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L’addio della grande fotografa morta all’età di 87 anni, la notte del 13 aprile, lascia attoniti tutti. E in particolare i social, inondati dei suoi stessi scatti, oppure di immagini che la ritraggono segnata ma sempre fiera, con quel tocco di allegria che l’ha sempre connotata. Ecco un ritratto inedito di chi l’ha conosciuta da vicino

Battaglia di nome e di fatto. I suoi scatti hanno lasciato sguarnito quasi nessun angolo di storia d’Italia, soprattutto siciliana che è poi la nostra storia. L’addio di Letizia Battaglia morta all’età di 87 anni, la notte del 13 aprile, lascia così attoniti tutti. E in particolare i social, inondati dei suoi stessi scatti, oppure di immagini che la ritraggono segnata ma sempre fiera, con quel tocco di allegria che l’ha sempre connotata: un profluvio di ricordi e tanto affetto l’attimo dopo che la ferale notizia si è sparsa. Capelli rosa, sigaretta perennemente in bocca, la fotografa che ha mostrato con i suoi scatti la mafia più barbara, e che si è poi spesa in politica (come consigliera comunale con i Verdi e assessore in una delle giunte guidate da Leoluca Orlando poi) ha lasciato anche una sua biografia Mi prendo il mondo ovunque sia (Einaudi 2020, pagg. 266) scritta con la giornalista Sabrina Pisu, anche autrice – insieme al magistrato Vincenzo Calìa – di un libro-inchiesta sull’omicidio di Enrico Mattei, ex presidente dell’ENI, edito nel 2017 da Chiarelettere. Libro da cui poi tutto con la fotografa è partito.

“L’HO CONOSCIUTA NEL 2015″ - Infatti, dice Sabrina: «Ho conosciuto Letizia nel 2015, le avevo scritto per proporle di organizzare al Centro Internazionale di Fotografia, quando avrebbe aperto, una mostra sul Caso Mattei con una serie di fotografie inedite, alcuni oggetti personali di Enrico Mattei e piccole parti dell’aereo nel cui schianto il 27 ottobre del 1962 perse la vita il fondatore e presidente dell’Eni. Documenti inediti che hanno costituito prove importanti nella monumentale inchiesta condotta oltre trent’anni dopo con ostinazione dal magistrato Vincenzo Calia». È iniziato così insomma il rapporto di amicizia e collaborazione che ha portato a scrivere come un’autobiografia dentro una biografia, ostinata e contraria come la protagonista, il suo ultimo lascito. «Volevo conservare la memoria del suo grande impegno civile e quello di tutti coloro che hanno pagato con la vita il sogno di costruire una società libera dalla violenza e dal ricatto della mafia, come Falcone e Borsellino» ha aggiunto Sabrina.

“LA FOTOGRAFIA MI HA REINVENTATA COME DONNA” - Nella premessa a Mi prendo il mondo… la Signora Battaglia ci tiene a sottolineare con parole sue il perché del libro: «Se ci guardo, mi rendo conto di non essere nata una sola volta, la mia storia non è stata una linea retta. Mi sono spezzata e sono ripartita più volte, ogni volta più consapevole di prima. Sono nata come persona solamente quando avevo trentanove anni: è stata la fotografia a reinventarmi come donna, a darmi un’identità, un’autonomia, a farmi superare timori e ostacoli. È stata la macchina fotografica, arrivata nelle mie mani un po’ per caso, un po’ per necessità, che ha aperto le porte di quella prigione interiore in cui ero rimasta intrappolata, facendomi scoprire me stessa e la mia intima libertà. Ci sono voluti anni. Tanti anni perché io avessi coscienza del senso di me in rapporto alla mia terra, in rapporto al mondo».

IL MATRIMONIO A 16 ANNI - È un libro questo, infatti, che tra le altre cose racconta anche della difficoltà di essere libera e lontana dai canoni che si ritenevano “giusti” per le donne: un matrimonio precoce a soli 16 anni stretto per le sue ambizioni e la sua voglia di raccontare (scrivendo non era ancora tempo per le foto). Un lungo percorso che la porterà poi a separarsi e a vivere liberamente soprattutto per la fotografia. Tra i tanti scatti del suo lavoro, ci racconta Sabrina: «io credo che lei fosse molto legata alle fotografie fatte a Pier Paolo Pasolini, sia perché lui è stato uno dei suoi pochi punti di riferimento culturali ed etici, uno dei suoi “Invincibili”, sia perché le sue sono state le prime fotografie che fece a Milano dove mosse i primi passi da donna libera che cercava la sua affermazione. Era l’11 novembre del 1972 e Pasolini al Circolo Turati era protagonista del dibattito Libertà di espressione tra repressione e pornografia sul suo ultimo film I racconti di Canterbury, bloccato di continuo per presunta censura a causa di una presunta offesa al comune senso del pudore. Letizia ricorda e racconta anche nel libro un’atmosfera ostile nei suoi confronti, la sua faccia addolorata, che esprimeva anche attraverso i gesti, non capiva le accuse che gli venivano mosse. Lei in quel volto chiuso in sé stesso tra le mani ha visto l’incomprensione che porta alla solitudine».

LE FOTO CHE NON HA MAI FATTO - Se chiedi a Sabrina quali sono le immagini che hanno fatto più male a Letizia, legate al suo rapporto con Palermo, allora spuntano fuori le fotografie che non ha mai fatto «come raccontiamo nel libro: il 23 maggio del 1992 – continua Sabrina – non riuscì ad andare a Capaci. Andò in ospedale, sperando che Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo fossero ancora vivi. Non riuscì a fare fotografie neanche in via D’Amelio, sono tutte immagini rimaste nella sua testa, non averle fatte le faceva provare vergogna perché si era sottratta al dovere di documentare, testimoniare. Ma tutto il dolore che aveva fotografato fino a quel momento l’aveva sopraffatta, e cominciava ad ossessionarla, si era depositato dentro di lei mettendo radici. E su Palermo, dice ancora Pisu: «lei ha raccolto il grido della città, non è stata una semplice riproduttrice del dramma ma di questo dramma si è fatta carico, se n’è presa la responsabilità. E lo ha fatto fino in fondo, al punto di rottura di ogni confine tra fotografia e realtà. Le sue immagini non raccontano solo la storia di Palermo ma anche la sua. Con Letizia Battaglia non c’è più distinzione tra la storia che si compie e chi la racconta, il connubio è totale e lacerante. Quegli omicidi per troppo tempo erano stati guardati con indifferenza e anche cinismo, la società civile si sentiva giustificata nel sentirsi esonerata».

LO SCATTO A MATTARELLA - Certo, esiste la foto che più di tutte l’ha resa famosa: lo scatto che immortala il gesto di Sergio Mattarella mentre accoglie tra le sue braccia il fratello Piersanti crivellato dalla mafia il 6 gennaio 1980 (anche se le recenti indagini ormai chiuse indicano una verità che ancora non si conosce), ma uno degli aneddoti importanti, summa se vogliamo del lavoro giornalistico e fotografico insieme, restituito da Letizia Battaglia nel libro, è quello che fa riferimento all’ex Senatore Giulio Andreotti quando ricopriva la carica di Presidente del Consiglio nel 1979. La fotografa racconta di aver scattato una immagine di lui insieme a uno degli esattori in odore di mafia Nino Salvo e anche a Vito Ciancimino, il sindaco simbolo del sacco di Palermo che si indicava ormai come fuori dal partito. La notizia era invece proprio la presenza di Ciancimino in quella foto e poco dopo lo stesso Andreotti viene ritratto sempre da lei presso l’Hotel Zagarella, altro luogo-simbolo della mafia palermitana di allora e di proprietà dei Salvo. Negli anni 90, racconta quindi la fotoreporter Battaglia, quelle foto finiscono nei fascicoli d’indagine sul processo contro Andreotti (riconosciuto responsabile del reato di associazione per delinquere con Cosa Nostra fino al 1980 e prescritto invece per gli anni successivi). Le immagini come firma dei fatti e della storia insomma, mai più tornate però in suo possesso. «Letizia ha sempre amato tutte le bambine delle sue fotografie – dice ancora Sabrina riannodando il nastro dei ricordi con lei condivisi -: spaesate, timide, con lo sguardo già un po’ compresso dalle esperienze: le ha rese protagoniste della sua fotografia affinché loro diventassero protagoniste delle loro stesse vite». E sono queste le immagini più vicine agli ultimi anni, purtroppo costretti dalla malattia, a ricordarci perché si può essere sempre in trincea ma con il sorriso.

Tratto da: oggi.it

Foto © Shobha

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