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C’è una distanza crescente tra cittadini ed eletti. Lo si ripete spesso, con rassegnazione o preoccupazione. Ma questa distanza non è una fatalità: cresce ogni volta che chi è chiamato ad amministrare si sente libero di ignorare le regole scritte, specie quelle che garantiscono i diritti fondamentali alla partecipazione.
È il caso del Comune di Albiano, dove un comitato di cittadini ha chiesto formalmente all’amministrazione di costituirsi parte civile nel secondo filone del processo “Perfido”, legato all’infiltrazione della ‘ndrangheta nel settore del porfido e al brutale sfruttamento di lavoratori, anche con episodi di violenza documentata.

La richiesta è stata ignorata. Nessuna risposta scritta, nessuna motivazione, nessun confronto pubblico. Eppure lo Statuto comunale, all’articolo 7, parla chiaro: le proposte popolari vanno prese in considerazione, discusse, e se respinte devono esserlo con motivazione formale.

Questo silenzio istituzionale è grave. Non solo perché le accuse riguardano un territorio martoriato da sfruttamento, ricatti e violenza mafiosa. Ma perché colpisce un principio essenziale della democrazia: il diritto dei cittadini di proporre atti di interesse collettivo e ricevere una risposta dal Comune.

Perché Albiano avrebbe dovuto costituirsi parte civile?

Per dare un segnale chiaro: lo sfruttamento mafioso non è una questione astratta, ma ha leso concretamente il territorio e la dignità della comunità.
Per tutelare l’immagine dell’ente, come già fatto dalla Provincia Autonoma di Trento su sollecitazione del Consiglio provinciale, che ha ottenuto risarcimenti per oltre 300 mila euro nel primo filone del processo.
Perché il Comune è stato coinvolto indirettamente: i fatti contestati hanno avuto luogo sul suo territorio, con il sospetto coinvolgimento di forze dell’ordine locali all’epoca dei fatti.
Perché una richiesta popolare formale presentata secondo quanto previsto dallo Statuto, lo suggeriva portando elementi concreti a sostegno della stessa.

La partecipazione non può restare solo sulla carta

Le norme sulla partecipazione popolare contenute negli Statuti comunali – come quelle di Albiano – sono spesso trattate alla stregua di raccomandazioni senza valore. Ma sono norme a tutti gli effetti, che impongono obblighi precisi agli amministratori: rispondere, motivare, decidere alla luce del confronto democratico.

Ogni volta che un Sindaco o una Giunta si sottraggono a questi obblighi, non calpestano solo un articolo dello Statuto, ma minano alla base la fiducia tra cittadino e istituzione. Una fiducia che oggi è già fragile, ma che in contesti segnati da infiltrazioni mafiose dovrebbe essere rafforzata, non logorata.

Per una democrazia che funzioni davvero

L’esclusione della proposta popolare dal confronto democratico è un segnale grave, perché svilisce il ruolo dei cittadini e allontana ancora di più le persone dalla partecipazione attiva alla vita pubblica. Se poi si considera che alle ultime elezioni comunali di Albiano ha votato appena il 40% degli aventi diritto, con un’affluenza che sale solo al 50% se si escludono gli iscritti all’AIRE, il quadro si fa ancora più preoccupante. Continuare a ignorare i segnali di disaffezione, rifiutare il confronto con la cittadinanza attiva e chiudere le porte alla democrazia diretta significa contribuire alla crisi della rappresentanza e minare alla base la legittimità stessa delle istituzioni locali.

* Presidente di Più Democrazia in Trentino

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