Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Il giubilo e il fastidio iniziali sugli arresti di ex terroristi rossi già rilasciati, divenuti poi valanga e ridda di semplificazioni, restano racchiusi tutti nelle espressioni ormai strette che si danno di quegli anni, i quali diventano storia di "anni di piombo" o di "strategia della tensione" solo quando fanno comodo ma che in realtà tra attuali processi,inchieste più o meno segrete o poco raccontate ancora sono attualità.
Sono le stesse zone grigie che non consentono ancora una memoria interamente collettiva su quei fatti. E sembra che a entrambe le parti interessi fare luce o cercare la verità solo quando questa non contempli la propria e solo se nel farlo la verità non sia troppo "vera". Sapere cosa è successo e perché non serve alle parti politiche di quegli anni, né a mandare ormai in galera qualcuno (omicidi e stragi a parte) serve a comprendere oggi cosa è accaduto e perché siamo qui.
Forse Adriano Sofri potrebbe spiegarci perché,a esempio, in un colloquio investigativo che il colonnello Massimo Giraudo aveva condotto per la procura di Bologna all'ex Generale Giorgio Genovesi del Sid nel 1994 emerga il fatto che nel corso di una intercettazione telefonica su un numero di Lotta Continua il Viminale in quegli anni di tensione per conto di Angelo Vicari passasse dei soldi allo stesso Sofri? Ha forse a che fare con gli incontri che l'ex leader di LC aveva avuto con Federico U. D'Amato sempre del Viminale di cui Sofri stesso ci ha parlato? Non lo sappiamo però è lecito chiederlo.


03

Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani


La più grande gaffe mediatica, sorretta da un consenziente conduttore, intanto l'ha sfornata Paolo Mieli l'altra sera su Piazza Pulita che, tutto contrito e "furibondo", per giustificare la sua firma sull'appello contro Calabresi ha avuto una bella idea: quella di dar colpe per la sua e le altre firme a Pasolini, il cui nome anche compare su quell'elenco ma che da lui non è mai stato rivendicato. Nemmeno quando gridò - censurato - contro Saragat di voler fare di tutta un'erba un fascio contro gli anarchici e l'estrema sinistra si scagliò con violenza. Per una semplice ragione: la violenza non gli apparteneva, al limite la usava per legittima difesa.
La cosa(o-)scena è andata in onda con aggiuntivi commenti di rinforzo: "Eh ma se le conosci le prove allora tirale fuori". Eppure il pregio di occuparsi di materiale storiografico è fama che accompagna il buon Mieli da tempo. E però chiariamo: "Io so", ovvero l'articolo "Cos'è questo golpe", viene pubblicato nella rubrica Tribuna Libera sul Corsera il 14 novembre 1974, Luigi Calabresi viene ammazzato il 17 maggio 1972. Addossare dunque allo scrittore colpe altrui per chi ha aderito a certe logiche è rimasto uno sport da freccette spuntate, senza fatti, per rigirarli e ante-datarli a proprio piacimento. Umberto Eco e Italo Calvino hanno avuto l'opportunità di scusarsi con lo scrittore per altre cose dopo il massacro di quella notte; costoro invece sapendo che lo scrittore non può più difendersi continuano a martoriarlo.


mieli piazza pulita


Sempre in quel "Io so ma non ho le prove" (prove che otterrà poi a poche settimane dalla morte come svela un dossier a lui inviato a metà ottobre del 1975) Pasolini intanto faceva un unico nome quello di Vito Miceli, arrestato in quei giorni per l'inchiesta Rosa dei Venti che il porto delle nebbie della procura romana ingloberà insieme al processo sul Golpe Borghese per poi completamente annientarla (basta chiedere al giudice Tamburino, titolare di quella inchiesta scippata, che ancora oggi per il processo di Bologna sulla strage alla stazione in corso ha detto la sua: si chiama attualità non storia). Sminuire come ha fatto dunque lo stesso Mieli in TV le trame nere di quel periodo ancora da sbrogliare, serve forse a non voler parlare di altro? Il caso Moro, la vicenda a più alto tasso di domande senza risposta della nostra Repubblica, pare non sia bastato.
Quando il giornalista Pasolini scriveva di non avere le prove (ma citando Miceli PPP citava la cronaca, i fatti) affermava il vero in quel momento ma questo non gli impedì di usare l'ars retorica propria del letterato per qualcosa sulla quale ha sempre cercate le risposte fino a chiedere negli articoli del 75 un processo penale (era questo che chiedeva PPP non il "processo del popolo": si tenta sempre di spostare i due piani su di lui per cercare coperture ideologiche). Al momento dell'uscita del suo articolo sul Corriere, mentre si apriva il periodo di transizione verso la P2, diretto comunque dal coraggioso Ottone, in prima pagina campeggiava a caratteri cubitali l'editoriale "Il soldato perduto".


corriere


E poi: l'appello firmato e sostenuto da molti contro Calabresi risale al 1971 anno in cui Pasolini firmava, distanziandosene in parte, la regia del film "12 dicembre" insieme a Lotta Continua. Il suo appoggio per la libertà di stampa anche verso LC lo ha pagato con le indagini contro di lui e i dossieraggi su di lui (lo conferma l'ex Sid Gianadelio Maletti), Pasolini però non sposava per nulla la metodologia di allora di LC contro Calabresi, fatto che in Petrolio l'autore cita tra l'altro. Distanza da LC che nello stesso romanzo postumo lo scrittore sottolinea. Infine dal 71 al 74 passano ben tre anni, se la cronologia conta qualcosa.
Nella lettera che Giuseppe Pollicelli su La Verità ha citato tre giorni fa del 25 settembre 1975,da me diffusa in Pasolini Massacro di un Poeta (e che nessuno né i protagonisti di allora né quanti ne scrivono oggi avevano mai letto prima del 2015) quella indirizzata a Ventura che lo spronava a rivelare cosa sapeva delle stragi, il Giornalista Pasolini chiedeva all'ex neofascista di uscire fuori dall'ambiguità "in cui destra e sinistra si confondono" e di dire la verità sulle stragi. Un'ambiguita' nata dalle infiltrazioni in alcuni ambienti della estrema sinistra da parte di servizi ed estrema destra.
E nelle successive lettere di Ventura a Pasolini sulle stragi e su Piazza Fontana quel dossier prende piede. A sancire che c'era una indagine, da parte dell'allora nucleo investigativo antiterrorismo, su quanto Ventura scriveva a Pasolini dal carcere preventivo per Piazza Fontana, esiste un documento che gliene chiede conto e al quale Ventura risponde. Anche perché il 2 novembre, giorno del ritrovamento del corpo, l'ex neofascista riceve un telegramma che riguarda proprio l'omicidio.

Dacia Maraini
e un bel pò di confusione. Intanto una voce come quella della scrittrice ha certamente riaperto il dibattito, ma sembra che ogni volta si dimentichino i fatti che anche l'inchiesta archiviata nel 2015 ha sancito. Affermare che dopo il processo non si è mai indagato può indurre in errore chi vuole informarsi.
Le riaperture sono state quattro in tutto(1985-1995-2005 e 2010) e non tre come sostiene La Verità, tutte brevi eccetto che per l'ultima dove 120 sono stati i sospettati tra morti e vivi, i cui profili genetici sono stati confrontati con il database del DNA, con parenti vivi dei sospettati e là dove possibile con i sospettati in carne e ossa. Il match dei 5 profili altri, individuati sui reperti però, non è stato raggiunto proprio perché alcuni di questi, cruciali, erano stati trovati danneggiati nel database del ministero. Un pò diverso dall'affermare come ha fatto La Verità che l'esame non ha portato a nulla.Tecnicamente è stato un esame monco.Come molte cose in quella inchiesta.

Non è vero, come ha detto poi la Maraini, che Pasolini sia morto con i soli pezzi di legno tra l'altro già spezzato e fradicio d'acqua, ma per il sormontamento di più veicoli sul suo corpo. La morte è stata infatti causata dallo scoppio del cuore. Scrivo auto al plurale perché nelle nuove indagini si è poi confermata la presenza di più persone e veicoli e la dinamica della volontarietà del sormontamento, fatto che fa crollare la sola tesi della fuga in preda al panico di Pelosi, accettata invece nel processo. Il cuore scoppia a Pasolini perché i veicoli passano su di lui più volte avanti e indietro. Questo è importante ai fini della dinamica e della quantità di persone che hanno contribuito a quel martirio. Nelle ultime indagini svolte da Roma c'era la possibilità di appurarlo concretamente, visti gli elementi raccolti, ma così non è stato. Quando il primo grado sancì "il concorso con ignoti", non perseguito nei successivi gradi, nemmeno la parte civile volle approfondire la presenza di altri veicoli.


07


06

E ancora. I pantaloni di Pelosi presentavano una larga macchia sul lato destro che gli esami del Ris hanno evidenziato e che al tempo era stata invece lavata via:finirà presso il museo di Via Giulia intonsa senza macchia nel 1985 come la conosciamo oggi. Il Ris ha indicato la presenza di altri profili genetici senza individuarli, ecco perché a Pelosi non sono stati trovati sui suoi indumenti troppi schizzi di sangue al tempo. Cancellare quella macchia ha equivalso dunque a cancellare le tracce di altre presenze per future indagini.


02

04 pelosi ris


Il concetto implicito indicato dalla Maraini sulla non consapevolezza di Pelosi va così esplorato meglio perché il ruolo di "capro espiatorio" ha sempre più sfaccettature. Si sceglie un capro espiatorio perché ci si può appigliare a più cose, altrimenti non diventa il personaggio perfetto con cui ingannare tutti. Pelosi il 30 ottobre del 1975 si accorda con i fratelli Borsellino per condurre Pasolini all'Idroscalo: è un fatto riportato sui verbali di ieri e di oggi. A sentire la telefonata nel bar di Piazza Cinquecento fu un testimone il cui nome e cognome fu pubblicato dalla Fallaci e che nel 2011 ha confermato tutto parlando anche di timore non fugato dopo tanti anni (quindi articolo della Fallaci, suo verbale e verbale del testimone del 2011). Il testimone in questione non fu rintracciato al tempo perché altrimenti sarebbe emersa la partecipazione di altri. Questo elemento indica così a tutti gli effetti un agguato che si stava per organizzare e di fatto si è organizzato, fatto che avrebbe cancellato matematicamente la sceneggiata dell'incontro fortuito presso la stazione Termini per abbordare un prostituto, alla quale nel processo si è creduto. Fakenews perpetrata tutt'oggi. Per organizzare l'incontro l'ex ragazzo di vita aveva intascato 300 mila delle vecchie lire.Il problema è che capro espiatorio, complici e mandanti erano parte di uno schema che non si vuole sbrogliare tuttora e che tutte le parti in gioco di questa e le storie intorno, per motivi diversi, trattengono. Quindi affermare che l'Appunto 21 non c'entri nulla, come ha fatto sempre La Verità, è senz'altro lecito, lo sostengo da sempre tra l'altro documentandolo: il fatto solo però che lo asserisca qualcuno come indicato in quell'articolo ha una relativa importanza e non chiude la questione. Non è l'estetica o una convinzione che sancisce un fatto, ma gli elementi indiziari o probatori disponibili (e fatti sparire). Ed è anche vero che nelle ultime indagini, l'Appunto di Petrolio presunto, scomparso, è stata una pista abbandonata dalla magistratura e dagli inquirenti stessi perché Marcello Dell'Utri confessò che la scoperta delle veline di quel fantomatico capitolo fu solo usata per scopi pubblicitari. Ma questa cosa non esclude in sé la trappola, l'agguato e un altro movente come si vuole far credere: la documentazione altra c'è, esiste.


05


pantaloni sfondo rosso

Per inciso, ancora, nel 2014 Pelosi, che aveva parlato di volontà di collaborare con la magistratura in piena apertura indagini, temendo di essere nuovamente incriminato per un nuovo reato, nel caso in cui le indagini preliminari stesse si incardinassero in inchiesta ufficiale, fece passi indietro e tutto andò in fumo. La testimonianza verteva proprio sul suo ruolo di mediatore (ruolo che nel processo non era mai emerso) come anche dalla Leosini in TV sempre nel 2014 Pelosi aveva confermato di aver svolto. Intervista che sostituì e aggiorno' quella più nota del 2005. Pelosi è morto ma i segreti non sono morti con lui.
A fronte della distesa di tutti questi fatti, che qui sono solo una parte, vale la pena dunque farsi la domanda: cosa cambiava se avessero arrestati altri balordi insieme a Pelosi per un'aggressione finita in omicidio? Bastava non coprirne la presenza no? Un'aggressione feroce sfuggita di mano. Perché affannarsi a coprire semplici delinquenti? Gli assassini sono ancora vivi? Di certo alcuni non sono mai entrati nelle indagini e quindi nessun DNA è stato estratto loro.
Quando infine nel gennaio del 2021 ho pubblicate le immagini dell'Alfa GT dello scrittore, ricostruendo l'intera storia del percorso fatto dal veicolo mai davvero demolito e ritrovato (Roma, Palermo, Erice, Varese) come mai Ninetto Davoli non ha detto nulla? Anche questo è un quesito che resterà senza risposta soprattutto per il fatto che il veicolo poteva conservarsi per ulteriori indagini (come è accaduto nel Caso Moro) in quanto altra "scena del crimine". Invece è stato solo sfruttato economicamente, fatto passare per demolito e oggi, ai fini di nuove indagini, non è più utile.
È l'ennesima falla di una storia sbagliata dove se possibile si tenta di spargere manto nuovo che porta in direzioni meno impegnative, riportando i fatti indietro di 46 anni. In buona fede. Qualche volta.


cop libro 900

08

ARTIOLI CORRELATI

Diritto di replica: Giuseppe Pollicelli scrive e Simona Zecchi

Dacia Maraini: ''Si riapra inchiesta sulla morte di Pasolini''

Delitto Pasolini: ''Si indaghi sul Dna di ignoti''

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy