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Terza e ultima relazione della Commissione d’inchiesta sul caso Moro: 700 mila documenti digitalizzati, tutti desecretati, assicura il presidente Giuseppe Fioroni, tranne quelli usati dalla Procura di Roma per le indagini in corso. Un immenso materiale documentale che piomba sulla nebulosa del delitto più importante del ‘900 italiano con alcuni punti fermi. Il primo: Valerio Morucci è stato il vero liquidatore degli anni di piombo, concordando una verità accettabile, per la purezza rivoluzionaria delle Br e per la compromissione del potere Dc, in cambio di una strisciante amnistia per i detenuti. Il suo Memoriale ha “inventato” la verità ufficiale del caso Moro, stabilendo un rapporto confidenziale e di stretta collaborazione con gli ambienti dei servizi che hanno contributo a scrivere il finto dossier passato poi ai magistrati per metterlo sotto chiave con le sentenza giudiziarie. Altro capitolo caldissimo è via Massimi 91: in quello stabile - l’unico a non essere perquisito in tutta la zona che è limitrofa al luogo dell’agguato - ha trovato un rifugio sicuro Prospero Gallinari nell’autunno del ’78 (ancora secretati i nomi dell’allora coppia di ospiti). Era lì per la generosità dei due? No, piuttosto era un luogo che godeva di una sorta di immunità extraterritoriale: ospitava cardinali e prelati: Egidio Vagnozzi e il cardinal Alfredo Ottaviani, e Marcinkus, sempre lui l’uomo dello Ior. Ma non c’erano solo abiti talari: lì abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, compagna di Franco Piperno, c’erano personaggi legati alla finanza, come il libico Omar Yahia, personaggio di grandissimo calibro, e la sede della Tumco, compagnia americana che svolgeva attività di intelligence per un organo informativo militare. La Commissione, più che chiudere, a riaperto il caso Moro: quel materiale va ricomposto per riscrivere l’insieme delle forze che collaborarono quel giorno del 16 marzo 1978 per deviare il corso della democrazia italiana.

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