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Luciana Littizzetto ha iniziato il suo monologo a Che tempo che fa sostenendo che il 12 giugno pensava di andare al mare invece che a votare per i referendum sulla giustizia, perché non si capisce nulla e “ci avete preso per giuliani amati”. Poi ha concluso a sorpresa con la promessa rassicurante che sarà al seggio come sempre “per senso di responsabilità e dovere civico”.
Certamente la natura “abrogativa” e tecnica dei quesiti non aiuta, ma c’è un altro aspetto che rende “antipatici” questi referendum e legittima la scelta del non voto.
Anche se sulla scheda c’è scritto “referendum popolare”, siamo davanti a un “referendum di Palazzo” per il Palazzo.
Basta leggere il quesito insignificante sull’abolizione delle 25 firme per la presentazione delle candidature al Csm o quello sulla valutazione dei magistrati da parte degli avvocati per capire che qui di popolare c’è davvero poco. La sensazione è quella di un uso dell’istituto referendario per una “rappresaglia” contro i magistrati da parte delle élite in passato sottoposte a un controllo di legalità serrato quanto sgradito.

Il soggetto proponente infatti non è il popolo ma le Regioni a guida centrodestra, in linea con il senso politico di questo strano referendum.
La raccolta firme dei Radicali e della Lega non è approdata a nulla di formale. Il Comitato referendario si è defilato in favore delle Regioni. In particolare la Lega, dopo aver parlato di oltre 700 mila firme, non le ha mai presentate. I 368 scatoloni (più hard disk con firme elettroniche) caricati su tre furgoni, sono rimasti in via Bellerio senza mai arrivare in Cassazione. La Lega ha preferito evitare la conta. Così alla fine voteremo sui quesiti presentati dai consigli regionali di Sardegna, Basilicata, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Sicilia, tutte regioni a guida centrodestra. Siamo di fronte quindi a un “referendum di Palazzo con scappellamento a destra” e non di popolo.
Il segretario dei radicali, Maurizio Turco, spiega che la scelta è farina del sacco leghista: “Noi avevamo raccolto solo 25 mila firme e c’era poco da depositare. Inoltre il rischio della valutazione delle firme da parte della Cassazione è sempre alto. Così, d’accordo con la Lega, si è fatto il calcolo che con le Regioni saremmo andati al voto. Questo era l’importante”. La scelta non è stata gradita da tutti e ha avuto conseguenze economiche.

La legge ha abolito i rimborsi elettorali per le Politiche non per i referendum. Per ogni firma raccolta e depositata il comitato aveva diritto a 1 euro di rimborso, fino a mezzo milione di euro per quesito. La Lega quindi ha rinunciato a 2,5 milioni. Jacopo Morrone, ex sottosegretario leghista, membro del comitato promotore, spiega: “Le firme c’erano, ma abbiamo deciso di non far perdere tempo alla Cassazione. Tra l’altro Calderoli aveva presentato un emendamento per ridurre comunque il rimborso e non volevamo fare soldi con i rimborsi”. Sarà. Se i promotori hanno rinunciato ai rimborsi specularmente hanno caricato le spese legali sulle Regioni cioè sui contribuenti. Gli avvocati che hanno difeso i quesiti davanti alla Corte costituzionale costano 135 mila euro suddivisi in quote da 15 mila per Regione.

Per smentire la sensazione che i referendum siano una “rappresaglia” della politica, i consigli regionali sono il soggetto proponente meno indicato. Proprio i consigli regionali (con altri membri) sono stati per anni l’epicentro di quel ciclone penale che va sotto il nome “spese pazze”. Le indagini sull’uso dei fondi dei gruppi appartengono a un’altra epoca politica. Nelle assemblee regionali oggi siedono politici diversi rispetto a quelli indagati in passato. Molti consiglieri di allora sono stati assolti, altri prescritti, altri condannati. Colpe a volte veniali sono state mischiate a casi più gravi e qualcuno non ha accettato una condanna fondata su cavilli che macchiava una vita onesta. L’ex consigliere regionale Angelo Burzi di Forza Italia, si è suicidato nel dicembre scorso dopo una condanna in appello scrivendo una lettera nella quale si proclamava innocente. Quel giorno il segretario radicale Turco scrisse: “Porteremo avanti la campagna referendaria in nome di Angelo Burzi”. Così 46 milioni di italiani (dei quali solo 9 milioni chiamati al voto per eleggere anche i sindaci) saranno costretti a porsi la domanda della Littizzetto: urne o mare? I più civili andranno alle urne a votare comunque barrando il No anche se non gradiscono un referendum voluto dal Palazzo per regolare i suoi conti con la magistratura. Se però non si raggiungesse il quorum, saranno buttati al vento decine di milioni di euro preziosi. Se gli italiani rifiuteranno di votare sul ridicolo quesito delle firme per le candidature al Csm, sia chiara una cosa. Non è stata colpa dei mancati elettori, ma degli eletti.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica

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