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La morte di Prigozhin non lede l’aggressione russa. Ad affermarlo è il docente di Sociologia del terrorismo internazionale Alessandro Orsini che sulle colonne de Il Fatto Quotidiano questa mattina ha analizzato le conseguenze della morte del leader della Wagner avvenuta nei giorni scorsi dopo che il jet con cui stava andando a San Pietroburgo è precipitato con a bordo altri passeggeri.
La cui classe dirigente italiana “continua a non capire la piega gravissima che la guerra sta prendendo - ha scritto Orsini -. Zelensky non potrà resistere a lungo senza mobilitare almeno altri 200000 soldati. Il che causerà un’altra mobilitazione della Russia che aggiungerà altrettanti soldati. Procedendo di escalation in escalation, il rischio è che la Russia dichiari guerra all’Ucraina e decreti la mobilitazione generale. Siccome la regolarità empirica che abbiamo enunciato all’inizio della guerra non soffrirà eccezioni, accadrà che:’Per ogni proiettile della Nato che l’Ucraina lancerà contro la Russia, la Russia lancerà dieci proiettili contro l’Ucraina’. Ne consegue che l’arrivo degli F-16 renderà la guerra molto più tragica di oggi”. Davanti a tutto ciò la politica italiana è arenata sul: “C’è un aggressore e un aggredito”. “Noi ce lo auguriamo giacché l’aggredito rischia di sparire”, ha continuato il professore.
Inoltre, da un’attenta analisi dell’incidente che ha portato alla morte di Prigozhin, Orsini sottolinea come la catena di comando che determina il potere di Putin sia più che mai salda. “Se è vero che il Cremlino ha ordinato di abbattere l’aereo, allora nemmeno una persona si è frapposta nella verticale di potere per avvisare i passeggeri - ha spiegato -. La catena di comando è talmente salda che un ordine di Putin equivale a una digitopressione su un bottone”. Quanto alla ribellione di Prigozhin, che provò nei mesi scorsi a fare un golpe contro Mosca, “Putin era stato informato in anticipo”, mentre il leader della Wagner “non ha trovato informatori”. “Che la catena di comando fosse salda era parso evidente anche nella ribellione”, ha aggiunto Orsini sul Fatto. In Italia il mainstream aveva prefigurato “un cedimento dell’esercito russo che ha continuato a combattere compatto. Il fatto che la catena di comando sia salda è della massima importanza per il futuro della guerra giacché l’eventuale ordine di usare le armi nucleari rischia di non trovare oppositori o sabotatori”. Situazione allarmante che trova conferma anche dalle analisi delle rivolte politico-sociali più gravi che non sono avvenute a Mosca ma “nelle cosiddette società libere” come ad esempio “Capitol Hill negli Stati Uniti del 6 gennaio 2021 e a quella contro Macron in Francia quest’estate”. La rivolta del capo Wagner “ha rafforzato il regime di Putin anziché indebolirlo, come avevamo previsto su queste colonne il giorno dopo il tentato golpe militare. Non ci sono elementi per affermare che il regime di Putin sia sfaldato o che la Russia sia un coacervo di centri di potere pronti a esplodere alla minima occasione. Quell’occasione si è presentata con i risultati noti - ha concluso Orsini -. Il popolo non è sceso in piazza per rovesciare Putin, né i suoi generali hanno cercato di assassinarlo nel palazzo di governo. Persino la Cecenia si è compattata intorno al presidente russo”.

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