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Nel film “Alice nel paese delle meraviglie” a un certo punto la protagonista pronuncia una frase: “Se il mondo non ha assolutamente alcun senso, chi ci impedisce di inventarne uno…”. Una frase rappresentativa di coloro che sostengono la fine dell’emergenza mafiosa. Si sono probabilmente inventato un mondo tutto loro, dove le mafie non esistono più. La realtà, purtroppo, è totalmente diversa. È vero, la mafia stragista non c’è più. Ora però c’è quella silente e mercatistica che ha già invaso l’Europa ed è molto più pericolosa di quella di Totò Riina. La lotta a questa nuova criminalità organizzata transnazionale implica una risposta repressiva efficace e globale. Non solo occorre un apparato repressivo senza crepe, ma anche una serie d’interventi in grado di educare la gente a reagire alla “tentazione” del capitale mafioso e spezzare il muro di omertà e connivenza che si crea attorno ad esso. Bisogna chiedersi se lo sbarramento delle norme attuali sarà sufficiente a reggere l’onda d’urto proveniente dal fronte degli irriducibili, quelli che sono in possesso di informazioni destabilizzanti, ma non vogliono collaborare con la giustizia. In Italia abbiamo bisogno di una legge adeguata in materia benefici penitenziari per detenuti con a carico reati ostativi. Per ottenere i benefici è indispensabile pentirsi, altrimenti si va verso un suicidio assistito dello Stato tutto a vantaggio delle nuove mafie. È bene dirlo con franchezza, anche a rischio di passare per “giustizialisti”. Secondo il Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato da maggio 2022 un centinaio di boss mafiosi potrebbe uscire dal carcere senza aver mai collaborato con la magistratura. Questo sarebbe un pessimo segnale. Il percorso di collaborazione non si colloca in un sistema di tipo “ricattatorio”, ma “riparatorio”. Collaborare vuol dire anche aprire il dialogo tra la vittima e l’autore del reato. Non collaborare con la giustizia e non dissociarsi preclude anche quest’ultimo aspetto. Se il Parlamento non legifererà con una nuova norma riguardante l’ergastolo ostativo, i rischi di un forte affievolimento dei sistemi repressivi di lotta alle mafie diverranno certezza. Occorre modificare l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario impedendo che i mafiosi stragisti che non hanno mai collaborato con la giustizia, come Giuseppe Graviano, possano chiedere di accedere alla libertà vigilata dopo aver scontato ventisei anni di carcere. Le mafie sperano molto in un allentamento della morsa da parte dello Stato italiano in special modo i capi mafia che non hanno mai collaborato con la magistratura. Potranno uscire dal carcere e dimostrare ai loro adepti che collaborare con la giustizia non conviene più. Per usufruire di benefici penitenziari i mafiosi devono dimostrare di essere cambiati, rieducati e pronti alla risocializzazione, quella vera non solo sulla carta. L’unica condotta inequivocabile è il pentimento. Senza quest’ultimo ogni decisione sulla sorte dell’ergastolano diventa un rischio troppo alto che lo Stato oggi non può permettersi di correre per se stesso e per rispetto delle innumerevoli vittime di mafia. L’art. 41 bis e il 4 bis, a mio parere, sono intoccabili se realmente si vogliono combattere le nuove mafie. Hanno funzionato e continuano a funzionare, depotenziarli vuol dire allentare la lotta al crimine organizzato in un momento storico in cui le mafie sono molto forti. La Consulta chiede la quadratura del cerchio e ha anche indirettamente suggerito la strada che il Parlamento potrebbe percorrere. Il primo obiettivo da raggiungere è l’unità politica. Dividersi in democrazia a volte è fisiologico, ma non lo si può fare quando si lotta contro un nemico divenuto quasi invincibile: la mafia. Non si tocchi il doppio binario per i mafiosi non pentiti, ergastolo ostativo compreso, perché la mafia questo si aspetta. Se uno Stato vuole lottare, veramente, il crimine organizzato non deve mai soddisfare le aspettative dei boss mafiosi.

Foto © Imagoeconomica

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