore, provoca una emorragia al paziente e, invece di fermarla, lascia che essa abbia esito letale. In beve, quando taluno agisce senza eseguire una condotta dolosa, ma quest'ultima si manifesta, per l'appunto, solamente al termine, in circostanze date o sopraggiunte.
Tale incastro di “ragionevoli dubbi” quale specifica relazione può configurare con l’asserita, dalla S.C., “operazione di intelligence”, condotta nell’interesse superiore dello Stato, ma a sua insaputa? Con quali autorizzazioni istituzionali ad aprire un’interlocuzione straordinariamente straordinaria con l’anti-Stato, in guerra con lo Stato e artefice della mattanza che insanguinava la nazione? Non sarà anche per questa ragione che nessuno, nei precedenti gradi di giudizio, ha vagamente intravisto bagliori di “intelligence” nell’agire degli imputati? Nel campo dell’intelligence conta qualcosa... l’intelligenza? Una domanda retorica, almeno a giudizio delle Corti territoriali di Palermo, ora deplorate dalla Corte Nazionale.
A differenza delle linee argomentative delle sentenze di merito, giudicate dalla Corte “di difficile interpretazione”, le questioni anzidette sembrano inaggirabili, e di più agevole “interpretazione”, sotto il profilo logico-giuridico e fattuale, anche perché non richiedono “ipotesi alternative” e sono immuni da quelle “fratture logiche” e semplificazioni “storiografiche”, che ai giudici romani sembrano fastidiosamente urticanti e spericolate.
Da ultimo, ma non per importanza, non si può non notare che la S.C., se, da un lato, lamenta la prolissità delle migliaia di pagine delle sentenze di merito, dall’altro, all’elaborazione, concisa alquanto, benché forse più... faticosa, delle motivazioni dedica più di sei mesi.
Una nota conclusiva sulla correttezza dei poteri costituzionali dello Stato.
È motivo di sollievo che il Guardasigilli Conso, la Corte sottolinea, fosse già in possesso, indipendentemente dalle segnalazioni dei carabinieri, di informazioni riservate, oltre che sul ricatto mafioso, anche circa l’esistenza di una fronda interna a “cosa nostra”, una spaccatura in cui una componente era propensa ad abbandonare la linea dura della contrapposizione violenta allo Stato. Insomma: il ROS trattava all’insaputa dello Stato, e però... lo Stato sapeva. Se ne deve dedurre l’inanità o l’inesistenza dell’asserita interlocuzione a scopo di intelligence? Si operava, forse, con intenti di moral suasion nei confronti del nemico, nella speranza di porre fine alla lunga stagione delle stragi? Gratis et amore dei? Stranezze.
Di converso, se, alla stregua della pronuncia dell’organo nomofilattico, l’interlocuzione condotta dagli ufficiali del ROS era lecita, essa avrebbe, in ipotesi, potuto estendersi e coinvolgere, in modo parimenti lecito, anche il livello politico-statuale, cui non poteva certo premere meno di fermare le stragi?
In tutti i modi, se la S.C. non scorge certezze in merito alla colpevolezza degli imputati, fortunatamente non ne mancano quanto alle scelte compiute dal ministro della Giustizia, “in solitudine” - honni soit qui mal y pense - pur entro lo scenario delle stragi, e precisamente dopo, in favore di 334 detenuti di mafia al 41 bis “considerati di media o minore pericolosità” e “non compromessi con le stragi”. Secondo il suo stesso racconto, egli decise “senza neppure informarsi dell’effettivo spessore criminale di ciascuno di loro”.
Se non che, già in una circolare del mese di giugno 1993, poco dopo l’esplosione stragista sotto l’Accademia dei Georgofili, l’allora capo del Dap Adalberto Caprotti aveva proposto tre soluzioni: non confermare 334 provvedimenti di carcere duro; ridurre del 10 per cento il numero di detenuti al 41 bis “per assicurare un clima di distensione; diminuire da un anno a sei mesi la scadenza del 41 bis”. Bisognava solo attendere la scadenza dei provvedimenti, in precedenza confermati dal Guardasigilli Claudio Martelli. Pertanto, la decisione, nel novembre del 1993, di non prorogare il carcere duro ad oltre 300 boss non sembra sia stata una decisione “solitaria” e improvvisa del Guardasigilli, come ha in seguito rivelato Sebastiano Ardita, un magistrato che per 10 anni è stato direttore generale del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria.
Giovanna Maggiani Chelli, compianta presidente dell'associazione familiari vittime dei Georgofili, soleva ripetere che l'unico modo, per istituzioni e politica, di dare una risposta alla sete di giustizia è “ammettere una responsabilità morale”. La sentenza che occupa non può recarne traccia, naturalmente, perché siffatte ammissioni esulano dai compiti propri della giurisdizione. A ciascuno il suo.
Intorno alla metà del secolo scorso, Albert Camus incideva così il tempo storico della “rivolta”: “La vera passione del ventesimo secolo è la servitù”. Suo complemento organico la vera arte: la manipolazione. Ora, oltre che alla ‘psicologia di massa’ dei grandi sistemi totalitari, mentre corre il ventunesimo, non intriga immaginare a chi e a che cos’altro egli pensasse? Di certo, fortunatamente, non ai nostri giudici, i quali, quando lo scrittore francese lanciava lo strale, erano già “soggetti soltanto alla legge”, a mente dell’art. 101 Cost., da leggere in coordinazione con l’art. 104, garante dell’autonomia e indipendenza della magistratura “da ogni altro potere”.
Scorreva troppo sangue, nel Belpaese, in quello scorcio di secolo e di millennio. Si sarà pensato, con Paul Valery: “il faut tenter de vivre… Questa è la verità.

Foto © Imagoeconomica

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