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Una targa vuol dire molto o niente. Quella dedicata l’altro giorno al capitano dei carabinieri Mario D’Aleo (in foto) al liceo Cavour di Roma vuol dire molto. Perché il capitano in quel liceo ci aveva studiato, ne era stato allievo, anche se per molto tempo la stessa scuola se n’era dimenticata. E perché l’intitolazione è avvenuta con la convinta partecipazione del “collettivo” del Cavour, cosa un tempo inimmaginabile. Per fortuna. Si pensa di più, si ricorda di più. E le istituzioni fanno la loro parte, visto che la cerimonia è stata promossa dalla Regione Lazio. Come dimenticare un liceale romano che a 29 anni sarebbe caduto sulla trincea più drammatica della Repubblica, la Palermo degli anni ottanta?

Mario D’Aleo, un giovane ufficiale alto e atletico (si trova in rete la cronaca di una partita in cui da ragazzo gioca “bene” come mediano nella giovanile della Lazio), era andato a comandare la compagnia di Monreale. Doveva sostituire il capitano Emanuele Basile, ucciso una sera per strada dai killer di Cosa Nostra mentre teneva in braccio la figlioletta Barbara. Monreale era allora uno snodo fondamentale del potere mafioso e della sua impunità. Non per nulla il processo per l’assassinio di Basile, come ha dimostrato Giuliano Turone nel suo libro Italia occulta, fu una delle vicende giudiziarie più sconce e indecenti della nazione, metafora perfetta dell’era (indimenticabile) del giudice Carnevale alla Corte di Cassazione. D’Aleo si era messo sulla scia del suo predecessore, a cui più volte aveva detto di volere dare giustizia. Aveva spiegato che “il dolore più grande per un uomo è perdere la stima di sé ed anche la voglia di lavorare. Per questo mi batterò fino alla morte perché venga fuori la verità”.

La sera del 13 giugno del 1983 venne ucciso sotto casa, in via Scobar a Palermo, insieme con due suoi fidati collaboratori, l’appuntato Giuseppe Bommarito di 39 anni e il carabiniere Piero Morici, di 27. Lo aspettavano Salvatore Biondino e Domenico Ganci con contorno di sicari, per ordine della Cupola. Conobbi quell’estate la fidanzata del capitano, una giovane dall’aria dolce con cui conviveva a Palermo. Si chiamava Antonella. Non ho mai dimenticato un particolare doloroso che l’aveva riguardata: alla messa ufficiale per i funerali le autorità di allora non le avevano consentito di sedere tra le prime file, perché non era sposata. Mi era parso un insulto a lei e ai sentimenti del capitano. Uno sfregio all’amore straziato di due giovani. Per questo quando ho avuto notizia della targa mi è venuta in mente lei e sono andato in rete a ricercarne il nome. Senza trovarne cenno. Quasi estromessa da questa storia. Forse lei stessa ha voluto così.

Però ne ho incredibilmente trovato una traccia preziosa, preziosissima (che cosa non fa l’educazione alla legalità…), in un lavoro svolto in una scuola che sta dalla parte opposta d’Italia, l’“Ettore Majorana” di Desio, uno degli istituti più attivi della Brianza in tema di antimafia. È firmato da tre studentesse, Martina, Lucia e Kristina, che hanno raccolto la storia di Chiara, allieva della scuola “Guglielmo Marconi” di Palermo, e della sua professoressa di lettere. La quale aveva parlato in classe del luogo in cui era stato ucciso tanti anni prima quel capitano dei carabinieri e in cui, invece che fiori, c’erano rifiuti. A Chiara era sembrato incredibile. Così, da sola, un tardo pomeriggio era andata a verificare. Per sentirsi d’improvviso sulla spalla la mano della sua insegnante. Che l’aveva invitata a casa sua, lì vicino. E nella casa, mentre prendeva un tè, aveva visto le foto di quel giovane capitano.

Fino a capire d’incanto: la prof era la sua fidanzata. Che tutto questo sia stato scritto in un istituto di Desio mi è parso romantico. Capace di trasformare in fiaba l’anonimato di una giovane innamorata del suo eroe in divisa.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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