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vitale salvo e felicia impastato 820Ci ha lasciato da 16 anni, ma ogni volta che entro nella “sua casa”, oggi “Casa Memoria”, mi sembra di rivederla in quella stanza umida, seduta sul letto o spostarsi arrancando appoggiata a una sedia che gli serviva da bastone o girello. Lì dentro ancora si può ripercorrere l’angoscioso cammino a ritroso della sua storia, la sua ostinata sete di giustizia, il suo mezzo sorriso per avere alla fine vinto la sua battaglia, la sua dolcezza di madre con tutti quelli che andavano a trovarla. E a ognuno raccontava le sue storie, sempre con toni diversi, con particolari nuovi, in quel vasto bosco della memoria coltivato per 88 anni, sino al momento in cui il suo cammino esistenziale si poteva ormai considerare compiuto. Mi ha sempre incuriosito in questa vicenda una coincidenza; Felicia muore lo stesso anno di Gaetano Badalamenti, a distanza di circa nove mesi. Muore dopo aver visto morire gli assassini di suo figlio. Si potrebbe dire che li ha seppelliti uno dopo l’altro, mentre lei è rimasta viva e ha tenuto in vita la memoria di suo figlio. Alla fine ha vinto lei.
“Se tra le donne siciliane ce n’è qualcuna che merita un ruolo di primo piano nella lotta contro la mafia, per la sua modestia, per la sua decisa volontà di denunciarne i delitti, di accettare la sofferenza senza rassegnarvisi, per la sua insistenza nel volere un paese e una società più puliti, questa è Felicia Bartolotta”. (“Nel cuore dei coralli” Rubbettino 2002 pag. 186)



STA LI’

Sta lì,
dietro i vetri della persiana,
tra la notte ed il giorno,
tra la pioggia e il sole,
nell’alternarsi delle stagioni,
prigioniera del suo male,
immobile nella sua solitudine,
a percepire ancora nel suo ventre
i movimenti bruschi
d’una gravidanza ininterrotta,
d’un figlio morto,
d’un altro figlio ucciso,
d’un figlio ancora vivo,
a cantare una nenia,
a preparare il pasto,
a lavare i panni,
a proteggere il ciclo evolutivo
del suo feto diventato uomo,
tornato bambino,
riconquistato alla vita
e irrimediabilmente perduto.

Sta lì
inquieta,
in attesa di notizie,
soddisfatta della condanna del boia,
esaltata dalla sua morte.
Le lame dei suoi occhi disorientano gli assassini,
non perdona, non piange, non invoca,
la sua rabbia è una corda tesa,
l’interno di un vulcano,
una bomba innescata sulla violenza del pianeta
Qualche volta prega senza convinzione.

Dalla porta socchiusa entrano i ragazzi,
lei si trasforma in oracolo, in maestra,
sapiente, signora del tempo
sul roveto dei suoi ricordi,
entrano i compagni e ridiventa madre,
la grande madre,
mater dulcissima,
splendida col suo mezzo sorriso,
esibisce la sua ferita aperta,
bambina indifesa,
terribile dea della vendetta.

Sta lì nel suo disprezzo per lo stato,
vittima di sporche manovre,
sacerdotessa dell’età dell’oro,
del tempo dell’anarchia
Dentro il suo pugno alzato
brucia la fiamma che rischiara il sentiero
d’un paese inesistente
senza ricchezza né povertà.
Sta lì ancora,
anche adesso che entro e non la trovo più.
Mi manca.

Cinisi 2005 Salvo Vitale



Felicia si racconta


impastato felicia ragazzi casa memoriaFelicia Bartolotta nacque il 24 maggio 1916 e morì il 7 dicembre 2004. Sposò Luigi impastato, cognato di Cesare Manzella, capomafia di Cinisi negli anni ’50, morto nel 1963 a seguito di un attentato dinamitardo. Ebbe tre figli, Giuseppe, Giovanni (morto ancora bambino) e Giovanni, cui venne dato il nome del fratello morto. Alcuni momenti della sua vita sono stati da lei raccontati nel libro “La mafia in casa mia”, curato da Umberto Santino e Anna Puglisi. La sua vita fu lacerata dagli atteggiamenti, spesso violenti del marito, del quale tuttavia non è stata mai provata, ma ipotizzata l’appartenenza al sodalizio di Cosa Nostra e il figlio Peppino che della lotta contro la mafia aveva fatto una ragione di vita, oltre che una scelta politica. Con la morte di Peppino scelse la via della giustizia, costituendosi parte civile e intervenendo attivamente nell’arco dei 22 anni trascorsi per arrivare alla condanna degli assassini del figlio. Ha trascorso il resto della sua vita aprendo la sua casa a scolaresche e altri visitatori ai quali raccontava la sua drammatica testimonianza.
Per ricordare il 16° anniversario della scomparsa di Felicia Bartolotta Impastato, lasciamo parlare lei stessa in un’intervista registrata a Cinisi nel 2002 da Michele Truglio in un filmato “Peppino Impastato, un uomo, un pensiero” e pubblicata nel recente libro di Salvo Vitale “Intorno a Peppino” (ed. Di Girolamo Trapani 2020)
“Certo che Peppino faceva la cosa giusta, voleva aiutare ai più deboli, ma ci tagghiaru li piedi!
Glielo dicevo io, Peppino stai attento, Peppino. No, non ti preoccupare, mi diceva, quando mi ammazzano si fanno colpevoli. Quanti ne scenderanno! Ma che cosa sapeva sto ragazzo. Ma non lo so, se lo immaginava, lui era stato fuori, a Milano c’era stato, a Roma c’era stato, però sempre tirava per la Sicilia. A me è morto uno piccolino, sarebbero stati tre, ma sono rimasti in due. Giovanni e Peppino.
In greco e latino era il primo della classe. Mio fratello andava dai professori e gli diceva: “io non è che vengo per raccomandare a mio nipote, ma per sapere se ha bisogno di aiuto” e il professore: “suo nipote ha un magazzino e racchiude tutto in testa”.
Io difendevo mio figlio, e lui lo sapeva che io ero la copertura di Peppino. Mio figlio Giovanni dice “se mia madre l’avesse contrastato a Peppino sarebbe stato peggio”.
Io gli dicevo “Peppino, all’una ti presenti, mangi e poi te ne vai”. Lo incoraggiavo, gli dicevo di stare attento. C’era un rapporto bellissimo tra me e Peppino.
Mio padre era un galantuomo, mia madre la stessa, mi sono sposata io e ci fu l’infernu, e non dico altro.
Una volta suo padre ci disse, ti laurei e poi gli amici miei ti dunanu un posto, lui u taliau “ma cu su l’amici tuoi?” Ma chi sono gli amici tuoi? Voglio sapere chi sono o ti sputo in faccia” “Fuori di casa, Fuori! Un c’hai a mettiri un piedi e si ci metti piedi vai fuori pure tu".
Peppino non aveva odio, quando mio marito ci faceva dire a testa, chi sacciu per pasqua, per natale, mi diceva “chiama a Peppino”, una volta ci rissi “ma picchì un lu chiami tu? Un lu ittasti tu fuori di casa? Chiamalo” Poi ci diceva Giuseppe vieni, mangiamo assieme? Veniva, senza avere nessun odio, niente. Era lui che aveva l’odio con me figghiu. Eranu mafiusi.
Faceva volantini, articoli, li pubblicava ne li comizi, la mafia la calpestava in tutti i modi.
Di fronte all’Ecce Homo stavano facendo un palazzo a 5 piani, va Peppino e dice. “non lo potete fare questo palazzo perché c’è un aeroporto qui vicino e apparecchi ne volano di tutti i tipi e può succedere danno”: allora lo fermarono. Quando poi l’ammazzarono hanno partutu per fabbricarlo, allora i compagni dissero “no, non si fa questo palazzo!”. Poi ci fu lo Z10 nel territorio dello stato, u mare e tutti i terreni e ficiru un piccolo porto turistico e i contadini ca stavano là vicino dissero a Peppino, ma nuatri comu facemu se nn’amu a gghiri a fari u bagnu? Amu a pagari?
Mio marito con i Badalamenti era forte amico e ci disse tu a me figghiu un l’hai ammzzari, tu hai ammzzari a mia no a me figghiu. Poi ci fu l’incidente di mio marito, un punto interrogativo! Ma non ha colpa la signora che lo ha investito, lei intisi un colpo, come quando cade una valigia, si ferma e talia a me marito morto ddà in terra. Essendoci mio marito succedeva una guerra di mafia, perciò dovevano levare a iddu e basta. L’ammazzaru a me maritu, l’ammazzaru, ammazzaru a me figghiu comu ammazzaru u patri. Penso proprio questo, come u pinsanu tutti i cinisara ora.
L’hanno fatto così, per farlo passare come un terrorista, ci misero una bomba di 5 chila, ma cu passava alle 5 di mattina in quel treno, il diavolo fa le pentole ma senza coperchi.
Me figghiu è morto in quella balata, lu sangue culava nà li pietre e nun furono capaci a diri ccà ci fu un morto. Perciò di cà fu portato nù binario, questo non l’hanno constatato. Uno aveva trovato la pietra piena di sangue, la mise in un sacchetto e la consegnò ai carabinieri, la fecero scomparire. Erano tutti d’accordo carabinieri, politici e mafiusi a Cinisi.
Certo non c’è l’atmosfera che c’era, perché ne ammazzavano tutti i giorni, però la mafia c’è ancora”.

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