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Vita, morte, passaggi e messaggi del più grande indovino dell’antica Grecia

La mia settima vita ho deciso di trascorrerla qui e ora. Cronos sonnecchia, Ermes è fagocitato dalla sua stessa velocità, il tempo è buono, c’è un po’ più di caldo che scioglie i ghiacciai, Efesto è al lavoro nella sua officina sull’Etna, rinnovata da un mantice di proporzioni gigantesche, e soprattutto, in quest’epoca non c’è più bisogno di preveggenza, non ci vuole molto a sapere dove finirà la corsa della grande Madre offesa, verso il baratro in cui tutto sarà frullato nell’attesa di un nuovo giorno.

(...)

Mito della caverna
Anni dopo, cercando la perduta via di casa, inseguendo il mio essere originario, durante uno dei miei ritorni e smarrimenti, oltre l’incubo del quotidiano, mi ritrovai con un microfono, profeta di un sogno, davanti a una radio, a gridare la mia voglia d’uguaglianza e giustizia, la mia mai sopita inimicizia con i rivoli del potere e i suoi quotidiani delitti.
Sapevo che gli uomini erano seduti in platea, come nel mito della caverna, a vedere gli spettacoli proiettati dai sacerdoti della comunicazione e a convincersi che quello era il vero, era l’unica realtà credibile. Forse ero anch’io uno di questi?
Sapevo anche che si poteva evadere, che si poteva rientrare e parlare loro del cammino verso la luce, ma che loro stessi sarebbero stati i veri nemici, nel momento in cui li avresti invitato ad alzarsi dalla sedia e a scrollarsi di dosso le loro comode credenze. Loro e i loro manovratori.
Sapevo che c’era in gioco la pelle,  lo avevo visto con chiarezza, il gioco era grosso: non avevamo armi, solo poveri mezzi, non lumi se non la fiaccola del nostro progetto, non capacità offensive, solo creatività, velleità di un gruppo poco coeso, ancora aggrappato alle prime pendici della preistoria, quando ancora ci si divideva il cibo, prima del primo uomo che costruì un recinto, (Rousseau), prima di colui che “primus protulit orrendas enses” (Tibullo), quando ancora ci si chiamava compagni, cum panis, quelli con cui ci si divide il pane.
Credevo, credevamo di avere la chiave che apriva ogni porta e che poi, alla prova, non ne apriva nessuna, di essere il sassolino che avrebbe potuto far saltare l’ingranaggio. E invece non una piccola crepa in tanto ostinato arroccamento.
Eravamo disposti a dare tutto quel che eravamo, persino la vita, ma ci consideravano nemici, agitatori della melma e della sonnolenza in cui ognuno era circoscritto, prigioniero di se stesso e dei suoi limitati spazi e soddisfatto di esserlo.
Sapevo bene che nulla di nuovo era cambiato dai tempi di Platone: chi rientra nella caverna dopo aver visto la luce, e vuole spingere gli altri ad alzarsi, a guardare, ad andare verso l’ingresso è considerato un pazzo e rischia la vita.
Con Peppino ci diedero appena il tempo di aprire la finestra, lo colpirono in quell’attimo e subito la richiusero.
Avevamo issato sulla sede della nostra scalcagnata radio una bandiera rossa e la coprirono con insulti e menzogne: i pupari e le marionette, i padroni e i loro servi, madri, padri e figli.
Siamo tornati negli anfratti e nei cunicoli, senza più sapere organizzare una qualche forma di “resistenza”, al di là delle parole, delle illusioni, del reciproco sbranarsi, dove ognuno crede di essere l’unico autentico depositario della verità, di avere visto la vera luce oltre il muro, nelle immagini riflesse nel laghetto davanti alla caverna.
Peppino no, aveva lasciato il gruppo abbagliato, era andato oltre, uber, nel fondo dell’orrore e nell’energia della resistenza, dove l’ignoto acquistava significato e il destino si rivelava, per poi tornare a comunicarci il sentiero.
- “Solo se trasformiamo tutto in una grande risata potremo vincere”: sapevo che oltre il suo mezzo sorriso o la sua irrefrenabile risata c’erano profonde tristezze e vaste zone d’incompiutezza, che riusciva a mascherare bene.
- “Vai ad entrare dentro certe teste, pronte a piangere quando c’è da ridere e a ridere se c’è da piangere”: ogni volta che abbiamo agitato Dioniso, la capacità di ridicolizzare le strategie, le distorsioni, i crimini del potere, Tano e Giulio che mescolavano, le loro urine, ci hanno guardato con diffidenza, con odio, come alieni, ingenui, incoscienti, illusi, disturbatori, folli.
E’ il destino che ci riportiamo addosso e che ci isola nel ruolo di vittime predestinate, dai tempi di Socrate, dei Gracchi, di Cristo, di Jan Hus, di Giordano Bruno, di John Palach, di Luther King, di Placido Rizzotto. Com’è lungo quest’elenco e come gronda sangue! A che è servito? A creare santi laici? A riascoltare ogni volta il lamentoso pianto della cetra di Orfeo che, sulla soglia dell’Ade, dopo avere attraversato fiumi di angoscia, appena leniti dal dolce suono della sua cetra, ha perso per sempre Euridice appena riconquistata?
E adesso il rientro si ossida in quest’aria di smobilitazione che si solidifica su un’afa di  esteso oblio, di insipienza, di accettazione rassegnata, di conservazione convinta, di apparenze elaborate, di sapienti architetture di parole, applausi, parate disparate, sfilate ordinate, il tutto con la prescritta giacca e cravatta, l’abito sobrio ed elegante, e contorni vari di strette di mano, baci, targhe, corone, striscioni, rassegna di tipi squallidi in rappresentanza delle istituzioni, presidenti, deputati, sindaci,  assessori, parenti, capitani e arcipreti,  tutti a passeggiare sul sangue dei morti, tra scornamenti,  verifiche sui presenti, ecco esplodere l’urlo di “raggia”: “Peppino è vivo ”, e invece no,  egli non sta più  tra i compagni a pugno chiuso, perché Peppino è morto e non lotta più insieme a noi, “Paolo vive”, ma non certo tra i camerati a braccio alzato, perché Paolo è morto nel caldo di luglio, assieme a tanti altri, e nessuno saprà mai  l’angoscia del mare della morte che si chiude sulle loro teste, la stretta  del non sentirsi più, l’ultimo attimo, la dispersione dentro uno spazio senza tempo, e la tumulazione finale nel pantheon dell’immobilità. (da una mia poesia “Parole”).
“Nessuno ci vendicherà, la nostra pena non ha testimoni”. Nessuno ci è mai stato dentro per tornare e potere raccontarlo. Sofferenza che non ha limiti, scivolo nelle sabbie mobili, angosciosa coscienza di essere prigioniero del proprio esser solo, di essere stato abbandonato persino da coloro su cui credevi di poter contare. Senza trovare, come Admeto, una vita in cambio della tua che non c’è più, senza avere a fianco la compagna Alcesti che si sacrifica, senza Eracle che la restituisce alla vita.
Alla fine c’era riuscito, aveva spezzato la catena, lasciato il suo posto, attraversato il sentiero che costeggiava la caverna e, sulla soglia, si era ubriacato di luce prima di abituarsi alle immagini riflesse sull’acqua e poi alla realtà misteriosa e densa di significati, dove spariva ogni pena e spuntava un sorriso: “Il comunismo non è oggetto di libera scelta intellettuale né vocazione artistica: è una necessità materiale e psicologica”.
Era tornato dentro per dire a tutti quanta ricchezza e quanta bellezza c’era fuori, ma aveva trovato gelo, diffidenza, rifiuto di rinunciare alle proprie fasulle sicurezze e comodità, instillate dai sacerdoti del potere: “L’inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida”. E nell’inverno che ha cristallizzato tutte le certezze, che ha solidificato in una lastra di ghiaccio idee, progetti, lotte e fermenti della sognata rivoluzione, ecco la beffarda, crudele domanda: “ne valeva la pena?”, “è servito a qualcosa?”, “è rimasto qualche sentiero inesplorato?”, “qualcuno disposto a bruciarsi con la disperazione?, a mettersi sulla tua traccia?”.
E l’amara bruciante conclusione: “ho dato la mia sensibilità in pasto ai cani”. Quei cani che ne hanno mangiato i resti e ne omaggiano la memoria.

Funerale
Ecco, non è più preveggenza, ma  ripetizione sistemica di ciò che è stato e che continua a reiterarsi nella sua  etichetta, comportamentalità istituzionalizzata: la bara con la croce, l’esposizione del corpo, “corpo presente, anima assente” (Lorca), il rosario avvolto tra le mani, le quattro luci agli angoli del catafalco, la ghirlanda ai piedi, il fiore perpetuo, i visi contriti, i saluti ai parenti, com’è stato?, non ci posso credere. oddiu; voleva conquistare l’immortalità ed eccolo là come gli altri, qualcuno azzarda a dire, ipocritamente, “era il migliore e lo abbiamo isolato”, qualche altro ironizza, e poi l’uscita, il corteo, la chiesa, l’orribile cerimonia che finirebbe di uccidere qualsiasi essere vivente cui è rimasto l’uso della Ragione, l’omelia, l’acqua santa, requiem aeternam, lux aeterna luceat ei, domine,  cum sanctis tuis in aeternum, quia pius est, io credo risorgerò, ed io che dentro la bara mi contorco, mi rivolto senza speranza, con in bocca la mordacchia che misero a Giordano Bruno,  senza potere uscire per gettare sul mondo la mia risata irrefrenabile, senza poter chiedere a tutti di ridere, di essere ricordato scopando in chiesa, di trasformare il tempio della morte in luogo dell’amore fisico, anzi nel luogo di qualsiasi amore terreno e celeste. Neanche l’applauso all’uscita di chiesa.
Ma soprattutto senza potere conseguire quello che sognavo da sempre, ovvero che le mie ceneri fossero, siano disperse in mare, tra le braccia d’acqua del dio Oceano, lì dov’è nata la vita e dove avrei potuto, potrei rinascere ancora.
Davanti all’atroce domanda: “qual fia ristoro ai dì perduti un sasso”, (Foscolo) avrò anch’io una lapide, un nome, una foto che dovrei cominciare a scegliere, dovrei anche pensare a una frase che so, “tanto nomini nullum par elogium”, con qualche “suca” da parte di chi legge, oppure: “io vi scongiuro, non guardate in cielo, rimanete legati alla terra”, ma questo l’ha già detto Nietzsche. O una sola parola: “uomo”: ma questo è già scritto sulla tomba del mafioso Piddu Madonia. Potrei optare per  “straniero”, ma è un termine caro a Camus. Non sarebbe male “compagno”, ma ormai sono rimasti in pochi disposti a dividere il pane. Ora che ci penso, un mio estimatore, una volta, su facebook, mi ha definito “indomito agitatore di speranze”. Che bello!!! Ok.

Tratto dal libro "Tiresia il veggente" (Edizioni Billeci)

Salvo Vitale
e Francesco Billeci raccontano, ognuno con una propria prospettiva, le sette vite concesse da Zeus a Tiresia, il più grande indovino dell’antica Grecia.
Il lavoro di Vitale è il risultato di una profonda ricerca sul personaggio, sulle sue metamorfosi, sulla divinazione, nei meandri della mitologia e della storia greca, corredato da immagini e da rivisitazioni  autobiografiche, tra le quali l’esperienza di Radio Aut vissuta assieme a Peppino Impastato.
Il racconto di Billeci, dà a Tiresia un’identità siciliana, anche nell’uso della lingua, ripercorrendo vicende legate soprattutto alla sua condizione di androgino e ai pregiudizi che caratterizzano le diversità esistenziali. Il libro è ricco di fascino narrativo, di  suggestioni, riflessioni e rielaborazioni fantastiche nel segno di un personaggio che ha attirato da sempre l’attenzione di artisti, poeti antropologi, musicisti.  Tiresia torna ancora tra gli uomini per potere ancora dir loro qualcosa sul loro futuro.

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