Il viaggio di una missionaria di Funima International
Ho quindici anni.
Sono qui perché ho ucciso.
E tu perché sei qui, donna?
Vengo dall’Italia, sono qui per conoscerti.
Sghignazza insieme ai compagni.
Conoscere me?
Per un istante le sue pupille sussultano, come un 9 sulla scala Richter. Poi tornano ferme, dure. Qui la lingua è questa.
Mi chiamo C****.
Ho imparato da poco a scrivere il mio nome.
Inclina appena la testa.
E tu, donna… qual è seu nome?
Cristallizzo le lacrime.
Somigli molto a mio figlio, ha quattro anni più di te.
In un istante le loro vite scorrono parallele nella mia mente, come il nastro riavvolto di una vecchia VHS.
Intorno a noi una classe del carcere minorile di Nova Friburgo. I ragazzi sono seduti ai loro banchi, divisi per classi. Molti sono qui per narcotraffico, altri per omicidio.
All’ingresso vengono rasati. Sveglia presto, routine rigidamente scandita dalle lancette dell’orologio, scuola e formazione professionale per prepararli al reinserimento.
Poi c’è un momento in cui li portano nel cortile recintato a giocare a calcio. Agli angoli le guardie armate osservano sedute su sedie di plastica.
Tra loro esiste una gerarchia silenziosa. Si capisce da come si guardano, da come si dispongono nello spazio. C’è un ragazzo più isolato degli altri. Ha commesso un abuso. Qui certi reati non trovano perdono neppure tra chi ha sbagliato.
Il resto del tempo è un’attesa pesante, che si trascina come un uomo in guerra colpito a entrambe le gambe.
Più tardi mi ritrovo in un angolo, nascosta contro il muro ad asciugare il pianto. Mentre lo guardavo, vedevo scorrere davanti agli occhi due vite, la sua e quella di mio figlio. Non c’è differenza tra loro, solo opportunità diverse, contesti diversi. Uno cresce con la possibilità di immaginare un futuro, di impegnarsi nel sociale e di frequentare l’università. L’altro impara a quindici anni a scrivere il proprio nome dentro un carcere.
E mentre qualcosa dentro di me si spezza, allo stesso tempo qualcosa divampa. Come una molotov nel petto. Una nuova, ulteriore presa di coscienza. Un livello più profondo di consapevolezza che mi chiama a trovare il modo di cambiare il destino di altri ragazzi come lui.
Questo, il dialogo silenzioso tra un ragazzetto mulatto di favela e una mulatta in gilet blu.
Tratto da: Facebook
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