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Pubblichiamo una testimonianza di Andrej Graciov, l'ultimo portavoce di Gorbaciov fino al crollo dell'Urss, nel dicembre 1991: è membro della Fondazione Italiani

In vista del 30° anniversario del collasso dell'Urss, in Gran Bretagna e in Francia, sono usciti quasi in contemporanea due libri con titoli quasi identici - sette anni che cambiarono il mondo dello storico di Oxford Archie Brown e sei anni che cambiarono il mondo di Helene Carrère d'Encausse, segretario dell'Académie Française - dedicati all'eccezionale evento storico della fine del '900: la perestroika sovietica e il suo leader e simbolo Mikhail Gorbaciov. Ovviamente, entrambi gli autori non hanno resistito alla tentazione di richiamare il leggendario libro del giornalista americano John Reed, I dieci giorni che cambiarono il mondo, dedicato alla Rivoluzione d'Ottobre del 1917.
Gorbaciov aveva pensato la perestroika come la "continuazione della Rivoluzione d'Ottobre", che però finì al contrario con il porre fine a un esperimento sociale senza precedenti, l'utopico progetto comunista. Il famoso storico britannico Sir Eric Hobsbawn racchiude il "secolo breve" politico del '900 tra due eventi: la prima crisi globale del capitalismo che ha portato alla Prima guerra mondiale, e la tragedia della Seconda guerra mondiale, con un terzo conflitto che avrebbe potuto diventare nucleare e fortunatamente evitato. "Se non fosse stato per Gorbaciov!", esclamano all'unanimità i nostri due autori.
Ovviamente, il significato della conclusione pacifica del conflitto strategico e ideologico tra l'Est e l'Ovest, e l'inatteso suicidio politico di una delle due grandi superpotenze, non si può ridurre solo alla fine della Guerra Fredda. La rivoluzione politica della perestroika lanciata da Gorbaciov ha senza dubbio trasformato radicalmente la Russia e lasciato la sua impronta sull'evoluzione globale successiva. Ha permesso alla Russia sovietica di rientrare nella storia mondiale, abbattendo i muri della fortezza assediata eretti da un regime repressivo.
Prima di tutto, però, Gorbaciov doveva fermare la corsa agli armamenti con l'Occidente, che obbligava l'Urss a spendere una quota sproporzionata del budget per scopi militari, a danno del tenore di vita della popolazione. Nonostante il prezzo pagato per mantenere lo status di superpotenza, negli Anni 80 l'Urss si trovava in un isolamento politico senza precedenti. La sua nuova politica estera aveva cambiato radicalmente il mondo in pochi anni.
Nell'ottobre 1990 Gorbaciov era stato insignito del Nobel per la pace. Non aveva però potuto partecipare alla cerimonia a Oslo a causa di un'acuta crisi interna, provocata dalle riforme. Dopo sei anni di cambiamenti, la gente era impaziente di raccogliere i "dividendi" della democrazia anche nella vita di tutti i giorni, ma la crisi economica aveva aggravato lo scontro tra riformisti radicali e conservatori. All'apice di quella transizione i partner occidentali di Gorbaciov non avevano voluto condividere con l'Urss i "dividendi di pace" che dovevano alla perestroika e all'inattesa fine della Guerra Fredda. Gorbaciov aveva supplicato due volte i leader del G7, ai vertici di Houston e Londra, di aiutare l'economia russa nella fase di radicale trasformazione, ma le sue richieste erano state respinte, in quanto non "redditizie".
Gorbaciov aveva dovuto rendersi conto molto presto che far finire la Guerra Fredda sarebbe stato più facile che trasformare e democratizzare la società russa. Nell'agosto del 1991, come in quello del 1968, i carri armati sovietici, lanciati dai golpisti antigorbacioviani, avevano interrotto il tentativo di realizzare a Mosca lo scenario di una primavera di Praga, 20 anni dopo. Nel dicembre dello stesso anno, un'altra cospirazione politica - un complotto ordito dai suoi rivali politici, i leader della Russia, della Belarus e dell'Ucraina - aveva sciolto l'Urss e costretto Gorbaciov a dimettersi da presidente.
Gorbaciov ha sempre considerato la dissoluzione dell'Urss come uno dei suoi maggiori fallimenti. Credeva che uno Stato federale avrebbe potuto mantenere nazioni interdipendenti, storicamente e culturalmente vicine in una unione ispirata a quella europea. Purtroppo, la Russia e l'Occidente non hanno trovato una via d'uscita comune dalla Guerra Fredda e invece che partner sono diventati rivali. Invece di diventare parte della casa comune europea sognata da Gorbaciov, la Russia post-sovietica viene spinta alla periferia della politica mondiale, osservando con risentimento la competizione internazionale per spartirsi l'eredità dell'Urss.
Anche i politici occidentali, però, hanno dovuto pagare il prezzo di essersi fatti sfuggire la "chance di Gorbaciov". L'Occidente ha interpretato la fine della Guerra Fredda come la capitolazione storica dell'Urss, alimentando il sentimento di umiliazione della società russa, le tendenze antioccidentali e nazionaliste nella sua politica estera, il desiderio di una vendetta della storia. Eppure l'incertezza del mondo di oggi non deve essere considerata motivo di pessimismo. La "fine della storia" annunciata da Francis Fukuyama non è accaduta e il trionfo del modello di liberalismo occidentale appare illusorio quanto la terra promessa dell'utopia comunista. Intanto, il sogno gorbacioviano di un mondo libero dalle armi nucleari sta conquistando nuovi seguaci. Questa prospettiva è stata condivisa da papa Francesco, mentre la maggioranza dei membri dell'Assemblea Generale dell'Onu ha approvato una dichiarazione che mette al bando le armi nucleari. E quindi il 2 marzo, quando compirà 90 anni, sarà troppo presto per tirare le somme del "tempo di Gorbaciov".

Traduzione di Anna Zafesova

Tratto da: La Stampa

Foto © Imagoeconomica

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