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di Gian Carlo Caselli
Da Napoli a Foggia, passando per Milano: tre delitti che ricordano qual è il principale pericolo per la democrazia. Il governo la rimetta al centro dell'agenda politica

In pochi giorni tre delitti gravissimi. A Napoli, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, un raid criminale uccide Luigi Mignano mentre accompagna il nipotino a scuola; a Milano, "Enzino" Anghinelli, in sosta sulla sua auto ferma al semaforo, viene gravemente ferito alla testa da un killer che lo affianca con uno scooter; a Cagnano Varano (Foggia), due carabinieri vengono aggrediti per strada a colpi d'arma da fuoco: uno rimane ferito, l'altro ucciso (il maresciallo Vincenzo Di Gennaro).
L'episodio di Napoli viene riferito ad una faida di camorra. Per quello di Milano si ipotizzano questioni di droga. Quanto successo nel Foggiano sembra essere la criminale reazione di un pregiudicato ad un controllo di polizia. Del primo e del secondo fatto non si conoscono ancora gli autori. Nel terzo caso c'è stato un arresto, tal Giuseppe Papantuono, un pregiudicato di cui si hanno - oltre al nome - le foto della cattura. Diffuse anche dal ministro degli Interni Matteo Salvini, che subito ha decretato (non essendovi la pena di morte) la condanna all'ergastolo dell'arrestato.
I tre fatti, pur riconducibili a matrici diverse, sono comunque assai preoccupanti, sia singolarmente considerati sia valutati nel loro insieme. A Milano emerge una città "oscura e c'è una tribù che, correndo sul filo del rasoio e rischiando di cadere, l'attraversa" (Piero Colaprico); mentre la procura antimafia parla con sorpresa di un agguato che riporta indietro Milano di trent'anni. Perché anche a Milano si torna a sparare, in controtendenza con la mafia 3.0 interessata ad assumere un'apparenza sempre più "per bene", funzionale al tranquillo sviluppo del proprio business. A Napoli invece si constata l'eterno perpetuarsi di un feroce dominio armato della camorra. Infine, l'omicidio del maresciallo potrebbe essere il gesto di un criminale isolato, ma sullo sfondo si profila in ogni caso la mafia del foggiano, oggi fra le più agguerrite.
Appare comunque chiaro che la mafia continua ad essere uno dei più gravi problemi del nostro paese. Il più grave per la qualità della democrazia. Ora, ci si può dividere su tutto. Persino all'interno del governo (dove per altro un po' più di unità non guasterebbe per nulla). Ma su una sola cosa non è mai consentito dividersi. Ed è proprio la mafia. Che rappresenta un pericolo così esiziale per il sistema-paese ( con le sue infiltrazioni nella politica, nell'amministrazione, nell'economia e nelle istituzioni) da esigere un fronte comune e compatto di contrasto: non divisioni ricollegabili - al di là dei proclami e delle invettive un tanto al kilo - ad interessi di bottega, magari di propaganda politica contingente.
Per contro, sembra riproporsi il solito rimpallo tra chi chiede più risorse contro la criminalità e chi ribatte di averne messe in campo come mai in passato; oppure lo scarico di responsabilità fra chi sostiene che non basta fare la faccia feroce e chi accusa gli altri di essere capaci soltanto di stare a guardare. Col rischio che la questione mafia rimanga di fatto relegata (come troppo spesso accade) nelle posizioni di retroguardia dell'agenda politica, ben più sensibile alle questioni che - specie se strumentalmente enfatizzate - si calcola possano portare più voti.

Tratto da:
huffingtonpost.it

Foto © Imagoeconomica

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