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Titolo del libro: “Coppole e Cappeddi” - Storia di Rebecca Rosada - Epica siciliana tra le due guerre. Il libro è uscito nel 2018. Non lo ha pubblicato una casa editrice, ma Amazon, unico canale presso il quale è possibile l’acquisto. L’autrice è Maddalena Morici, una signora che vive a Cinisi, con il “vizietto” della scrittura. Ed è un vero peccato che lavori come questo siano tagliati da ogni canale di distribuzione e affidati solo alla possibilità dell’autore di sapersi far pubblicità. La storia inizia la sera del dicembre 1919, allorché Rebecca, la protagonista, racconta ai suoi figli la sua origine di trovatella lasciata in un convento di suore a Cefalù, affidata all’età di otto anni a una famiglia di Trappeto, (il borgo marinaro in cui vivrà Danilo Dolci), sposata con un giovane pescatore dal quale ha quattro figli, sino a quando lo scoppio della prima guerra mondiale non costringe l’uomo ad una improvvisa partenza, che si conclude con la sua tragica morte alla stazione. Quello che segue è un lungo snodarsi, tra storia e racconto fantastico, di eventi di sopravvivenza familiare, di difesa dalla fame, di lavori precari, su commissione, nei quali le donne avevano competenza, esperienza, manualità, dal ricamo, all’essiccazione del pomodoro e dei fichi. Rebecca vive per intero la sua condizione di donna costretta ad arrangiarsi in qualsiasi modo per nutrire i suoi figli. La loro crescita porterà una serie di altri problemi, con l’emigrazione di una, il matrimonio e la cooptazione degli altri due in loschi affari mafiosi, le scelte equilibrate del più grande, che diventa un gregario del grosso giro di interessi con i quali la mafia, finito il fascismo, torna ad essere il punto di riferimento della politica italiana e americana in Sicilia e infine la difficile vita dell’altro figlio, in parte vittima, in parte corresponsabile di una serie di vicende che lo spingono verso il banditismo, sia con una propria banda, sia con l’adesione alla banda di Galiano, nome dietro il quale è facile individuare il bandito Salvatore Giuliano. Il giudizio su quest’ultimo rimane quello popolare che circolava già negli anni in cui è ambientato il romanzo, ovvero quello di una sorta di Robin Hood vittima e riparatore delle ingiustizie, sostenitore del separatismo, vittima e complice della trattativa tra la nuova classe politica emergente e gli aspetti più deteriori di cui questa era espressione, a partire dalla mafia. La lettura è resa gradevole dall’ammirevole correttezza ortografica e sintattica, con una piena padronanza del lessico, un periodare sistematico, organico e lucido, e con un’esposizione chiara, sempre pertinente, scevra da retorica o da esercizi di abilità descrittiva. Quasi fotografica la ricostruzione di momenti e storie di un’economia e di una società, quella di una parte della Sicilia Occidentale, con le sue caratteristiche di arretratezza, di violenza, di sopravvivenza, ma anche con la solidarietà, l’assistenza reciproca, il coinvolgimento del “villaggio” nella vita e nei problemi di ogni suo componente. Lo scorrere di un’epopea, quella del ventennio, attraverso le vicende di una donna, con uno spiraglio finale, in parte di prosecuzione, in parte di cambiamento, affidato al matrimonio dell’ultima componente della famiglia.

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