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di Pietro Orsatti
Questa mattina vado sul sito di Repubblica.it e trovo questa “breve”:


La cronista era tornata da poche ore a Roma. La sua auto era rimasta per giorni parcheggiata vicino casa. La bottiglia con il liquido era stata lasciata sul sedile del passeggero dell’utilitaria della giornalista, avvolta da un panno a scacchi”.

“Una bottiglia in plastica con del liquido sospetto è stata trovata stasera in auto della giornalista dell’Espresso e Repubblica Floriana Bulfon, in passato minacciata da alcuni componenti della famiglia Casamonica. Sul posto si è recata la polizia con la scientifica per i rilievi.


Floriana Bulfon è una cronista di razza, una di quelle che non molla l’osso, che non si accontenta mai, che i luoghi li va a vedere, li descrive, li annusa. Una che “le carte non sono mai abbastanza”, che ha buona memoria. Floriana è una donna che ha coraggio, una professionista dell’informazione. Con lei ho lavorato a lungo sulle mafie romane. Ci siamo fatti “un culo tanto” per districare l’intreccio criminale che stava soffocando la Capitale quando il termine “Mafia Capitale” veniva considerato una provocazione e non l’esatta definizione di un sistema di potere assoluto criminale, politico e economico. Con lei abbiamo lavorato a testa bassa sull’inchiesta alla base del libro “Grande Raccordo Criminale” andato in libreria nel febbraio 2014 undici mesi prima che scoppiasse il caso, appunto, di Mafia Capitale. Sporcandoci le mani e non aspettando qualche “dritta” dalle procure, andando in giro, cercando tracce dove nessuno aveva guardato, girando nei luoghi dove quel potere si materializzava. Si faceva “militare”.

Quel libro, a proposito, oggi è introvabile visto che Imprimatur, la casa editrice che lo ha pubblicato, è andata in liquidazione. Fa un certo effetto, oggi, pensare che quel lavoro enorme che mettemmo in pagina stia finendo al macero. Una brutta metafora, ancor di più dopo l’intimidazione di oggi a Floriana, di quale cura ci sia in questo Paese del lavoro di chi racconta la realtà. Mettendoci la faccia e rischiando in prima persona.

Dopo quel lavoro io mi sono concentrato sul settore librario mentre lei ha proseguito a scrivere per giornali come L’Espresso e La Repubblica e collaborando con alcune trasmissioni Rai. Da precaria. Ecco un altro cortocircuito di tutta questa vicenda. Perché Floriana è una collaboratrice esterna, una precaria. Non ha un editore e una redazione a sostenerla. Pagata “al dettaglio” per il suo lavoro. Inquietante questo aspetto della precarietà, vero?

Negli ultimi anni le sue inchieste hanno svelato mondi del tutto nascosti, oscenità come l’affare della prostituzione minorile o il potere delle organizzazioni criminali e mafiose in Italia. Senza mai tirarsi indietro. Da precaria, ricordo ancora.

Ci siamo sentiti poco fa. La domanda “chi?” è d’obbligo. La qualità del suo lavoro e delle sue denunce e tale che ha pestato parecchi piedi. E possono essere stati in molti a volersi “togliere lo sfizio” di mandare una minaccia anonima del genere. Una minaccia a una cronista, a una donna, a una persona che ha scelto di raccontare le storture di questo paese, che non si è mai fermata nel descrivere e smascherare i sistemi di potere, che ha fatto bene il suo lavoro. Il lavoro che si è scelta.

Un abbraccio Flo, qui stiamo.

Tratto da: orsattipietro.wordpress.com


L'abbraccio e la piena solidarietà alla collega Floriana Bulfon da tutta ANTIMAFIADuemila nella speranza che al più presto si faccia luce su questa odiosa minaccia.

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