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Cinquant’anni fa, alle ore 10.12, la strage di piazza della Loggia. Otto morti e 102 feriti, sangue innocente versato per la violenza neofascista che si sentiva libera, protetta da alcuni apparati dello Stato, di colpire tra la folla per dare una spallata alla Repubblica costituzionale nata dalla Resistenza.
Ci sono già due colpevoli, la Cassazione lo ha decretato nel 2017: Carlo Maria Maggi, ex capo nell’area del Triveneto dell’organizzazione neofascista Ordine nuovo fondata da Pino Rauti, morto l’anno dopo; e Maurizio Tramonte, una fonte del servizio segreto militare che allora si chiamava Sid. Ma l’inchiesta non si è fermata, grazie alla tenace morsa dell’associazione delle vittime di cui è anima Manlio Milani, un uomo che porta nel suo sguardo i segni del dolore per la giovane moglie dilaniata mentre gridava ‘Viva l’Italia antifascista!’.
Siamo infatti alla vigilia di altri due importanti processi, uno svolta dal tribunale dei minorenni contro Marco Toffaloni, oggi cittadino svizzero e allora 17enne, chiamato Tomaten, perché arrossiva spesso; l’altro contro Roberto Zorzi che vive oggi negli Stati Uniti. Entrambi sono imputati come esecutori materiali: entrambi veronesi, sarebbero la prova della micidiale collaborazione tra gli ordinovisti bresciani e quelli scaligeri e dunque di una operazione che non sarebbe stata radicata solo nella città lombarda. La macchina investigativa che ha puntato il dito contro i due ex ragazzi è stata molto più complessa di quanto non lasci pensare un processo contro due ‘semplici’ esecutori materiali.
Innanzitutto, la certezza del livello esecutivo è essa stessa un punto fermo del percorso di verità e giustizia condotto dalle vittime: stabilisce una concreta dimensione del reale che i depistaggi hanno quasi reso evanescente. Inoltre nei due processi che si stanno per aprire a Brescia c’è molto di più. C’è l’indicazione di quel livello superiore dove si è sempre fermata la verità sull’origine e la natura dello stragismo. A Verona c’è un luogo storico, Palazzo Carli, che allora ospitava il Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa, un braccio della Nato, un centro di potere sovranazionale impenetrabile. In quello splendido edificio, secondo ricche testimonianze, sarebbe stato ordito il piano di attacco alla democrazia.
I tentativi di far saltare o screditare l’impianto accusatorio non dovranno dunque sorprenderci: il doppio livello dello stragismo è un tavolo simbolico al quale si sono sedute diverse forze e di diversa natura che hanno collaborato per mantenere l’Italia dentro un certo ordine internazionale e politico. Esso ha una natura complessa, difficilissima da smascherare.

Tratto da
: ilfattoquotidiano.it 

Foto © Emanuele Di Stefano

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