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di Vincenzo Musacchio
Sembra che una simile affermazione sia il frutto, ben ponderato, di Manlio Di Stefano. Testualmente l’onorevole afferma: “Bonafede ètra i migliori ministri della giustizia di sempre”. Sarà come dice Di Stefano e ha certamente il diritto di dirlo. A me, invece, sembra non si conosca e non si abbia più il senso della misura. Tra questi ministri della Giustizia: Giuseppe Zanardelli, Enrico Pessina, Vittorio Emanuele Orlando, Vittorio Scialoja, Ludovico Mortara, Luigi Rossi, Alfredo Rocco, Alfredo De Marsico, Gaetano Azzariti, Vincenzo Arangio-Ruiz, Aldo Moro, Giuliano Vassalli, Giovanni Conso, Vincenzo Caianiello, Giovanni Maria Flick, solo per citarne una piccola parte, il sottosegretario Di Stefano dove collocherebbe Bonafede? Saremmo curiosi di saperlo. Penso che i nomi citati rappresentino il criterio con il quale la politica dovrebbe scegliere, in teoria, le persone cui affidare la gestione della Giustizia. Individuare i soggetti più competenti, esperti, preparati e addirittura inclini a determinate funzioni, ma individuarli entro un novero di soggetti accomunati da competenze, idee, valori, principi politicamente omogenei e di lungo corso. Penso che Alfonso Bonafede, ministro della giustizia, si sia rivelato inesperto al ruolo non solo per il dissenso con il pm Nino Di Matteo. Il suo tallone d’Achille è un requisito fondamentale che si chiama proprio “esperienza” e che Bonafede non può includere nel suo curriculum vitae. Fare il ministro della Giustizia in qualsiasi Paese, tanto più in quello che è la culla del diritto, è difficilissimo. Richiede competenza, esperienza, conoscenza, prudenza, savoir-faire, intuizione, capacità amministrativa e soprattutto serenità d’animo. I penitenziari, il ministero, la magistratura, il personale giudiziario e di polizia sono entità complesse con cui interfacciarsi conoscendoli anche dal di dentro. Per sua stessa ammissione abbiamo saputo che Bonafede non aveva mai conosciuto né parlato con Di Matteo prima di chiamarlo al telefono per convocarlo a discutere del suo incarico al Ministero. Questo, se rispondesse al vero, la dice tutta sui modi e sulle scelte operate. Penso che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede meritasse la sfiducia, non solo per la vicenda che lo ha contrapposto al pm Nino Di Matteo e per aver confuso concetti come “doloso” e “colposo”. La meritava, e la merita, per la sua riforma della prescrizione attuata senza una generale riorganizzazione del sistema penale e giudiziario. La merita perché, a mio parere, ha violato in alcuni frangenti la Costituzione e i principi in essa contenuti, tra cui il diritto della difesa (articolo 24), presunzione di non colpevolezza (articolo 27) e il giusto processo (articolo 111). È in questo si evidenzia nuovamente il suo punto debole: la mancanza di esperienza. Caro ministro, se vuole operare, adeguatamente, cominci a riformare il ministero della Giustizia con un programma attuabile nel breve periodo. Metta insieme una commissione di esperti e si occupi della riforma del codice penale e del processo penale. Affronti di petto l’improrogabile riforma dell’ordinamento penitenziario e dell’ordine e la sicurezza nelle carceri. Si occupi della separazione del CSM tra giudicanti e requirenti; dell’azione penale discrezionale; della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri; degli incarichi e dei rapporti tra magistratura, politica e alta burocrazia. Questo è il suo compito e poiché lei non è un gregario del Ministero della Giustizia ma ne è il Capo, si attivi al più presto. A fronte di queste importanti riforme una cosa va subito detta: gli strumenti scelti fino ad ora da Bonafede non mi paiono condivisibili, sono insufficienti e in buona parte propagandistici. Ovviamente, è solo la mia modesta opinione.

Foto © Imagoeconomica

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