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20200104 casablanca le sicilianeIl nuovo numero di Casablanca
di Graziella Proto
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Siamo ancora in pista. Anche se i problemi sono proprio molti. Questo numero per esempio ci ha fatto tribolare tantissimo. Certamente le feste natalizie, articoli che ritardano, ma soprattutto problemi di famiglia e impegni lavorativi di alcune di noi della catena di montaggio (?).
Ma ce l’abbiamo fatta. Anche questa volta.
Siamo alla vigilia del 5 gennaio, anniversario dell’assassinio di Giuseppe Fava.
Mi sarebbe piaciuto fare un editoriale dedicato interamente a lui, magari prendendo pezzi di suoi editoriali. Trovo il suo pensiero di un’attualità sconcertante. I problemi da lui affrontati sono ancora lì sul tappeto, e nessun governante li mette nella sua agenda per affrontarli seriamente. Solo slogan. Come scrisse lui, il potere si è isolato da tutto, non sente, non ascolta.
Tuttavia mi ritrovo a scrivere di temi a lui cari, di cose contro cui si è battuto: prepotenze e soverchierie, arroganze e ingiustizie. Sembra che “la strada da fare” sia aumentata.

La mattina del 16 dicembre scorso presso la stanza del giudice Guido Oliva del tribunale di Catania le sedute del giorno venivano rinviate ripetutamente da un’ora all’altra perché il magistrato aveva altri impegni dentro lo stesso tribunale.
L’avvocata Silvia Neri, sul finire della mattinata, chiede al magistrato la scaletta dei procedimenti da trattare per potersi organizzare. Da lì a poco dovrebbe recarsi a Sant’Agata li Battiati, comune satellite di Catania, perché i suoi bimbi escono da scuola.
Il magistrato anziché scusarsi per il ritardo, così come sarebbe stato giusto fare, la gela con poche parole: "E allora scelga se fare l’avvocata o la mamma". "... Una mancanza di rispetto immotivata, aldilà della frase in sé dallo squallido contenuto sessista", dice l’avvocata Neri.
Certo è difficile pensare che anche nel “tempio” della giustizia le prepotenze del maschio e le discriminazioni di genere sono in agguato.
Ammettiamo anche l’ipotesi che l’avvocata sia stata poco gentile o inopportuna nel rivolgersi al magistrato, ci chiediamo - senza alcuna polemica perché l’episodio si spiega da solo - se a un avvocato uomo il Dott. Oliva avrebbe chiesto di scegliere se fare il papà o l’avvocato. Risentiti e amareggiati ci chiediamo e chiediamo ai colleghi presenti, uomini e donne, perché non sono intervenuti? Come hanno fatto a restarsene in silenzio e indifferenti?
Come disse qualcuno: odio gli indifferenti.

A San Pietroburgo Alina, una ragazza lesbica di 18 anni, è stata aggredita e pestata selvaggiamente a pugni e calci da un gruppo di uomini. È finita all’ospedale con commozione cerebrale e diversi punti sui lati della bocca. La colpa? Stava passeggiando mano nella mano con la sua fidanzata e alcuni loro amici. Anche uno di loro ha ricevuto un pugno in faccia. Prima che le forze dell’ordine intervenissero il gruppo è scomparso nel nulla.

All’ospedale di Sondrio una giovane mamma nigeriana di fronte alla sua bimba di pochi mesi spirata sotto i suoi occhi urlava disperatamente. Come normalmente farebbero tutte le mamme del mondo. Una disperazione che trova sempre empatia, pietà, solidarietà. Le urla rimbombavano per le stanze e i corridoi del nosocomio e qualcuno molto infastidito urlò all’incirca di zittire e allontanare quella donna... che si trattava di riti tribali e che urlava come una scimmia. Nessun commento. Solo amarezza e disgusto. Come è potuto accadere di smarrire ogni traccia di umanità, solidarietà, sensibilità? Come è possibile ridursi a questo stadio di insensibilità, di freddezza e distacco dal dolore? Certamente la politica dell’odio. Ma non solo. Intanto, a Civita Castellana - la Stalingrado della Tuscia - il sindaco leghista Franco Caprioli ha deciso il taglio ai viaggi degli studenti ad Auschwitz. Chiuso con “I ragazzi incontrano la Shoah”. Chiuso con la memoria che oggi è quasi tutta sulle spalle di Liliana Segre. Vista l’attuale situazione italiana dovremmo tutti impegnarci per non abbassare la guardia davanti all’antisemitismo. Lottare contro ogni fascismo e ogni forma di razzismo. Lottare per un orizzonte del bene comune.

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