Un viaggio di incontri e dibattiti tra Udine e Trieste nel nome della verità
Udine, Sacile, Trieste, e poi ancora Udine. Tre città per raccontare e per raccontarsi. E per dire a voce alta verità scomode, laceranti. Una serie di incontri e dibattiti organizzati a volte col patrocinio del comune ospitante, altre volte assieme ad alcuni sindacati di categoria, ma soprattutto assieme ad un ampio cartello di associazioni tra cui Libera. Ed è l’instancabile referente di Udine di quest’ultima, Francesco Cautero, l’emblema di quella società civile che non intende arrendersi allo scempio a cui assistiamo. Un pezzo di società che continua a lottare per far conoscere all’opinione pubblica quello che il cosiddetto mainstream minimizza, travisa, strumentalizza o semplicemente occulta. Dalla strenua difesa della Costituzione votando No al Referendum, fino alla pretesa della verità e della giustizia per i massacri e i genocidi di uno stato come Israele. Che la storia ha già condannato nella fattispecie del suo premier Netanyahu. Per il quale si attende l’arresto e la condanna assieme a tutti coloro che lo hanno protetto e sostenuto: da Trump ai principali leader dell’Unione Europea, con una colpevole complicità del Governo Meloni.
Gaza vive
Udine. Buio in sala. L’attore è da solo sul palco, si intravede a malapena nell’oscurità. La voce di Beppe Casales rompe con forza un silenzio denso. Con grande semplicità, ma altrettanto pathos, inizia a raccontare una storia che parte da molto lontano, dalle origini del sionismo, da chi lo ha ideato e da chi l’ha sostenuto fino alla creazione dello stato di Israele sul sangue dei palestinesi. Schiacciati da un’ideologia “che ha portato pulizia etnica, apartheid e, infine, genocidio. Un’ideologia che giustifica il massacro, nata molto prima di quel 7 ottobre”. Ma è soprattutto la storia di una famiglia di Gaza, prima e dopo il 7 ottobre 2023: dalla gioia di una giornata al mare, all’abominio di un genocidio pianificato nei minimi dettagli.
Una vicenda che si snoda attraverso giorni, mesi, anni; che è anche una storia d’amore tra due giovani gawazi, lui che sogna di aprire uno studio di fisioterapia, e lei che anela di diventare interprete e traduttrice per poter viaggiare. 
Beppe Casales © Casales
E’ un crescendo di dramma e disperazione che si contrappone alla speranza e alla resilienza di un popolo indomito. C’è anche spazio per alcuni audio originali che riportano il pubblico alla cruda realtà: dagli annunci militari dell’Idf che si confondono con quelli del passato legati alla furia nazista, fino alle aberranti dichiarazioni del ministro degli Esteri Tajani sul “diritto internazionale che vale fino a un certo punto”. La voce di Hind Rajab, la bimba palestinese di 6 anni che, prima di morire - all’interno dell’auto in cui viaggiava colpita da 335 proiettili sparati dall’Idf - chiama un’ambulanza che non riuscirà mai a soccorrerla, scuote il pubblico in sala. La voce sempre più flebile della piccola Hind Rajab è una lama sottile che infierisce sulle coscienze anestetizzate di questa umanità. Uno spaccato inquietante giunge poi dalla messa in scena delle parole di un maestro elementare palesemente sionista che, nell’enfasi della sua propaganda travestita da lezione, definisce i palestinesi come “animali e terroristi”.
Per più di un’ora Casales accompagna per mano il pubblico con grande maestria in un inferno a cielo aperto. Dove il ragazzo che sogna di avere un suo studio da fisioterapista chiede alla ragazza che sogna di diventare interprete di sposarlo. Lì, tra quel popolo che vaga disperato da un campo profughi all’altro, tra le bombe e la carestia che continuano a sterminare quello che resta. Il ragazzo è cosciente di quanto possa sembrare assurdo o paradossale, ma glielo chiede ugualmente, per quel semplice imperativo che sente pulsare dentro di sé: vivere, resistere, amare.
La quarta parete
Sacile. Pathos, dolore, empatia e molto altro ancora. Tutto questo vibra forte nella voce e nell'intensa presenza scenica di Aida Talliente, straordinaria attrice friulana, capace di dare corpo e anima alle sue interpretazioni. Assieme a lei Giorgio Pacorig e Marco D’Orlando, due grandi artisti che accompagnano la sua voce con musica e percussioni fuse in un’armonia senza tempo.
Siamo all’interno di un progetto, organizzato dall’associazione culturale Thesis e curato da Andrea Visentin, che si snoda attraverso un percorso che si conclude il 6 marzo. Un lungo tour in undici Comuni del Friuli Venezia Giulia con appuntamenti a ingresso gratuito, in vista del festival Dedica, previsto dal 14 al 21 marzo e dedicato allo scrittore e giornalista francese Sorj Chalandon. Ed è il suo best seller “La quarta parete” ad essere il filo conduttore attraverso alcuni suoi estratti selezionati e interpretati con grande intensità da Aida Talliente. La trama è di quelle che scuotono le fondamenta delle nostre comfort zone, capace di rapire l’attenzione e di catapultarla tra la Francia e il Libano di più di quarant’anni fa. 
Aida Talliente © Tommaso Nicoletti
Sullo sfondo c’è Samuel Akunis, regista greco oppositore della dittatura dei colonnelli, ebreo sfuggito all’Olocausto, francese d’elezione, che ha un sogno folle: portare l’Antigone di Anouilh tra le strade di Beirut straziate dai combattimenti. “Nata in Grecia, immaginata tra le mani del Reich o interpretata nella Parigi occupata, Antigone era di tutti i tempi. Della nostra attualità”. Ma adesso Sam ha un tumore e sta sempre peggio, “chiede quindi all’amico Georges di portare avanti il suo progetto. Con un passato da attivista nel movimento del Sessantotto parigino e di scontri anche violenti con gli studenti di estrema destra, Georges da tempo ha abbandonato la politica per dedicarsi al teatro. Adesso ha una famiglia, una figlia piccola, ma non può tirarsi indietro. Così, nel febbraio del 1982 parte per il Libano, dove tocca a lui mettere in scena l’Antigone. Per farlo si dovrà negoziare una tregua di due ore. La rappresentazione dovrà avvenire sulla linea di confine, le macerie faranno da scenografia”. Ed ecco che gli attori destinati a quella piece “sono scelti da ciascuna delle fazioni nemiche: Antigone sarà palestinese, Emone un druso, Creonte un cristiano maronita, le guardie sciite. Tutti insieme sul palcoscenico: perché se la guerra è una pazzia, anche la pace deve esserlo. Georges si trova a muoversi impreparato tra cecchini, posti di blocco, edifici crivellati di colpi; per la prima volta sente i rumori della guerra. Ma non rinuncia al sogno di Sam, che è diventato anche il suo”. Ma dopo “essere stato testimone della violenza e della sofferenza, con il massacro perpetrato nei campi profughi di Sabra e Shatila anche lui avrà la sua parte nella tragedia”. Ed è proprio nel passaggio sulla strage di Sabra e Shatila che l’emozione di Aida Talliente travalica ogni argine. Gli occhi dell’autore del libro diventano gli occhi di Aida. Che, mentre legge, è come se fosse davanti al corpo martoriato della ragazzina che avrebbe dovuto interpretare Antigone e che prima di essere brutalizzata strappa una ciocca di capelli al suo stupratore. In sala il silenzio avvolge ogni cosa.
Il mio nome è Balbir
Trieste. Ha la barba brizzolata, Marco Omizzolo, due occhi miti che riflettono la sua profondità d’animo, quella di chi ha a cuore il destino degli altri. La sua biografia lo vede docente di Sociopolitologia delle migrazioni alla Sapienza di Roma, presidente di “Tempi Moderni” e ricercatore Eurispes.
Le cronache raccontano che ha lavorato tre mesi come bracciante infiltrato per studiare lo sfruttamento dei migranti da parte delle agromafie. Nel 2019 è stato nominato Cavaliere della Repubblica per le sue ricerche e il suo impegno, e da diversi anni vive sotto protezione per le minacce e le gravi intimidazioni subite. Ma Marco Omizzolo, è soprattutto un uomo giusto, che non si è voltato dall’altra parte. Che ha raccolto il grido di aiuto di Balbir Singh, nato nel Punjab e arrivato regolarmente in Italia. Un uomo libero, che dopo aver perso la sua libertà in Italia, è stato sfruttato, picchiato, minacciato di morte e schiavizzato per sei anni a Borgo Sabotino, in provincia di Latina. Ed è lo stesso Marco Omizzolo - che si è attivamente impegnato nella liberazione del bracciante indiano sikh - ad aver scritto assieme a lui il libro “Il mio nome è Balbir”.
Marco Omizzolo e Balbir Singh
Nel 2024 il padrone-sfruttatore di Balbir è stato condannato dal Tribunale di Latina a cinque anni, una sentenza decisamente importante, ma non certamente un punto di arrivo. Bensì l’inizio di una lunga strada finalizzata a riempire un vuoto politico e normativo. Per cercare di restituire giustizia e libertà a chi l’ha persa in una Repubblica fondata sul lavoro. Alla “Bottega senza confini Brez Meja” ci si siede in circolo. Poca formalità e molta concretezza. Marco Omizzolo, introdotto dai referenti di Libera, Elisa Settimo (per Trieste), e Francesco Cautero (per Udine), traccia un parallelismo conla tragedia di Satnam Singh, 31 anni, indiano, bracciante in nero in un’azienda agricola di Borgo Santa Maria, in provincia di Latina, lasciato morire dissanguato dal suo padrone dopo che un macchinario gli aveva tranciato di netto un braccio. Omizzolo ripercorre quindi la storia agghiacciante di sfruttamento, violenza ed estrema povertà di Balbir attraverso quella che definisce una “forma di indottrinamento del padrone”. Che punta a schiacciare psicologicamente quelli che il padrone ritiene nient’altro che schiavi.
Ma Balbir Singh “è la prima persona che grazie alla sua denuncia ottiene permesso per giustizia che prima non c'era”, spiega Omizzolo, dando poi idealmente la parola allo stesso Balbir che gli aveva raccontato testualmente: “nell'agriturismo dove lavoravo ci andavano gli italiani, mi vedevano accanto a quella roulotte e nessuno è venuto a chiedermi chi ero… I vostri figli giocavano con me a pallone, ma non avete impedito che questa tragedia continuasse…”. Omizzolo racconta dell’indifferenza di molte persone agli uffici per stranieri che non chiedevano mai a Balbir in che condizioni si trovasse.
C’è spazio anche per una citazione tratta dalla pedagogia degli oppressi di Paulo Freire: l’importanza di passare da: “stare PER”, a “stare CON” gli oppressi. Ed è questo il leit motiv che anima l’intervento di Marco Omizzolo, questo “stare CON” coloro che non sono assolutamente “invisibili”, ma bensì molto visibili tra la gente.
Il dato raccapricciante che Omizzolo ci ricorda arriva da un report di qualche anno fa delle Nazioni Unite: tra i 450.000 e i 500.000 lavoratori agricoli in Italia operano in condizioni di vulnerabilità, spesso soggetti al fenomeno del caporalato e a situazioni di grave sfruttamento.
Siamo di fronte a una tragedia che produce 25,2 miliardi di euro di profitto: un vero e proprio business di profitti illeciti, poi riciclati, pari a una finanziaria di un Paese come il nostro.
“O si sta con Balbir, o con i padroni”, sottolinea Omizzolo, che racconta di seguito quando ha visto il corpo di Balbir Singh segnato da un’infinità di cicatrici per le violenze subite. Per poi ricordare che la notte Balbir andava nei campi e a mo’ di resilienza diceva a voce alta: “Il mio nome è Balbir”; un modo per dire a se stesso “non sono un oggetto, ma una persona con la sua storia”. L’autore racconta poi che nonostante Balbir prendesse solamente 150 euro al mese, per una media di 16 ore di lavoro al giorno – mangiando dagli scarti del cibo per i maiali – fosse riuscito a far laureare il figlio.
E’ un’amara riflessione, quella di Marco Omizzolo, sulla corda che Balbir avrebbe potuto usare per suicidarsi nei momenti più terribili e che vedeva ogni giorno nella stalla. Un’immagine che ci riporta al dramma consumato negli ultimi 10 anni: 16 braccianti suicidati che lavoravano in aziende che fatturavano milioni di euro. “Gran parte di quelle persone si sono impiccate dentro l'azienda, una grandissima denuncia che ci ha obbligato a vederli. Ma quelle persone non si sono suicidate… sono state suicidate”, sottolinea Omizzolo mentre traccia un ulteriore parallelismo con le “vite di scarto” citate da Zygmunt Bauman. 
Francesco Cautero
L’autore evidenzia inoltre che ci sono due processi in corso a Latina per questi fatti, ma che è soprattutto la “responsabilità della attuale classe dirigente” quella su cui è necessario tenere alta l’attenzione.
Lo sciopero dei braccianti indiani che il 18 aprile del 2016 Omizzolo ha contribuito a realizzare, viene in seguito ricordato da Francesco Cautero; così come la partecipazione dello stesso Omizzolo alla scrittura della prima legge sul caporalato nel 2016. Di fatto siamo di fronte ad un sistema normativo “che riflette delle volontà politiche”, ribadisce l’autore del libro evidenziando come in Italia ci siano “centocinquanta ghetti dove ci sono persone che sono gravemente sfruttate”.
“Bisogna guardare le persone lì dove sono - conclude - riconoscere l'umano. I ghetti sono alla luce del sole, lo schiavo non è invisibile. Esistono gli uomini che abbiamo deciso di non vedere… E invece bisogna avvicinarsi a quelle persone e chiedergli: come stai? Noi non dobbiamo praticare l'indifferenza…". Un’ultima novità arriva dalla notizia di qualche ora prima che 10 braccianti indiani hanno deciso di denunciare il proprio padrone, Omizzolo sottolinea la grande importanza di quel gesto: l’esempio di Balbir continua a camminare sulle gambe di altri.
Caporalato: diritti negati e vite invisibili
Udine. Questo lungo viaggio di verità, iniziato una settimana fa, si è quindi concluso ieri (anche se già stasera “La quarta parete” proseguirà il suo viaggio a Palmanova, per poi approdare in altri luoghi). Tre dibattiti sullo sfruttamento lavorativo e caporalato in Friuli Venezia Giulia si sono susseguiti nell’arco dell’intera giornata. Al mattino, presso il liceo “Percoto”, 300 studenti di diversi istituti udinesi hanno ascoltato le parole di Marco Omizzolo, con il quale poi hanno intrapreso un dialogo per approfondire quella che è stata molto più di una pregnante testimonianza. Nel pomeriggio, assieme a Omizzolo, si sono riuniti i rappresentanti di diverse associazioni, cooperative e sindacati che sono direttamente a contatto con lavoratori (migranti o meno) possibili vittime di sfruttamento. La sera, poi, la giornata si è conclusa con il dibattito “Diritti negati e vite invisibili”, moderato dalla giornalista Anna Piuzzi. Durante la conferenza sono state analizzate le luci e le ombre a dieci anni dall'approvazione della legge sul caporalato, così come la situazione dello sfruttamento lavorativo in Friuli, con un focus particolare sull'agricoltura. Con Omizzolo sono intervenuti Stefano Gobbo (Fai Cisl Friuli Venezia Giulia), Ingrid Peres (Flai Cgil Udine) Chiara Valerio (Nuovi Vicini Società Cooperativa Sociale), e infine Francesca Peresson (Fondazione Centro Caritas dell’Arcidiocesi di Udine) che ha portato anche il messaggio di Laura Rossi (Codess Friuli Venezia Giulia Cooperativa sociale).
Ma sono state le parole di Balbir Singh, tratte dal libro “Il mio nome è Balbir” e lette dallo stesso Marco Omizzolo, quelle che hanno chiuso definitivamente l’incontro.
“Anche se devi lottare contro tutti e forse anche contro te stesso, tu lotta. Se è per la tua libertà, tu lotta. Se è per il tuo diritto a esistere, tu resisti e lotta. Non pensare di essere morto. Io ho capito che un uomo, quando ha una ragione per lottare, ha una ragione per vivere. Se lotti davvero, non muori mai. Resistere è, secondo me, la risposta giusta, e la rivolta è la strada da percorrere insieme”.
Per non dimenticare mai che la dignità di un uomo che ha saputo trasformare dolore, rabbia e frustrazione in un riscatto di vita e in una liberazione, vale più di ogni altra cosa.
Info
Beppe Casales - Gaza vive
Aida Talliente
Anteprima Dedica Festival La quarta parete
Il mio nome è Balbir
Marco Omizzolo – I nuovi schiavi guarda il video di Piazza Pulita
Sotto Copertura tra Schiavitù e Caporalato - Intervista a Marco Omizzolo
