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Un anno fa la morte della fotografa Battaglia. Che viene ricordata con due libri di Franco Maresco e dell’ex compagno Franco Zecchin

Palermo era una pazzia. Una pazzia folle e squilibrata: a volte troppa, a volte troppo poca. «Palermo mi sembra sia una città che soffre molto e che non è abbastanza pazza. Io vorrei che fosse più pazza, che reagisse di più e invece la sua è una pazzia silenziosa. Palermo pazza… No, non è abbastanza pazza, perché sennò sarebbe per le strade, a urlare, a recrimin are, a piangere anche». Contro l’altra pazzia, quella criminale. «Che era una follia prepotente, era la mafia. E l’ho detta ’sta parola che non volevo dire…».
Una follia dolce e forte, invece, era quella di Letizia Battaglia, donna indomabile, fotografa addolorata stanca ma non vinta, che disse queste e molte altre cose, alcuni anni fa, a Franco Maresco, cineasta siciliano come lei, come lei spietatamente passionale verso la sua terra (Cinico Tv, suo e di Daniele Ciprì, è nella storia delle televisione italiana). Maresco la intervistò in una serie di occasioni, mentre realizzava i suoi film su di lei (La mia battaglia, 2016), o con lei (La mafia non è più quella di una volta, 2019) o semplicemente per il piacere di parlarle. Ora quelle registrazioni finiscono sulla carta di un libro, La mia Battaglia (il Saggiatore), con la B maiuscola; e della grande narratrice visiva di una Palermo «bella e malvagia», affascinante e terribile come la strega di Biancaneve, a un anno dalla scomparsa vengono alla luce i pensieri più nascosti, quelli che gli intervistatori ossessionati dal tremendo cliché di «fotografa della mafia» non sono quasi mai andati a cercarle dentro.


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Letizia Battaglia insieme al fotografo Josef Koudelka © Shobha


Quel filo rosso della follia distruttrice e liberatrice. Quella che quasi demolì Letizia, in fuga dal suo destino di moglie nel bel mondo cittadino, ferita dal male oscuro della depressione, ricoverata in Svizzera e infine salvata dall’incontro con un terapeuta, Francesco Corrao, che riuscì a convertirle l’angoscia in azione e ribellione. La sua sfida, follemente coraggiosa, di non chiudere gli occhi ma solo l’otturatore della sua fotocamera davanti alla follia sanguinaria delle guerre fra le cosche. Ma anche la follia segregata nell’ospedale psichiatrico dove Letizia fece di tutto per entrare, anche senza fotocamera in mano (ma non senza sigarette, per lei e per i degenti). «Io ero attratta moltissimo dai folli, volevo entrare lì dentro e volevo portare qualcosa. Ricordo che fu molto difficile, perché erano diffidenti», ma ci riuscì, e per qualche tempo ospitò a casa una di loro, in un rapporto stracolmo di affetto e sofferenza. «Nessuno aveva mai interagito con loro. Pensa che non avevano neanche un nome. Quando chiedevo a uno di loro come ti chiami, lui mi diceva il cognome». Non pubblicò mai quelle fotografie, «le ho fatte, certo, ma non li ho mai ripresi mentre stavano male, buttati per terra con le gambe a pecora». Quelle giornate erano per lei, paradossalmente, un’oasi mentale. «Avevo visto tanto sangue. Per questo era un conforto per me andare allo psichiatrico, perché la città era pesante. La stessa cattiveria che subivano quelli dentro lo psichiatrico, la subiva Palermo. La subiva per colpa di mille cafoni…».


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© Shobha


Ci andava in Vespa, al manicomio. Sul sellino assieme a Franco Zecchin, fotografo a L’Ora come lei, collega e compagno di vita per diciotto anni. E anche lui, Zecchin, oggi riapre un cassetto e condivide con noi la sua Battaglia, in un libro di ritratti (ma ritratti non è la parola: Battaglia non si metteva mai in posa passiva, doveva sempre fare qualcosa), intitolato semplicemente Letizia (Postcart editore), che è il complemento visuale perfetto dell’altro libro – andrebbero letti insieme, contemporaneamente. Dice Zecchin di Battaglia che «la sua relazione col mondo passava attraverso un rapporto fisico con la realtà», e qui lo vediamo benissimo: è il corpo di Letizia, sensibile e infrangibile, che satura le immagini di energia, in spiaggia coi bambini di Ballarò, in piazza con le femministe, in giro per i vicoli con il grande Koudelka, e appunto nell’ospedale psichiatrico, braccia alzate, bocca che grida, mentre lei, allieva di Grotowski, costruisce uno spettacolo teatrale coi degenti. Le piaceva il Nicholson del Nido del cuculo, racconta a Maresco. «Ma tu pensa al dramma che vivevamo! Un giorno correvi in mezzo al sangue, e poi, un altro giorno si correva perché c’era uno spettacolo in un teatrino, un concerto, un dibattito, un’occupazione». Palermo splendida e schizofrenica, «allora convivevano tutte le belle e drammatiche situazioni che sempre convivono nella vita. Per cui allora Palermo era… sublime».


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© Shobha


Deluse Letizia, poi, quella Palermo mai rinsavita, ma contenta della sua insanità. «Questa è una città di ignoranti, in larga parte. Per cui ha vissuto come una telenovela le manifestazioni per la strada, le lacrime che sgorgavano per i morti. Dopodiché tornò a casa e trovò un’altra telenovela, quella berlusconiana». Se qualcuno ha odiato il gattopardismo, è stata lei. «Quella visione rassegnata della nostra storia, questo destino a cui noi siciliani dovremmo essere condannati secondo quanto dice il principe Fabrizio, l’ho combattuto e lo combatterò fino alla fine». I capelli viola, arancioni, verdi come bandiere di ribellione. Contro la sua stessa città amata e detestata, contro l’ipocrisia dei film e telefilm sulla mafia dove i criminali «sono tutti simpatici come i Sopranos». Amareggiata, mai rassegnata. Guardando Maresco dritto «in quegli occhi verdi così», gli annunciò: «Voglio morire viva. Ho detto a tutti che quando morirò, voglio che la gente mangi, balli e canti». Il dolce, pazzo lutto che ce la tiene viva. 

Tratto da: La Repubblica

Foto di copertina © Franco Zecchin

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