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La storia della sinistra italiana è costellata da una lunga escalation di separazioni più o meno consensuali, divergenze parallele, brusche divisioni, fratture insanabili e frazionamenti sub-atomici. Considerato che tutto ebbe inizio, centouno anni fa, con una scissione, si viaggia nel solco di una consolidata tradizione.
Con un piccolo, ma necessario distinguo.
La scissione di Livorno ampliando il dibattito e la qualità della proposta politica, introdusse nell’agone un soggetto nuovo. In mancanza del quale sarebbe stato difficile, se non impossibile, dar vita alla Resistenza e alla rinascita democratica del paese.
Le attuali frammentazioni hanno prodotto tanti piccoli eserciti della via Pal. Una nebbiolina corpuscolare. Senza senso, avrebbe detto qualcuno che ci amava, né di affanno, né di pace.
Quando invece i tempi e la desertificazione del pensiero, rattrappito sul delirante teorema di una crescita infinita, imporrebbero una forte presenza della sinistra. Naturale contrappeso ai disumani eccessi dell’economia. Necessario macchinista per un convoglio impazzito, che avanza bulimico ingurgitando forma e sostanza del mondo.
Sull’argomento è intervenuto Angelo d’Orsi pubblicando un lucido e articolato appello per una Costituente della Sinistra. Nella sua doppia figura di storico, tra i più autorevoli del panorama culturale non solo italiano, e di politico. Essendo stato, nel 2021, candidato sindaco di Torino, con le liste di Sinistra in comune, Pci e Potere al popolo. Data la statura dell’autore, rara avis nell’attuale classe politica, e l’importanza dell’argomento, gli abbiamo chiesto di parlarne con noi.

D: Professore D’Orsi, il risultato ottenuto alle comunali di Torino, viste le premesse e le forze in campo, è più che lusinghiero. Quarto con più di ottomila voti e subito dietro i tre candidati dei maggiori schieramenti. Eppure lei, già nelle prime righe dell’appello, parla di sconfitta. Essere il primo degli altri non le basta. Un linguaggio nuovo, per un’area politica adusa a sbandierare un decimale in più.
R: Una delle lezioni che la sinistra deve imparare è ammettere le proprie manchevolezze, i propri errori, le proprie responsabilità. Quando si perde, non è colpa di chi vince, non è colpa di chi non ti ha votato, la colpa è tua, ossia di chi non ha saputo giungere alla mente e al cuore dell’elettorato, per farsi comprendere, e quindi, scegliere col voto. Inoltre sono sempre stato idiosincratico ad ogni forma di trionfalismo, che quando si è sconfitti nelle urne riesce particolarmente fastidioso. Ed è accaduto. Ed accade regolarmente. Credo che si tratti non di una mera questione di stile (che pure è importante), ma piuttosto, di metodo. Ammettendo la sconfitta ho implicitamente invitato a riflettere sulle sue ragioni. Capire perché si perde è fondamentale per vincere in altro momento. Poi, certo, a Torino la sinistra è andata benissimo se paragoniamo ai risultati di Roma, Milano ecc. Ma questo non può bastare per una valutazione positiva della prova elettorale. Abbiamo perso, ho perso, e questo è il dato essenziale.

D: lei punta, giustamente, il dito contro la supremazia dell’economia sulla politica. Stiamo assistendo all’incontrastata affermazione di entità economiche talmente grandi, da superare per risorse gli stati nazionali. C’è il rischio, insomma, che la prossima guerra sia combattuta tra Google e Amazon. Come può opporsi a questo una classe politica ormai assuefatta alla questua con le varie lobby e che ha come massimo orizzonte temporale i sondaggi del fine settimana?
R: La politica, in una delle innumerevoli definizioni che ne sono state fornite lungo i millenni da Platone a oggi, è “l’arte di guardare lontano”: ecco il ceto politico, direi tutto, non sa guardare lontano, perché è privo dell’etica della responsabilità, che ci obbliga a chiederci, prima di agire, gli effetti prevedibili dell’azione che stiamo per compiere. La politica è prospettica, e non può vivere au jour le jour, come dicono in francesi, ossia immersi nella piatta quotidianità. Ciò detto, non c’è dubbio che la politica sia stata oggi completamente sorpassata, sconfitta e schiacciata dall’economia. È l’economico oggi a comandare, e domina la sovranazionalità dell’economia. Gli Stati nazionali ormai contano poco anche dal punto di vista militare. Si è riaffacciato potentemente il military-industrial complex, davanti al quale la politica, le politiche nazionali contano poco. E la politica militare, la politica internazionale, ormai la gestiscono solo apparentemente i ministri degli Esteri, e le istituzioni sovranazionali come l’ONU. Ormai sono agenzie private di fatto a gestire le guerre, come la diplomazia, come le stesse politiche interne (esistono studi consolidati che dimostrano che buona parte delle elezioni negli ultimi anni sono state decise a tavolino da agenzie di comunicazione, legata e precisi interessi economico-finanziari). La vittoria di Bolsonaro in Brasile ne è un esempio.

D: il mito della crescita infinita ha già prodotto, nel secolo scorso, il crollo del ’29 e la Grande Depressione. Eppure i neoliberisti continuano a propugnarlo come fatto reale. Davvero la storia non ha scolari.
R: Freud commenterebbe: è disperante, si commettono sempre gli stessi errori! Il neoliberismo non è solo un orientamento economico, ma una filosofia di vita, un’antropologia, qualcosa che sta cambiando le nostre vite e il nostro modo di pensare. È il trionfo della struggle for life: ogni legame sociale, ogni forma di solidarietà umana, ogni capacità di provare empatia per la natura e tutti gli esseri viventi viene cancellato, raso al suolo. Non è più il trionfo del mercato, ma dell’individualismo proprietario, della corsa all’arricchimento personale, e questo sotto l’ottica di un produttivismo sfrenato. Produrre, per arricchire però non la nazione, non la comunità, bensì un pugno di famiglie e individui.

D: La rabbia sociale che cova nelle periferie può davvero trasformarsi in azione politica? E soprattutto, con quali tempistiche? Non c’è il rischio di trovarle già occupate dalla destra?
R:Il mio appello per lanciare un processo costituente della sinistra, di una sinistra che sappia rinascere dalle proprie ceneri, mira anche a impedire questo processo: il rischio che lei paventa è reale e concreto. E lo abbiamo sperimentato anche nelle Elezioni amministrative a Torino: le periferie a cui io mi sono rivolto, con tutta la Coalizione che mi sosteneva, o non hanno votato oppure hanno scelto la destra, quella estrema. Ossia la forza politica che demagogicamente si presentava come interprete della rabbia, e del resto anche nella sua retorica comunicativa, rabbiosa, volgare, esprimeva quel tipo di sentimento. Lo spazio oggi in effetti è largamente occupato dalla destra, mentre un altro segmento di quello spazio della rabbia sociale è finita come pascolo per i movimento no mask, no vax, no green pass. Movimenti senza alcuna identità al di là della rabbia, dell’impotenza, per cui hanno attratto individui di varia identità politica, perlopiù di strati sociali inferiori.

D: parlando delle proteste contro il green pass, lei dice che hanno una ragione d’essere, trattandosi di una scelta politica di dubbio valore e con elementi di discriminazione. Possibili alternative?
R: Non sono d’accordo con chi contesta in quanto tale il gp, e ancor meno con chi contesta il vaccino o la mascherina. Ma ritengo che ci siano stati numerosi e gravi errori di valutazione e di comunicazione da parte dei governi che si sono succeduti alla guida del paese. Errori che hanno indotto dubbi, confusione e incertezze: un processo implementato, naturalmente in peggio dai media e ancor più dalle “reti sociali”, dove si sono diffuse le più grevi balordaggini, consultando sedicenti studiosi mai accreditati in nessun consesso scientifico. E in ogni caso respingo totalmente le senili farneticazioni di Giorgio Agamben, e le esibizionistiche affermazioni di quanti (pochissimi a onor del vero) che gli si sono affiancati o accodati. La dittatura sanitaria è una solenne scempiaggine. Tutto questo ci dovrebbe portare non a respingere il vaccino o i dispositivi di protezione, e neppure il gp, ma a valutare che quest’ultimo ovviamente non ha un significato puramente scientifico (prevenire il diffondersi del virus), ma accanto ad esso può averne uno negativo di discriminazione ai danni dei lavoratori essenzialmente, di coloro che vivono situazioni lavorative fondate sull’assembramento delle persone, che sono gli stessi che l’assembramento lo vivono due volte al dì sui mezzi di trasporto. La colpa irredimibile di questa classe politica, al centro come alla periferia, è, dopo la destrutturazione della Sanità pubblica, il non aver posto al centro dell’agenda di governo il problema scuola e il problema mezzi di trasporto. Io sono per la vaccinazione obbligatoria punto e basta, salvo casi particolari, dettati da ragioni mediche. La vaccinazione deve risultare in una banca dati nazionale alla quale si può accedere per le verifiche e i controlli.

D: rimanendo in tema. Il fenomeno no-vax e no green-pass, al netto delle strumentalizzazioni neofasciste, assomiglia un po’ alle eresie di stampo dolciniano. Una ribellione sociale travestita da protesta anticlericale ieri, e antiscientifica oggi. Con alla base una profonda sfiducia nei confronti del potere. Non avranno ragione per i motivi sbagliati? Sbagliare motivo, e di conseguenza bersaglio, non finisce per giovare al potere stesso?
R: Non sono del tutto d’accordo, anche se il paragone è suggestivo. Io credo che prima che questa ondata di sfiducia nella scienza e nel potere, abbia avuto due potenti motori: la televisione, con la sovraesposizione di una categoria di scienziati che fino a due anni fa nessuno conosceva e prendeva in considerazione: i virologi, e al loro fianco, ma in competizione, gli immunologi e via seguitando; e nella sovraesposizione è compresa la perdita di credibilità- A ben riflettere, era persino prevedibile che chi viene intervistato su una mezza dozzina di reti, ogni 12 ore finisca per contraddirsi, e l’esibizionismo e la vanità sono stati cattivi consiglieri, portando gli uni contro gli altri, per ritagliarsi degli spazi di “visibilità”. Il secondo motore è costituito dalle reti sociali, in particolare Facebook, che ha sollecitato, anche in competizione con la tv, la vanità e l’autorappresentazione dei suoi aderenti, sollecitandoli, indirettamente, a esprimersi. E in un processo che ha coinvolto altri ambiti, abbiamo assistito a un rapido prevalere della doxa sull’epistème. La scienza si è trasformata in opinione. E tutto questo, ha finito per convergere con gli errori governativi (a livello di governo centrale e locale). Insomma, una fiera delle vanità combinata con una fiera delle incompetenze, in cui ha giocato un ruolo importante, e crescente, la rabbia sociale, che, alimentata da demagoghi davvero senza scrupoli e sorretta da filosofi in disarmo, ha scambiato la lotta contro mascherine vaccini e certificati per una lotta di libertà. Ma chi parla di libertà, senza aggiungere giustizia, e senza tener conto dell’interesse generale fa sempre un discorso controrivoluzionario, finisce inevitabilmente, sempre, sui lidi della destra.

D: qualche giorno fa, un ragazzino di 17 anni è morto schiacciato da una putrella. Perché invece di essere a scuola, stava facendo tirocinio presso una ditta privata. In un altro universo sarebbe lavoro minorile gratuito. Da noi si chiama alternanza scuola-lavoro. Possiamo dire che questa morte grava sulla coscienza di certa politica?
R: Beh la risposta è insita nella domanda. Interpellerei al riguardo gli inventori della cosiddetta “buona scuola”, che sono gli stessi che hanno lanciato il jobs act e hanno provato reiteratamente a ferire la Costituzione.

D: Nell’appello si parla senza mezzi termini di allarme fascismo. Guardando al fenomeno Trump e ai vari sovranismi europei, mi pare sia in atto una mutazione semplificativa del fascismo su scala mondiale. Feroce egoismo globalizzato, lasciando in soffitta svastiche, labari e gagliardetti. Un annacquamento identitario, che all’apparenza sembra sminuirlo, ma invece ne aumenta le chance di proselitismo, soprattutto tra le classi povere. Tempo fa, la direttrice di una nota rivista rifiutò un mio articolo basato su questa tesi, sostenendo che era una riflessione personale senza evidenze scientifiche (sic). Lei come la vede?
R: A me pare ci siano oggi due fascismi in campo: un fascismo che corrisponde a quello che lei sottolinea, una forma ossia modernizzata di fascismo inteso come volto feroce del neoliberismo globalizzato e globalizzante, strumento di azione e egemonia della finanza; e un secondo fascismo che è quello “canonico” compresi saluti romani, gagliardetti e via seguitando. Sono soggetti che esercitano la violenza in modo diverso: la violenza soffusa e diffusa, pervasiva, sotterranea, nel primo, una violenza classica fatta di aggressioni fisiche, devastazioni, e quant’altro: l’assalto alla sede CGIL a Roma è la dimosrtazione palmare che il fascismo nella sua forma “storica” non è affatto morto e sepolto. Non va sottovalutato, come non va sottovalutato neppure il “nuovo” fascismo.

D: lei indica due punti come prioritari: la questione meridionale e l’interconnessione tra dimensioni locali, nazionali e mondiali. La mente va subito al reddito di cittadinanza, che tanto ha giovato alle fortune meridionali dei 5stelle, e al modo nostalgico con cui certi attivisti di sinistra si rapportano con Russia e Cina...
R: Finché la Sinistra non metterà al primo punto della sua agenda la questione meridionale non sarà in grado di essere davvero “nazionale”, e con il RdC la sinistra si è fatta battere dai 5S che peraltro lo hanno usato in chiava meramente elettoralistica.
Del resto si tratta di un ambito problematico che è anche internazionale, perché esiste un Sud del mondo che si connette al nostro Sud, e schierarsi a sinistra significa assumere il punto di vista di ogni Sud, ossia affrontare di petto il grande, drammatico tema della disuguaglianza. Ma questo comporta anche la necessità di una visione strategica dei rapporti internazionali, della distruzione dello stesso diritto internazionale, e per la sinistra assumere un’ottica “laica”, razionale e critica, verso i paesi-mito, vecchi e nuovo, cercando di comprendere le motivazioni reali, al netto delle rappresentazioni ideologiche, di quegli Stati. Il senso critico deve essere sveglio e attivo sempre, e deve abbinarsi alla capacità di analisi.

D: giusto per mantenere la connessione. Vale la pena morire per Danzica… pardon, per Kiev? E più in generale, ha ancora senso perseguire una politica di difesa, leggasi Nato, pensata per la guerra fredda?
R: La Nato è uno strumento obsoleto. E la UE ha perso ogni occasione finora per sganciarsi, costruire una propria politica estera: ma sono perplesso sull’idea che alcuni (ricordo fra gli altri Habermas e Todorov) hanno sostenuto di una difesa comune sul piano militare. La UE dovrebbe essere piuttosto portatrice di una radicale diversità, proprio per essere stato il Continente teatro di due conflitti devastanti, ossia dovrebbe dichiararsi zona non militare, reinvestire i fondi in opere di pace, nella conversione ecologica, e così via (c’è solo l’imbarazzo della scelta). Invece ha voluto perseguire la vecchia solita strada: essere una grande potenza economico-militare, ma sul piano economico è succube della Germania, su quello militare, degli USA. La connessione stretta fra Nato e UE è deleteria per la seconda, ma stimola il bellicismo e l’oltranzismo ideologico della prima. Sulla questione ucraina stiamo assistendo da anni a una vera e propria narrazione tossica, mistificatrice della verità e persino della verità storica, cancellando secoli di legami strettissimi fra Ucraina e la Madre Russia, e addirittura fomentando e assistendo colpi di Stato con presenza decisiva di gruppi neonazisti. Sarebbe ora che la UE prendesse in mano il proprio destino, non facendosi dettare l’agenda da Washington (ma neppure da Mosca, o da Pechino, naturalmente). Ma sono assai pessimista al riguardo.

D: nel 2021 abbiamo assistito a un femminicidio ogni tre giorni. Su 114 casi in totale, 93 sono avvenuti in ambito familiare, per opera di un convivente o di un ex partner. Ogni giorno, in Italia, circa 89 donne subiscono un qualche tipo di violenza, fisica o psicologica. Senza dimenticare la disparità nelle retribuzioni e i tanti gap ancora da superare in ambito lavorativo. Possiamo dire che, oltre a quella meridionale, c’è una questione femminile, da risolvere?
R: C’è una gigantesca questione femminile di cui i fatti di violenza sono soltanto un aspetto, anche se il più efferato e inaccettabile. Una questione che riguarda il lavoro, i salari, i posti direttivi eccetera. Ma non si risolve a colpi di decreto, con le quote rosa e l’obbligo di tracciare sulla scheda elettorale un nome femminile e uno maschile. Certo, il lavoro è politico, ma prima di tutto culturale. E quelli che nei governi predicano bene poi razzolano malissimo, al riguardo.

D: ho visto le menti migliori della mia generazione giocare a Pokemon-go, mentre migliaia di persone annegavano in mezzo al mare. Il tema dell’immigrazione è uno di quelli in cui più si è sentita l’assenza della sinistra...
R: La sinistra ha oscillato tra disinteresse e petizioni di principio, con parole d’ordine prive di contestualizzazione. O (la sinistra divenuta centrosinistra, ossia PD e cespugli) si è perfettamente omologata alle politiche della destra (si pensi alla legge Turco-Napolitano, non così diversa dalla legge Bossi-Fini; in entrambe, lo Stato mostrava il suo volto truce e insieme inefficiente. Il tema migranti è stato il principale volano del successo elettorale e del consenso politico per la destra, che ha costruito la sua egemonia precisamente su di esso. lo la Chiesa e in generale le organizzazioni del volontariato cattolico, ma anche laico, davano un sostegno concreto assai apprezzabile alle persone in difficoltà, che però non affrontava le gigantesche questioni sociali economiche e politiche che sono dietro questo fenomeno e le sue conseguenze. Un modo in fondo per mettere le toppe, evitando l’esplodere delle contraddizioni, che pure di tanto in tanto c’è stato, come sappiamo.

D: l’appello termina chiamando gli intellettuali a metterci la faccia. Lei l’ha già fatto e continua a farlo. Conoscendo benissimo e dall’interno, il mondo intellettuale italiano, prevede che “la chiamata alle armi” sortirà effetto?
R: Ho quasi paura di rispondere… perché ho paura che la risposta di quel mondo non ci sarà, salvo i “soliti noti”. Ma io non smetto di provarci.

D: in chiusura, una domanda per lo storico di razza. Dopo due decenni, il ‘900 ci aveva già mostrato le sue credenziali. Un arciduca in meno e milioni di tombe tra Verdun e Tannenberg. I grandi movimenti popolari stavano per mettersi in marcia. Il XXI secolo, invece, tarda a manifestarsi.
R: Ci sono troppe variabili ancora da identificare e definire, su questo nuovo secolo, caratterizzato dal trionfo del digitale, e dal ritorno delle pandemie, con il corredo di ancestrali paure e anche, in parallelo, di riemergere di credenze antiscientifiche. Una solta di gigantesco salto verso un passato remoto combinato con un tuffo verso il futuribile. I movimenti di massa si sono esauriti e sono rinati in forma frantumata, con obiettivi parziali, contraddittori, spesso impolitici. Il grido d’allarme di Greta sulla sorte del Pianeta non è stato raccolto, al di là delle apparenze, perché non può essere raccolto da una società che ormai è configurata come sfruttamento della natura, e non si può ridurre lo sfruttamento. Si può solo abolire. Ma è una mission impossible: richiederebbe una rivoluzione mentale, della gran parte della specie umana la quale in sostanza si sta avviando serenamente verso la propria autodistruzione. È solo questione di tempo. E l’attesa non sarà così lunga, temo…Credo che se vogliamo riassumere il presente e il futuro prossimo possiamo usare una sola parola: distopia, ossia un’utopia al negativo, il cui esito è la catastrofe. Eppure, non voglio terminare con una overdose di pessimismo cosmico-storico. E allora dirò che nell’essere umano permane la forza invincibile della speranza, che è quella che ci ha permesso, malgrado tutto, di proseguire il cammino, fino ad oggi. Ovvero, detto altrimenti, siamo obbligati alla speranza.

Foto © Imagoeconomica

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