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In un’epoca segnata dal ritorno della guerra in Europa e dalle sue ripercussioni globali, lunedì 23 febbraio 2026 il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo ha ospitato un incontro intitolato “Perché la guerra?”. L’evento, ospitato nell’Aula Santi Romano di via Maqueda 172, ha preso le mosse dal celebre carteggio del 1932 tra Albert Einstein e Sigmund Freud per interrogare le cause profonde del conflitto armato e le dinamiche contemporanee di desiderio, violenza e potere. Il dibattito si è sviluppato intorno al volume di Alberto Andronico Protect Me From What I Want. Cinque lezioni sul carteggio tra Einstein e Freud, offrendo una riflessione interdisciplinare che ha intrecciato filosofia del diritto, esperienza giudiziaria e analisi psicoanalitica.

A introdurre e moderare l’incontro è stata Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto all’Università di Palermo, che ha collocato l’evento nel contesto dell’attualità drammatica. “Parlare della guerra significa interrogare sulla natura del diritto con il suo altro”, ha osservato Sciurba, sottolineando come in un’aula di giurisprudenza “non si può ignorare questo presente”. Il libro di Andronico, ha aggiunto, nasce “da una scelta, nel 2022, quando la Russia invade l’Ucraina” e si propone di accompagnare il lettore “non tanto per dare una risposta, ma per sviscerare i termini e gli elementi dei confini di questa domanda”. Sciurba ha inoltre definito l’autore mosso dall’“urgenza di essere davvero comprensibile” in un’epoca di conflitti perpetui. Il primo intervento è stato affidato a Felice Lima, già Sostituto Procuratore Generale di Messina, che ha offerto una diagnosi severa del rapporto tra Stato, violenza e diritto. “Quello che doveva essere uno strumento di difesa diventa il problema di questi temi”, ha affermato Lima. “Oggi gli Stati sono diventati detentori arroganti e spudorati non solo della forza, ma anche della violenza bruta”. Di fronte a questa concentrazione del potere coercitivo, l’ex magistrato ha invocato “un ritorno al soggetto”, precisando però che non si tratta di un ripiegamento sul privato. Al contrario, ha criticato le “due chiese del ’900”, comunismo e cattolicesimo, i cui seguaci “credevano troppo che avrebbero realizzato l’obiettivo”. Il fallimento di quelle promesse ha generato una delusione paralizzante.  

Lima ha quindi proposto un cambio di prospettiva etica: “La mia proposta è non pensarci: il senso della vita non è impegnarsi se ce la facciamo, ma è impegnarsi e basta. L’obiettivo è rinunciare a essere i salvatori del mondo. La storia è un’avventura collettiva”. In un’epoca dominata da “scorciatoie e leggende”, testimoniare non è inutile: “cambia noi”, ha detto richiamandosi ad Aristotele, “migliora il nostro condominio, e migliora anche il mondo”. Non esiste un passato felice né soluzioni facili; l’alternativa al diritto fondato sulla cultura resta “la forza”, che è la via della dittatura, la via “facile”. L’ex procuratore ha poi difeso, pur con realismo, il multilateralismo: “È vero che i criminali governano il mondo. Ma per ora è meglio che siano molti” piuttosto che uno solo. Ha respinto l’idea di “poteri buoni” di per sé e ha definito “suicida” l’illusione di un “padrone buono”. Il monopolio della forza conduce fatalmente alla dittatura; altrettanto illusoria è la fiducia in una “riforma formale” priva di consenso reale. “Il potere si è comprato tutti i corpi intermedi”, ha concluso Lima, riducendo i cittadini a “consumatori” in attesa di “molliche” che il potere concede, non per bontà, ma sempre nell’ottica di un disegno manipolatorio. In questo scenario, la scomparsa degli “intellettuali indipendenti” — “i Pasolini ci mancano” — segna il declino del pensiero critico e il ritorno all’autorità indiscussa. 

Alberto Andronico, docente di filosofia del diritto all’Università di Catania e autore del volume, ha preso la parola per ricollegare il dibattito al nucleo freudiano. “Quando ci sono le guerre c’è sempre qualcuno che ci guadagna” e chi detiene “il potere politico ed economico non lo vuole cedere”, ha osservato. Si tratta di una minoranza. Eppure, ha proseguito citando Freud, “è possibile che una moltitudine vada ad uccidere e ad uccidersi solo perché un manipolo di persone glielo ordinano?”. La risposta, secondo lo psicoanalista, va cercata “altrove”, in dinamiche più profonde della psiche collettiva. Alessandro Tesauro, docente di diritto penale all’Università di Palermo, ha proseguito l’analisi richiamando l’urgenza di “tornare a riflettere alla maniera dei filosofi” sulla guerra, soprattutto quando “l’avvoltoio torna a volare basso”. Citando direttamente dal carteggio freudiano, ha ricordato che “l’organismo desidera solo morire a modo suo”. Dietro la guerra si cela quella che Franco Fornari ha definito “questione di morte”. I modelli educativi e civilizzatori non eliminano le pulsioni distruttive: “Siamo animali addomesticati dalla cultura, dalla forza civilizzatrice dell’ipocrisia”.

Tesauro ha infine individuato il “germe della distruttività” all’interno stesso dell’Occidente e della logica capitalista, portando l’esempio di “Netanyahu come primo finanziatore di Hamas” e quindi autore, seppur indiretto, del massacro del 7 ottobre. In questa prospettiva, la guerra appare come “un trattenimento paranoico di questo ospite di cui è fatta la nostra distruttività”. L’incontro si è concluso con le riflessioni finali di Andronico, che ha raccolto i fili del dibattito offrendo ulteriori chiavi di lettura sul carteggio Einstein-Freud e sulle sue implicazioni per il presente. Il confronto ha lasciato aperta la domanda posta dal titolo “Perché la guerra?”. Non come enigma da risolvere una volta per tutte, ma come interrogativo ineludibile sul rapporto tra diritto, desiderio e violenza nella società contemporanea.

Foto © ACFB

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