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Nella rivendicazione del 27 luglio 1992 della strage di Via D’Amelio, la Falange Armata distingue l’operazione terroristica di cui è protagonista in tre fasi. La prima inizia l’11 aprile 1990 a Milano con l’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile e si conclude il 2 maggio 1991 con il duplice omicidio nell’armeria di Via Volturno a Bologna; la seconda termina con la fine della fase terroristica della Uno Bianca (30 agosto 1991); la terza si conclude proprio con la strage di Via D’Amelio. L’inizio della quarta fase sarà annunciato da un comunicato del 2 febbraio 1993 e la sua conclusione sarà celebrata dalla Falange Armata con una sorta di “Bollettino della Vittoria”, poche settimane prima delle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994.
Il senso della terza (settembre 1991 - luglio 1992) e della quarta (2 febbraio 1993 – marzo 1994) fase è evidente. La terza, per esplicita e ripetuta enunciazione della Falange Armata ha per oggetto la “militarizzazione del territorio”, un tema antico per le strategie terroristiche; basti pensare agli attentati ai treni che precedettero la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. La quarta è invece la spallata finale, a suon di bombe e di ricatti, contro la prima Repubblica.
Più complesso, è capire il senso della prima (11 aprile 1990 - 2 maggio 1991) e della seconda (3 maggio - 29 agosto 1991) fase, posto, tra l’altro, che, fra i due periodi vi è uno spartiacque preciso: l’attentato a 3 carabinieri a Marbello di Miramare di Rimini del 30 aprile e il duplice omicidio dell’armeria di Via Volturno a Bologna del 2 maggio 1991. Sono due delitti che appartengono alla saga della Uno Bianca che, con una felice espressione, il giornalista d’inchiesta, Fabrizio Gatti, sull’Espresso del 24 novembre 2021, definisce “il capitolo bolognese della operazione stragista” Falange Armata.
Tuttavia, l’evento che qualifica la prima fase della Falange Armata non va ricercato fra Bologna e la Romagna, bensì a Vicenza, ove, il 25 febbraio 1991, vengono assassinati i coniugi Pierangelo Fioretto e Mafalda Begnozzi. Che a Vicenza potesse succedere qualcosa d’importante è anticipato sin dall’8 gennaio 1991, quando in un comunicato di rivendicazione dell’eccidio del Pilastro, uno dei delitti più efferati (e più anomali) della Uno bianca, la Falange anticipa una prossima azione a Vicenza.
Dopo l’omicidio dei coniugi Fioretto, tutto procede secondo le abituali prassi comunicative falangiste; uno o due brevi comunicati di rivendicazione, quindi, qualche giorno dopo, nel caso di specie il 1° marzo 1991, arriva il comunicato politico, quello, per così dire, ufficiale. In quella occasione la Falange Armata dirama una sorta di manifesto politico articolato in quattro punti:

- la lotta contro la classe politica “vile, ipocrita, predatoria e corrotta”;

- la lotta contro la “feccia di immigrati multinazionale” che toglie “spazio, diritti, serenità, lavoro agli autoctoni” e, a tal proposito, evoca gli assalti ai campi nomadi di Bologna;

- l’anticipazione delle successive strategie separatiste, riassunto nell’anatema contro le “imprese mercenarie del Nord che hanno deciso d’impiantare i loro affari nel meridione d’Italia”, evocando a tal proposito il duplice omicidio Vecchio-Rovetta (Catania, 31 ottobre 1990) e quello vicentino;

- la critica della ipocrita conduzione della vita carceraria, con un richiamo all’omicidio di Umberto Mormile.

L’ambizioso respiro del testo e il richiamo a tutte le principali azioni falangiste di quei mesi danno al comunicato il senso di un punto d’arrivo della prima fase. L’organizzazione debutta l’11 aprile 1990 con l’omicidio Mormile; evoca per la prima volta il nome Falange Armata in un comunicato del 22 maggio 1990; risolve problemi di rapporti interni con la Falange Armata Carceraria, evidenziati in vari comunicati di novembre e dicembre 1990; nel comunicato del 5 novembre 1990 scopre le carte sulla propria natura, proponendosi con brani clamorosi sul rinvenimento del memoriale Moro dell’ottobre 1990, come una ciste profondamente innervata nei gangli dello Stato; inizia a farsi conoscere all’opinione pubblica, soprattutto con le azioni di Bologna. Con il pretenzioso manifesto politico del marzo 1991 è, ormai pronta per i passi successivi.
L’estate di sangue in Romagna del 1991 targata Uno Bianca sembrerebbe il profilo qualificante della seconda fase della Falange Armata e nessuno può dubitare che quegli episodi consacrino la sua fama nefasta. Tuttavia, anche in questo caso, la vicenda che qualifica il periodo, non appartiene al “capitolo bolognese”, bensì all’omicidio del giudice Scopelliti avvenuto in Calabria il 9 agosto 1991. Nel comunicato di rivendicazione dell’11 agosto, la Falange Armata assume la “paternità politica e morale” del delitto; è una gergalità analoga a quello con cui la Falange rivendicherà i delitti e le stragi siciliane del 1992. La formula si caratterizza per la mancata assunzione della “paternità militare”, terminologia utilizzata nelle rivendicazioni di altri delitti. In questo modo, la Falange Armata lascia a altri la responsabilità della materiale esecuzione del delitto. Tuttavia, segnala la loro adesione al progetto falangista (“paternità politica”) e al proprio impulso eversivo (“paternità morale”).
L’omicidio Scopelliti costituisce il punto d’arrivo strategico della seconda fase falangista, perché la ricerca di alleanze è la cifra che la caratterizza. Per averne conferma basta mettere cronologicamente in fila i comunicati e i delitti a cavallo della transizione fra le prime due fasi.

- Una telefonata del 28 aprile 1991 annuncia un comunicato di particolare importanza perché è frutto di una riunione politica della Falange Armata. È una dichiarazione di guerra: “Terminano qui gli avvertimenti incruenti, … La lotta armata sarà durissima. Noi siamo pronti … La lotta è giusta. La memoria vigile, l’organizzazione ferrea. La società pronta. La vittoria sicura”.

- Il 30 aprile a Marbello di Miramare di Rimini 4 persone a bordo di una Uno bianca si pongono in coda a un’auto dell’Arma e, affacciandosi ai finestrini, senza alcuna ragione, sparano ai tre carabinieri che li precedono, Mino De Nittis, Vito Tocci e Marco Madama;

- Il 1° maggio la Falange assume “la paternità politica e militare” dell’attentato e parla di “intesa con altri gruppi in Italia e in Europa”;

- Il 2 maggio, mentre un blackout elettrico isola il centro di Bologna, nell’armeria di Via Volturno un killer uccide Licia Ansaloni e Pietro Capolungo che del negozio erano i gestori;


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- Il 4 maggio un comunicato della Falange spiega la “nostra ferma determinazione di evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei consolidati, feroci, predetti meccanismi dell’organizzazione”;

- In cinque notti comprese fra il 27 maggio e il 22 agosto 1991, delle bombe colpiscono vari obiettivi spagnoli in territorio italiano. Gli attentati vengono rivendicati congiuntamente dall’ETA, organizzazione terroristica basca e dalla Falange Armata;

- Il 17 giugno, la Falange Armata giustifica il proprio ritardo rispetto ai precedenti annunci e parla di un “periodo interlocutorio finalizzato alla struttura politica e organizzativa su scala europea della nostra organizzazione” e comunica che saranno colpite città e regioni; due giorni dopo, a Cesena, viene assassinato Graziano Mirri, delitto rivendicato dalla Falange il 18 giugno che segna l’inizio della campagna terroristica romagnola della Uno bianca.

Non c’è dubbio che la narrazione falangista sulla sua “intesa con altri gruppi in Italia e in Europa” abbia una sua intrinseca coerenza.
Con troppa fretta è stata liquidata come una fanfaronata l’intesa della Falange Armata con l’organizzazione terroristica Basca. Dopo gli attentati coevi con la seconda fase della Falange Armata, nella notte fra il 25 e il 26 giugno 1992, nuove bombe colpiscono obiettivi spagnoli in Italia. La mattina del 26 giugno un comunicato della Falange Armata evoca incomprensibilmente Carrero Blanco, il successore di Francisco Franco ucciso in un attentato dell’ETA nel dicembre 1973. L’improvvisa ricomparsa nel giugno 1992 del terrorismo basco in Italia e lo sferzante richiamo a Carrero Blanco meritano di essere letti in relazione alla strage di Capaci, in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, nonché gli uomini della scorta. Infatti, le sofisticate modalità esecutive con cui viene programmata ed eseguita la strage di Capaci evocano quelle adottate dall’ETA per assassinare Carrero Blanco. Suggestioni? Possibile, ma si rilegga una delle rivendicazioni dei delitti contro obiettivi spagnoli nel 1991, quasi un anno prima della strage di Capaci. La Falange Armata parla “di una cooperazione tecnica e militare sul piano internazionale che fa perno su di una equazione molto semplice: quanto la Falange Armata ha dato e dà alla causa dell’ETA spagnola e a quelle di altre formazioni estere, tanto, al momento opportuno, tali formazioni hanno dato e daranno sul piano tecnico e operativo alla causa della Falange Armata”.
Con troppa superficialità, inoltre, si è sorvolato sulla formula delle rivendicazioni con cui la Falange Armata, a partire dall’omicidio Scopelliti, ha assegnato la “paternità militare” di stragi e omicidi a organizzazioni che agivano d’intesa con lei. Da decenni si parla di suggeritori esterni di Cosa Nostra; tuttavia, sebbene la Falange si sia collocata in tale ruolo contemporaneamente ai fatti stessi, anzi, li ha annunciati, la sua debordante presenza continua da decenni a restare nell’ombra. Se ciò è successo, non c’è dubbio che molto merito va alla capacità dei falangisti di eliminare le “smagliature”. I due delitti che si collocano nella fase di transizione fra la prima e la seconda fase ne sono un esempio.
L’attentato ai carabinieri De Nittis, Tocci e Madama del 30 aprile 1991 evoca le modalità con cui Roberto e Fabio Savi hanno narrato la tragica serata del 4 gennaio 1991 al quartiere Pilastro di Bologna in cui vennero uccisi i carabinieri Moneta, Mitilini e Stefanini. Un “racconto indecente”, smentito da testi, perizie balistiche e indagini autoptiche eppure “passato” per buono. In fondo, si è detto, la stessa cosa era accaduta a Rimini il 30 aprile, meno di quattro mesi dopo. In realtà è un racconto che, per la Falange, ha il pregio di presentare i fratelli Savi, ritenuti unici responsabili dei delitti della Uno Bianca, come una banda isolata e impermeabile a qualsiasi altra forma criminale.
Il duplice omicidio dell’armeria di Via Volturno ha, ancora una volta, lo scopo di eliminare due testimoni scomodi sui contatti di Roberto Savi, che abitualmente frequentava quella armeria.
La Falange Armata è una storia unitaria che si è coerentemente snodata per 4 anni e per 4 fasi da lei stessa enunciate ed effettivamente coerenti con le tappe della sua crescita eversiva. La parcellizzazione dei delitti falangisti in tanti capitoli separati, l’eliminazione delle “smagliature” e la fioritura di depistaggi volti a localizzare e decontestualizzare i fatti hanno impedito di dissodare praterie investigative rimaste incolte. Forse, non è troppo tardi per farlo.

Foto © Emanuele Di Stefano

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