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Anna Vinci racconta la storia di Luana Ilardo

La penna è quella sapiente di Anna Vinci, scrittrice, biografa di una “Partigiana della Democrazia”, Tina Anselmi (“La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere, e “Storia di una passione politica”, Sperling); autrice del libro “La Mafia non lascia tempo” (lo scorso anno ristampato da Chiarelettere) sula vita del collaboratore di giustizia palermitano Gaspare Mutolo.
Questa volta la Vinci si cimenta con l‘esistenza di Luana Ilardo che dopo anni di sofferenza interiore trascorsi a capire i motivi per cui il padre, Luigi, fu strappato a lei e alla sua famiglia con un brutale omicidio sotto la casa di Catania, in Via Quintino Sella, il 10 maggio 1996, ha deciso di esporsi, confidarsi con un racconto inedito, in un libro prossimo alla pubblicazione.
Un dialogo con un’altra donna, una scrittrice, per capire, certo, e per pretendere verità e giustizia. Luana, disposta a pagare il prezzo di una nuova solitudine. Ma Luana non è più sola.
Avvicinarsi alla sua storia, conoscerla, farla propria, accompagnandola in questa battaglia diventa una necessità in un Paese, quello italiano, che di misteri e segreti ne ha avuti fin troppi dalla genesi della nostra Repubblica.

Mi chiamo Luana Ilardo, sono figlia di Luigi Ilardo nato nel 1951, cugino del più noto Giuseppe Madonia, nipote di Francesco, vicino al clan dei Corleonesi, capomafia di Vallelunga Pratamento, in provincia di Caltanissetta, che fu ucciso dalla fazione palermitana di Cosa Nostra. Era il 1978. Quello stesso anno fu combinato e divenne “uomo d’onore”. Dopo poco quel giuramento fu spiccato contro di lui un mandato di cattura. Motivo per cui mio padre si diede latitante.
Normale che la strada per lui fosse già tracciata, per un giovane ventisettenne, legato allo zio, cresciuto nei codici che appartenevano non solo alla famiglia ma al luogo geografico e mentale, in quella zona brulla chiusa su di sé, noi isolani tra gli isolani.
Io nacqui nell’aprile del 1980.

Così ha inizio la tragica vicenda di Luana ‘raccolta’ da Anna Vinci: tramite lo sguardo di una figlia si arriva a conoscere la storia di Luigi Ilardo da un’altra angolatura e il suo percorso di trasformazione da Boss potente della Provincia di Caltanissetta a infiltrato per conto dello Stato all'interno di Cosa Nostra.
La storia di Luigi Ilardo la conoscevo, da appassionata di certe tematiche. Di lui mi parlò Gaspare Mutolo, raccontandomi un incontro avuto nel carcere di Favignana, nel 1984. Me lo descrisse come 'una persona perbene, buona’. Io sono attenta alle espressioni usate da uomini che hanno sperimentato violenza e crimini. Mi sono sempre avvicinata con curiosità e umana partecipazione alle loro vicende spesso macchiate di sangue, senza dimenticare ciò che hanno fatto nella loro storia di soldati di mafia, nel caso Di Mutolo, e che nel loro cammino di redenzione non dimenticano.
Poi, grazie a Giorgio Bongiovanni, ho conosciuto Luana.
E più la frequentavo pur attraverso lo ‘schermo’ telematico in questi mesi dolenti del Covid 19, maggiormente ero coinvolta nella storia di questa quarantenne, una bambina che era stata abbandonata, una ragazza stretta tra la Famiglia e la realtà esterna, donna e madre oggi di raro coraggio.

Incontri, confidenze, che oggi le permettono di conoscerla bene.

Per quanto bene si possa conoscere un altro essere umano…
Per prima cosa permettetemi di ringraziare Luana, che ripeto, affronta la vita con grande coraggio, direi a limite dell’incoscienza: donna siciliana nel profondo. E non lo dico solo per il suo impegno nella ricerca della verità, ma anche perché ha trovato il modo di aprirsi e confidarsi, affidandomi quelle che sono state le sue sensazioni ed emozioni nei travagliati anni della sua vicenda.
Anni di tragedie dove ha vissuto più volte il senso dell'abbandono, sotto diverse sfaccettature. Il rapporto con la madre, quello con il padre, spesso lontano, in carcere, per cause ovvie vista la vita che aveva intrapreso. Poi il contesto familiare di ‘aristocrazia mafiosa’ con la figura di un nonno, Calogero, massone e imparentato con il boss Francesco, Ciccio Madonia...
Luana eroina moderna di una tragedia greca: l'omicidio del padre, che vedeva tra i mandanti il cugino Giuseppe, Piddu Madonnia, Boss potentissimo quando lei ha sedici anni e la sorella amatissima Francesca ha diciotto anni, i fratellini gemelli di pochi mesi avuti da Ilardo con la seconda moglie, Cettina, e il figlio un bambino nato da una precedente unione di Cettina.
Tutto questo la trascina, malgrado se stessa, al centro degli intrighi, dei segreti, delle trame non solo di Cosa Nostra ma di quelle ‘menti raffinatissime’ di cui parlava Giovanni Falcone.
In Luana, infine, vedo una donna che ancora oggi battaglia per amore del padre. Questo mio emoziona maggiormente tra già tante emozioni.

Io e mia sorella forse anche per l’età non ci siamo mai poste tante domande a riguardo, per noi quella era la normalità, solo crescendo e con la maturità e la rielaborazione dei ricordi abbiamo capito che in quelle abitudini tanto scontate per noi, di “normale” c’era davvero ben poco.


Luana attraversa due infanzie. Una in Nord Italia, per pochi anni, in Veneto, a Belluno, dove era nata la madre, Margherita, l'altra in Sicilia.

La storia di Luana, attraversa soprattutto, quella del padre.
Lui lavorava con lo zio, Francesco Madonia, poi ucciso nel 1978 dalla fazione palermitana all'interno di quelle lotte di mafia che hanno fatto scorrere tanto sangue nella regione siciliana in quegli anni.
Luigi Ilardo, dopo la morte dello zio, viene “Combinato”, dopo mesi un mandato di cattura per estorsione, spiccato nei suoi confronti, lo spinge alla latitanza. È in questo periodo, mentre è ricercato dalle forze dell'ordine, che concepisce Luana, senza poterla riconoscere. Ed è per questo motivo che fino ai cinque anni, Luana ha portato il cognome della madre, originaria di Belluno e donna infelice, che dopo la ‘perdita’ della figlia, riconosciuta infine con il cognome paterno, il carcere del marito, la distanza mai superata con la cultura mafiosa catanese, si abbandonerà sempre più nella spirale dell’alcolismo.
All’età di cinque anni, c'è il viaggio senza ritorno della piccola Luana in Sicilia e la nuova vita con la sorella Francesca, accanto al nonno, la nonna, zia Clementina, la sorella del padre, che costituiscono la sua famiglia, dentro quella più grande di Cosa Nostra.


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Anna Vinci © Imagoeconomica


Qualche episodio particolare ricordi di quei primi anni di vita a Catania?
C'è un passaggio in cui racconta quando i nonni urlavano in cucina, non volevano farsi sentire, e lei e la sorella origliavano davanti alla porta. C’erano silenzi, omertà che non dovevano essere squarciati.. Ed è in quella occasione, che scopre la forza della nonna che per la prima volta si ribella al marito, padre, padrone: “Tu l’avresti fatta sposare a quel poco di buono di Ghisena… Chisena, che bravo ragazzo… che rovinò nostro figlio… un anno stette in casa…perché te l’aveva chiesto Ciccio di tenerlo per un po’ e a Ciccio l’aveva chiesto Liggio… e tu comandi solo le femmine…”.
In questo ricordo privato della figlia di Luigi Ilardo trovo quei nomi inquietanti che fanno parte di una storia più grande e che riempiono di forza tutta la storia.
Ghisena è quel ‘criminale’ apparentemente di secondo ordine, che è stato trovato ‘suicidato’ nel 1981 a Fossombrone, perché i servizi segreti deviati, o come diceva l'Anselmi “devianti” – tali li interpretava nella sua relazione conclusiva della Commissione sulla Loggia massonica P2 di Geli da lei presieduta - l’avevano abbandonato dopo averlo usato. E Ghisena, racconterà Ilardo al colonnello Michele Riccio, era una figura di raccordo tra vari mondi: mondo di sotto e quello di sopra. Impresentabili e presentabili.

Nel libro c'è sicuramente un capitolo che colpisce: quello intitolato “La gioia per la morte di Falcone”.
Sì perché in quelle pagine Luana spiega molto bene come la mafia è in grado di entrarti dentro, alterare la tua libertà di giudizio.
Occupa i tuoi pensieri, i tuoi progetti oserei dire, il tuo immaginario.
Un concetto che avevo ritrovato anche confrontandomi con Gaspare Mutolo.
Racconta Luana, è il 23 maggio 1992, Luana aveva appena 12 anni.
Assieme alla sorella Francesca, e il nonno, si trovava a guardare la televisione.
A un certo punto c'è la notizia dell'attentato di Capaci contro Falcone, la moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e il nonno lancia un'esclamazione di gioia per poi spiegare alle due bambine che grazie a quella morte il padre sarebbe potuto tornare prima a casa. La mafia è dentro perché si vedono sempre solo tra di loro. Come nel film “Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese dove si racconta proprio questa dimensione claustrofobica.
La storia di Luana è stretta tra il dolore di tanti abbandoni e la presenza pregnante di quello che lei definisce 'protocollo'.
Il 'protocollo' della mafia.
Questo conflitto, con cui poi ha dovuto fare i conti Luana, torna più volte nel testo.
Un altro momento chiave è quando la zia Clementina le dice che il padre è stato ucciso perché voleva collaborare con la giustizia.
Un’affermazione di una tale dirompenza che squarcia ogni pur piccola faticosa costruita certezza.
E poi c'è quella difficoltà nell'essere donna in un determinato contesto.
Come afferma Luana, ‘noi restiamo sempre e solo femmine’ senza mai crescere.
Un ruolo mai facile. Perché sono le donne della Mafia, a farsi carico della famiglia in assenza dei mariti; loro ad andare a trovare i mariti o i figli in carcere. E dalle donne può nascere la ribellione più grande all'interno della stessa mafia.


“Ci volle tempo per accettare quell’inconfutabile verità e cercare di capire e comprendere le sue scelte e la sua follia nell’affrontare una scelta del genere mettendo a rischio la vita di tutti noi. Ci furono momenti soprattutto all’inizio che forse odiai mio padre, poi leggendo le sue dichiarazioni di ‘apertura’ al dialogo davanti al Colonnello Michele Riccio, compresi che la sua scelta coraggiosa fu l’ennesimo atto d’immenso amore nei nostri confronti”.


Può sembrare strano sentire parlare di atto d'amore, se si pensa che si parla di un capomafia, eppure è evidente che proprio questo è uno dei principali motivi che porta alla scelta di Ilardo di rompere con il proprio passato, addirittura agendo da infiltrato all'interno di Cosa nostra, per conto dello Stato.
Per comprendere il travaglio vissuto da Luigi, Gino Ilardo, basta seguire nel racconto di Luana il rapporto d’amore che nasce con Cettina, la sua seconda moglie, con cui ha avuto altri due figli, Michele Giuliano e Calogero Giancarlo nati nell’agosto del 1995; l'amore per Yuri, altro figlio di Cettina avuto con un ex compagno. Una giovane donna, libera, indipendente, che entra nella vita di famiglia proveniente da tutt'altro ambiente. In lei Francesca e Luana vedono uno spiraglio di libertà in un momento difficile. Ma c’è l’opposizione della famiglia Ilardo, e della Famiglia, a un matrimonio che non si deve fare: Cettina è una ‘estranea’ che non accetta il Protocollo, non solo ma non ne vuole sentire parlare, mai andrebbe in carcere a trovare il marito!
O, ancora, leggere anche alcune lettere scritte dal carcere con la figlia, o con Mimma*, una sua cara amica, moglie di un compagno ucciso.


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Luana Ilardo © Our Voice


Nel libro non c'è solo la testimonianza di Luana. Una parte viene dedicata ad una conversazione con Giorgio Bongiovanni, il nostro direttore. Il titolo del capitolo dice già molto: “Ilardo il boss invisibile”.
Il titolo nasce da una considerazione, perché la storia di Ilardo è quella di un capomafia raro nel panorama di Cosa nostra, in particolare per quelle modalità con cui ha collaborato con le istituzioni. Da informatore ha dato allo Stato l'opportunità, clamorosamente non colta, di arrestare Provenzano il 31 ottobre 1995 a Mezzojuso, dopo aver consegnato durante il suo ruolo di informatore dal gennaio 1994, ormai libero e avendo scontato la sua pena, cinquanta mafiosi tra cui sette importanti boss
Eppure, al di fuori dei cosiddetti addetti ai lavori (magistrati, giornalisti, esperti, ndr), chi conosce la sua storia? Forse solo negli ultimi mesi, con puntate come quella di Atlantide e poche altre trasmissioni che ci sono state dopo la sentenza di Cassazione che ha condannato i killer dell'omicidio, si è parlato di lui e della sua importanza.
Il silenzio che c'è stato mette in evidenza come anche da morto Luigi Ilardo inquieta.
E per comprenderlo basta leggere la requisitoria finale di Nino Di Matteo al processo Trattativa Stato/Mafia, che pubblichiamo in appendice al libro, del 26 gennaio 2018.
Su tutto questo ragioniamo nella conversazione con Giorgio Bongiovanni, ideatore e direttore di questa rivista, uno dei massimi esperti in materia di mafia che da anni si occupa di questi argomenti.
Ciò che mi ha meravigliato, nella conversazione avuta con Bongiovanni, è che le sue analisi vanno a combaciare con quelle di Luana, dando così alle sue parole di figlia amorevole, una validità importante. Le parole dell'esperto sono speculari e si intrecciano alla storia stessa di Luana, e del nostro paese.

E' un dato acquisito che Ilardo offre allo Stato la possibilità di arrestare Bernardo Provenzano. Il 31 ottobre 1995 incontra il capomafia corleonese a Mezzojuso, ma non vi sarà alcun blitz in quel giorno.
Da osservatrice esterna devo dire che questo resta davvero un grande mistero. So perfettamente che ci sono state sentenze e processi che si sono occupate della vicenda, ma non si ricava una risposta soddisfacente che spieghi le scelte che si sono fatte. Lo dico con tanta amarezza, anche perché è da quel momento, se si vuole, che la situazione inizia a precipitare nella vita di Ilardo.
Una vita già difficile perché, come ricorda Bongiovanni, nonostante la decisione di collaborare con la giustizia che porterà a decine e decine di arresti di peso, da infiltrato si trova comunque a dover continuare a consumare azioni criminali. C'è un episodio che mi ha fatto particolarmente effetto in questa vicenda. E Luana l'ha saputo raccontare con grande lucidità, e in quel momento si è trovata a vedere il padre con altri occhi, rispetto a quelli amorosi della bambina.


“Bastarde, maledette, disgraziate… voi mi avete rovinato… io vi uccido con le mie mani”… mentre io continuavo con un filo di voce, rivolta al nulla, a chiedere cosa stesse accadendo. Non capivo, volevo spiegazioni … a un tratto la voce rotta dal pianto, mia sorella mi dice: “Hanno svuotato la cassaforte, papà l’ha trovata vuota è convinto che la colpa sia nostra che abbiamo fatto salire qualcuno a casa”.


Può raccontarci meglio?
E' un episodio che accade a fine marzo, quindi un mese prima del famoso viaggio a Roma in cui, accompagnato da Michele Riccio, il 2 maggio incontra il Procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra, il Procuratore Capo di Palermo Giancarlo Caselli e Maria Teresa Principato, sostituto procuratore a Palermo, e il Vice Comandante del Ros, Mario Mori.
Nel casa di Ilardo avviene un impensabile furto dalla cassaforte nella stanza di Ilardo.
La reazione del padre Luigi è furibonda. Per certi versi può ricordare visivamente quella di Michael Corleone, interpretato da Al Pacino, nel Padrino II, quando attentano alla sua vita nella propria casa.
Ecco Ilardo inizia a dare di matto, letteralmente, prendendosela con le figlie, non solo perché pensa che amici loro, a cui danno chiavi del motorino con le chiavi di casa, ma perché hanno rubato soldi, tanti, gioielli di famiglia… uno sgarro, è avvenuto dentro la propria casa. Ed era impensabile che ladruncoli potessero entrare nella casa di un capomafia del suo livello. Quello era un segnale. O almeno così deve essere stato colto, perché da quel momento, racconta la stessa Luana, il padre non è stato più lo stesso. Tuttavia quale segnale?

A cosa serviva quel denaro?
Se si considera l'ira del padre, è chiaro che aveva un valore importante e certo non solo simbolico. È probabile che in maniera accorta, da uomo scaltro, abituato ad avere tutto sotto controllo, Ilardo stesse preparando un futuro tranquillo economicamente per i propri figli e se stesso. Ecco lo scatto di violenza, le botte alle figlie, che in lui padre è assolutamente anomalo. Può essere anche quello il momento preciso in cui Ilardo capisce di dover fare il passo definitivo. La collaborazione con la giustizia diventa l'unico modo per mettere al sicuro la propria famiglia, ancor prima che le loro vite e la sua.
Purtroppo, però, lo Stato non è riuscito a proteggerlo come avrebbe dovuto dopo l'incontro del 2 maggio. Questo penso si possa dire con certezza. E chiedersi perché è una domanda legittima. E a rendere tutto più tenebroso vi è la fuga di notizie sulla collaborazione ormai prossima di Ilardo, testimoniata da altri collaboratori di giustizia, e non solo. Loro spiegano che la fonte proveniva dal Tribunale di Caltanissetta.


Chiedetemi ora se il mio cuore odia di più quegli spietati assassini, che non hanno fatto altro che con coerenza rispettare il loro protocollo, o chi è stato infame fino alla fine tradendo il più sacro e nobile giuramento verso la patria?
Hanno assicurato ‘gli sciocchi’ alle galere, ma chi ha stoppato quel blitz dov’è? Chi ha spifferato la volontà di mio padre dove è? Chi ha fatto sapere ai mafiosi l’intenzione di denunciare le alte cariche dov’è?


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Ilardo aveva annunciato di voler toccare argomenti che, detti nel 1996, sarebbero stati a dir poco sconvolgenti.
Ilardo, racconta Riccio, il 2 maggio avrebbe incontrato Mori prima dell'interrogatorio nella Dia a Roma, con i magistrati. E davanti al generale, mette sotto accusa un pezzo dello Stato e dicendo che “certe cose le avete fatte voi’. Come un atto di orgoglio per dire che da mafioso può aver accettato certe cose, ma che voi, un pezzo dello Stato, corrotto, siete capaci di maggiori tradimenti è così che interpreto quel momento.
Ma non è certo il mio compito sostituirmi all'investigatore o il magistrato, io posso farmi delle domande e seguire i personaggi che mi conducono verso l’epilogo… non sempre.
Chiedo perché, dopo il mancato blitz a Mezzojuso, si sia aspettato tanto a formalizzare quella collaborazione con la giustizia? Perché dopo questo episodio, che resta emblematico del fatto che Ilardo non fosse più protetto, non si accelera? Si è sottovalutata la situazione? C'era stanchezza? C'è stata irresponsabilità o paura? Ci sono delle falle. Legati a cosa? Forse alla mente umana, e alla sua complessità. Buchi che restano incomprensibili.
Ripeto, sono interrogativi che mi faccio da scrittrice.
Così come non mi spiego perché, dopo il 2 maggio, non sia stato pianificata una protezione maggiore per colui che sarebbe stato un collaboratore di giustizia dirompente nella lotta contro la mafia e non solo. Basta leggere le dichiarazioni di Riccio per comprendere quello che sarebbe stato il contributo di Ilardo. Grazie a lui c'era la prova, con i ‘pizzini’, che Provenzano scambiava da giorni con lui, che non era un fantasma, Binnu ‘u tratturi’, ma era vivo e vegeto e potentissimo.
Vista da fuori, a mio parere, si sarebbe dovuto fare molto di più, anche contravvenendo agli ordini dei superiori. Senza nulla togliere a tutto ciò che c'è stato dopo, con le denunce e i processi, senza i quali non avremmo mai saputo nulla. Perché senza Riccio questa storia non avrebbe avuto neanche un inizio.


Con un lavoro duro, senza tregua con me stessa, al livello emotivo, e scoprendo nuovi linguaggi, regole, ambienti, persone impegnate a ricercare la verità, ancora oggi dopo ventiquattro anni, aggiungo e tolgo tasselli a quel puzzle ricomposto più volte e buttato per aria altrettante. Unisco ciò che leggo, che imparo giuridicamente, mi confronto con altre versioni e ricordo mio padre. Questa, è la parte più difficile legare i ricordi di figlia al linguaggio spesso burocratico, asettico che scaturisce dalle indagini. Per me, per noi, nulla è asettico. Tutto diventa emozione.


La storia di Tina Anselmi, quella di Mutolo e poi Luana Ilardo. Si può dire che queste storie, sullo sfondo, hanno un minimo comune denominatore di scontro con il potere fasullo che attacca in vari modi l’integrità dello Stato e della Democrazia?
Credo si possa dire, anche se in forme diverse perché differenti e quanto sono il protagonista, le protagoniste, che ci si sia un comune denominatore: mi hanno aperto le porte delle loro anime, affidandomi le loro storie. Mi hanno permesso di fare un viaggio accanto a loro ed io ancora sento in me le loro voci. Sento dentro di me Tina Anselmi con la sua cadenza veneta, e così anche Luana che ha un timbro siciliano differente nel ritmo, in certe sfumature, da quello palermitano che avevo avuto modo di ascoltare intervistando Mutolo.
Fare i conti con la propria vita non è mai facile.
Quello di Luana è stato un lungo sfogo-confessione, se vogliamo, in cui ha raccontato l'intero percorso che ha dovuto affrontare dentro e fuori di sé e che è diventata spero grazie al mio ascolto e alle mie parole d carta, un testo denso di riferimenti che vanno oltre il passato ed entrano di diritto nella nostra contemporaneità. Luana ci sta aiutando, credo, a prendere appunti sul futuro.
In Luana in particolare tra l’altro, mi ha colpito il suo fare propri alcuni termini tecnici, e travasarli nel suo vissuto. Cambiando la percezione del proprio vissuto e dei propri valori, fermo restando l’amore intonso e intenso per il padre e vederlo per quello che è infine nella sua vita criminale.
E' questa la storia che mi è stata affidata.
Un viaggio nel profondo dell'anima di una donna una figlia, madre che chiede una verità senza sconti, anche se può far male.
(Prima pubblicazione: 28 Novembre 2020)


*Da una lettera di Luigi Ilardo scritta dal carcere di Carinola (CE) il 22 gennaio 1992

Cara Mimma,
[…] Accludo a questa mia lettera, quella di mia figlia, con due precisi motivi, il primo è che voglio dividere con te questa mia felicità, il secondo è più una preghiera, quello di conservarmi questa lettera per quando sarò libero, non me la tengo qui, perché l’idea che durante le perquisizioni dovrebbero leggerla le guardie mi da tanto fastidio. Più la leggo e più le lacrime continuano a rigare il mio viso, la dolcezza e l’amore che traspare dalle sue parole, specialmente in questo passo: “Papà mi devi scusare, ma tu sei l’unica persona con cui mi posso sfogare, perché io vivo, perché tu vivi, tu non vivi, io non vivo”.
Mi accorgo solo ora di aver buttato al vento gli anni più belli delle mie figlie e, come per incanto, mi sento come uno che si sveglia da un lungo sonno, e all’improvviso si trova in una realtà diversa da quella che immaginava. Luana è molto matura, forse tutta la situazione venutasi a creare con la morte di mia madre l’ha fatta maturare molto più in fretta. Spero e prego Dio che mi dia la fortuna di ottenere la semilibertà, perché credo che se riuscirò ad ottenerla sarò in grado di ridare alle mie figlie quella sicurezza e felicità di quando sono stato fuori l’anno scorso. […]
     

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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