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di matteo toga valigettadi Giulio Cavalli
Io non mollo.
A costo di sembrare un pedante avventuriero contro i mulini a vento o peggio ancora uno «scassaminchia» certificato da scartare con furbizia. Ma non mollo, no, perché mi convinco che ci sia qualcosa che non torna nel Paese che muove le sue più alte cariche a oliare di bava la Ferrari in Borsa o riempirci di retorica di fine anno e ancora oggi non sappiamo (siamo nel 2016, cazzo) nulla su Nino Di Matteo. Ma facciamo un patto e proviamo a non scontrarci: su Di Matteo non è obbligatorio esporsi per incensarlo ma durante un fino anno in cui c’è sempre incenso per tutti continuo a pretendere il diritto di sospettare su un nome che non viene pronunciato nemmeno di sguincio, in una caduta accidentale o peggio ancora nella retorica capodannifera.

Io, se non vi spiace, voglio sapere se Nino Di Matteo è un uomo che puzza di morto o un visionario esaltato. Voglio sentirlo dalla voce di quegli uomini di Stato che hanno sempre un cesto di parole a disposizione, da quelli che professano la solidarietà per mestiere e anche da quelli che confezionano discorsi buoni da ripetere al bar: Di Matteo si è inventato le minacce? Fa il morto quasi ammazzato per carriera? È un pazzo visionario? Sta nel circo dei minacciati per marketing?

Oppure Di Matteo davvero cammina nel sentiero sconnesso e dimenticato di un periodo storico che imbarazza come un figlio trovato in bagno con i pantaloni abbassati? Oppure davvero Nino Di Matteo è a rischio in una storia che indaga eppure non viene raccontata?

Io voglio la verità. La pretendo. Mica quella vera, ché sono abbastanza vecchio per non desiderare utopia, ma voglio la verità che ognuno si serba nel cuore: se è un mitomane ditelo, se è un santo celebratelo, se è un uomo che merita vicinanza esprimetela.

Il resto, questo stare in mezzo al niente come si riesce a nuotare densi e senza pensieri nel grigio più comodo, questo tacere e non dire, questo sorridere senza ridere o occuparsene senza troppa preoccupazione è un mezzo fare (e non fare) che puzza di tutto il marcio di chi non ha abbastanza palle. Dico: ci credete o no alle minacce a Di Matteo? Riuscite a pronunciarlo tutto intero, prima la d, poi la i, poi m e a e doppia t poi e e infine o? Vi si articola la lingua?

Qui nel paese dei corvi per un tozzo di pane abbiamo perso anche il coraggio di essere rancidi, nascosti tra le pieghi di un Paese che riesce a dire, parlare, non vuole prendere posizione e si consuma a pubblicizzare l’ottimismo a basso costo. Qui, da noi, abbiamo il più grande mitomane della storia della Repubblica oppure il più isolato antimafioso italiano. Non contano le scorte, non serve il volume delle sirene e non basta nemmeno l’incartamento del Ministero dell’Interno.

Diteci di Di Matteo. Pronunciate ‘sto cazzo di nome. Tutto intero. Che sia una farsa o un eroe. Ma prendete posizione. Perché il silenzio passato come un vento mattutino è lo sputo peggiore contro la dignità di tutti. La sua, di Nino. E la nostra. E perché l’inganno è sempre contenuto in un pacco piacevole o terribilmente silenzioso.

Tratto da: left.it

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