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c-paolo-bassani-1webdi Salvatore Borsellino - 13 aprile 2014
Ieri 12 Aprile Roma è stata teatro di due sceneggiate.
La prima è l’annuncio della fine della latitanza di Marcello Dell’Utri, annunciata dal ministro dell’Interno Alfano nel corso del congresso del NCD. “Dell’Utri” ha dichiarato ai microfoni dell’Ansa il ministro nel corso del congresso, “è stato rintracciato a Beirut dalla polizia libanese. E’ stato catturato e in questo momento si trova presso i loro uffici, in contatto con la polizia italiana”.
Con questa mossa ad effetto, che potrebbe essere stata preordinata nei tempi e nei modi, Alfano ha raggiunto il desiderato scopo, indispensabile nel periodo pre-elettorale, di presentare l’immagine di un ministro che raggiunge in tempi rapidi l’obiettivo di assicurare alla giustizia un latitante che aveva fatto perdere le sue tracce.
Poco importa che prima che la giustizia riesca a mettere effettivamente le mani sul suddetto latitante passeranno degli anni e che anzi Dell’Utri riuscirà probabilmente a fruire di una latitanza colma di agi e di onori come Craxi ad Hammamet.

Nella legislazione del Libano, sede della pseudo cattura prevista dal copione, non è previsto il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per cui Dell’Utri è stato condannato in Italia. Le procedure di estradizione saranno quindi c-paolo-bassani-2weblunghe e difficili se non impossibili ed è probabile quindi che la latitanza momentaneamente interrotta a favore del prestigio di Angelino Alfano possa poi riprendere tra il Libano e Santo Domingo dove Dell’Utri può disporre di una favolosa residenza acquistata con i capitali giratigli da Berlusconi per assicurarsene il silenzio.
L’altra sceneggiata è invece la latitanza a cui si è dato lo stesso Alfano sottraendosi ad un incontro che gli era stato da tempo richiesto attraverso le vie istituzionali, cioè quella stessa Prefettura di Palermo dove agli inizi di dicembre, si era svolta la prima parte della sceneggiata.

In quell’occasione Alfano mi aveva infatti assicurato, in un incontro privato da lui stesso richiesto alla presenza del Prefetto di Palermo, che “era stata disposta la fornitura del bomb jammer alla scorta di Di Matteo”.
Adesso, a quattro mesi di distanza, Alfano avrebbe dovuto ammettere che si trattava soltanto di parole, per non dire peggio, e a questo punto non gli restava che una possibilità, sfuggire al colloquio e rifugiarsi in luogo sicuro, presso il congresso elettorale dell’NCD.
E’ così che i manifestanti arrivati ieri mattina a Roma, davanti al Viminale, in rappresentanza delle “Scorte Civiche” nate in tante città d’Italia sull’onda di quella nata prima a Caltanissetta e poi a Palermo su iniziativa delle Agende Rosse, hanno trovato a riceverli soltanto dei funzionari addetti alla sicurezza dai quali si sono sentiti dire che nessuno avrebbe potuto riceverli perchè “le stanze del Viminale erano deserte”.
c-paolo-bassani-4webL’affermazione era già di per sè molto grave perchè in quel giorno doveva svolgersi a Roma una manifestazione dei centri sociali, dei senza casa, degli alternativi ed era anche previsto l’arrivo dei temuti black blocs e si temeva che Roma sarebbe stata messa, come preannunciavano i giornali, “a ferro e fuoco”.
Ma deserte effettivamente non erano perché, dopo lunghe contrattazioni hanno tentato di convincerci ad accettare che un vice-prefetto venisse a sentirci “sul marciapiede” di fronte al Viminale a sentire le nostre ragioni.
Avremmo dovuto consegnare ad Alfano anche i fogli contenenti migliaia di firme di persone che, non avendo potuto essere fisicamente presenti alla manifestazione di Roma, ci delegavano a rappresentarli al cospetto del ministro. Essendosi però il ministro dato alla latitanza abbiamo preteso che la consegna delle firme avvenisse almeno in un luogo istituzionale, cioè all’interno del Viminale e finalmente, dopo ulteriori lunghissime contrattazioni, ci è stato promesso che saremmo stati ricevuti dal Capo di Gabinetto del ministro.
Per carità di patria preferirei fermare qui questo resoconto perchè quello che è seguito e stato quasi surreale e ci ha fatto sospettare che quel Gabinetto non avrebbe dovuto essere scritto con la G maiuscola.

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La nostra delegazione, di cinque persone, dopo la consegna rituale dei documenti di identità, è stata introdotta in una stanzetta attigua ai locali in uso al servizio di sicurezza del Viminale dove due spauriti funzionari (dalle funzioni non meglio precisate) sono stati ad ascoltare una parte di quelle cose che avremmo voluto contestare al ministro ed hanno ricevuto, facendo l’atto di sfogliarle distrattamente, le firme che con tanto entusiasmo avevamo raccolto.
Ci resta l’amaro in bocca nel constatare a chi sono in mano quelle Istituzioni che rispettiamo e per le quali hanno sacrificato la sua vita Paolo Borsellino e i cinque servitori dello Stato, quello vero, trucidati insieme a lui.
Ma episodi come questo non fanno altro che rafforzarci nella nostra determinazione di non tollerare che personaggi come questi vengano il 19 luglio in via D’Amelio a fingere di onorare quel Paolo Borsellino del quale non sono degni neanche di pronunciare il nome.

Foto © Paolo Bassani

Tratto da: 19luglio1992.com

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