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Per ricordare Letizia Battaglia, scomparsa il 13 aprile 2022, pubblichiamo dall’archivio di MicroMega un testo uscito sul numero 1/2018 della rivista.

Da Dario Fo e Franca Rame a Pier Paolo Pasolini, da Pietro Valpreda a Mauro Rostagno. La ‘fotografa della mafia’ Letizia Battaglia – suoi alcuni degli scatti più significativi della storia italiana degli ultimi cinquant’anni – li ha incrociati tutti nei primi anni Settanta fra Milano e Palermo, sull’onda di quel Sessantotto che fu come uno spartiacque nella sua vita: di là la cappa democristiana, il perbenismo ipocrita; di qua la libertà dei costumi, l’autonomia, nuove forme di relazione. Ben oltre le rivendicazioni degli studenti, un movimento che ha rappresentato un’‘illuminazione generale’ della società, che oggi ci stiamo perdendo.

Un’inquietudine in sintonia con il tempo
Nel 1968 avevo 33 anni e vivevo a Palermo. Non ero ancora una fotografa, non lavoravo. Ero la moglie di un ricco signore che aveva una ditta import-export di caffè ed ero madre di tre figlie. Ma ero inquieta, in quella vita stavo a disagio, la divisione in classi mi faceva inorridire, sentivo una passione per il comunismo, per l’ideale dell’eguaglianza. Dentro di me, insomma, ero molto in sintonia con lo spirito del Sessantotto e quando il movimento scoppiò io mi ritrovai finalmente in armonia con il mio tempo.
In Sicilia, in realtà, non ci fu un grande movimento studentesco, almeno non in quegli anni (mentre diverso fu nel 1977). Avevamo altre preoccupazioni: ricordo manifestazioni per la casa, per il lavoro, ma non per grandi princìpi ideali. Per fare la rivoluzione, anche solo per sognare di fare la rivoluzione devi avere fiducia in te, devi pensare che puoi avere un progetto rivoluzionario. Noi non lo pensavamo, eravamo schiacciati dalla mafia, dalla corruzione, dalla Dc. E anche il Pci non era rivoluzionario, non lo fu mai da nessuna parte, e in particolare non lo fu mai in Sicilia. Noi non abbiamo avuto grandi slanci di popolo se non dopo l’omicidio di Falcone e Borsellino nel 1992.
Nonostante questo, però, lo spirito del Sessantotto, la sua carica rivoluzionaria arrivò fino a noi. Per me il Sessantotto significò essenzialmente sentirmi finalmente a posto con me stessa, non sentirmi più quella gran puttana che la società perbenista di allora mi considerava. Trovai finalmente una sintonia con quello che stava accadendo, che era certamente il movimento studentesco, ma che erano anche, per esempio, le musiche che ascoltavamo – le dispute sui Beatles di destra e i Rolling Stones di sinistra erano cose scimunite, certo, ma anche il segno della vitalità dell’epoca. Posso dire che con il Sessantotto la mia vita trovò pace, anche grazie all’incontro con uno psicoanalista eccezionale, freudiano ma aperto, che aveva attraversato Jung e Lacan, una di quelle persone difficili da incontrare oggi. Uno spregiudicato. Grazie a lui io finalmente sentii che ero una persona buona, che non ero cattiva solo perché ero carina e libera.
Ricordo che, mentre le altre bambine scappavano di casa e si mettevano la minigonna di nascosto in ascensore, a mia figlia gliela cucii io la minigonna, identica a quella di Mary Quant. Perché era giusto così, perché la libertà è una cosa giusta e inventarsi cose nuove è importante. Potete immaginare cosa questo significasse in un ambiente borghese, con la cappa democristiana che incombeva su di noi, in una società impregnata di un insopportabile e ipocrita perbenismo. Quando io provavo a dire a mia madre qualcosa sulla Dc, lei rispondeva: «Ma che dici, non lo vedi che c’è la croce lì dietro!». Questa era l’atmosfera che si respirava prima del Sessantotto. Io fremevo all’idea del comunismo, della libertà e dell’uguaglianza e guardavo con grande interesse a quello che stava accadendo. E così iniziai a muovermi e nel 1969 a lavorare come giornalista freelance al giornale L’Ora, quotidiano palermitano del Pci. Facevo piccole cose, cronaca spicciola, cominciai così.

Il triennio milanese
La mia inquietudine era tale, però, che nel 1971 lasciai mio marito – scappai letteralmente di casa con le mie figlie – e mi trasferii a Milano, dove rimasi fino al 1974. Furono tre anni molto intensi, che ricordo con grandissima emozione. Eravamo in pieno movimento studentesco, ricordo le cariche contro gli studenti, l’uccisione di Roberto Franceschi (1) da parte della polizia. Io c’ero.
Frequentavo la Palazzina Liberty di Dario Fo e Franca Rame ed è lì che cominciai con la macchina fotografica. Lo feci quasi per dare una giustificazione alla mia presenza. Io non mi sentivo all’altezza del Sessantotto, e non per una questione anagrafica, non mi sono mai sentita «fuori tempo», anzi, ho sempre avuto una sintonia con la modernità, sia allora, da giovane, sia oggi, da vecchia. Ma ero di famiglia borghese, non avevo alle spalle studi o conoscenze per avvicinarmi al comunismo. Sono sempre stata una comunista nella pratica, però la teoria non l’ho mai frequentata. Leggevo qui e lì, ma da ignorante. Per cui con la macchina fotografica mi inventai un pretesto. E, in realtà, se da un lato non mi sentivo all’altezza di far parte del movimento, dall’altro non mi sentivo neppure in grado di essere una fotografa, anche se pian piano iniziai a guadagnare qualcosa con i miei scatti.
Quegli anni li vissi alla Statale, conobbi Mario Capanna, una persona stimabile di cui mi è rimasto un ottimo ricordo, e anche Pietro Valpreda, con cui mangiavo spesso. Valpreda era un poveraccio, lo amavo, ma lo seguivo così, senza particolare convinzione. Anche quando morì Pinelli, io c’ero.
Il Sessantotto non fu tuttavia solo movimento studentesco. Furono per esempio le comuni, dove io abitai, sia a Palermo sia a Milano, si stava nudi e ci si baciava tutti sulla bocca, maschi e femmine: era una forma di liberazione. Una delle mie figlie, che all’epoca aveva dodici anni, una volta mi disse: «Mamma, molti miei amici sono morti di droga e se io non avessi partecipato a quel movimento, mi sarei rovinata». Era piccola, ovviamente, ma viveva comunque in quello spirito. Ricordo il giro che facevamo per evitare di incontrare i fascisti a piazza San Babila a Milano. Avevamo paura fisica, perché eravamo riconoscibili, vestite male, con gli zoccoli, le gonnacce.
Tra gli incontri milanesi che ricordo con più emozione c’è quello con Pier Paolo Pasolini. Io lo adoravo, e lo adoro ancora, ho tutto quello che è possibile avere di suo. Era al di sopra di tutto, anche del Sessantotto. Ero pazza di lui. Pasolini non aveva mai torto, per definizione: sono un po’ fanatica, di parte. Aveva ragione anche sulla famosa poesia «Il Pci ai giovani», in cui, all’indomani di Valle Giulia, prese le parti dei poliziotti. Era vero: i ragazzi della borghesia facevano la rivoluzione e i figli dei proletari facevano i poliziotti (2).
Lo incontrai una sera del 1972 al circolo Turati di Milano in occasione di un dibattito sui suoi film. Non so più di quali film si discutesse, ma ricordo che fu massacrato dai compagni comunisti, dagli operai, per la pornografia delle sue pellicole. Scattai delle foto quella sera, che vennero pure bene, stranamente! Su quella serata Giulia Borgese scrisse un articolo sul Corriere della Sera, una pagina che ho ritrovato di recente. Ho regalato quelle foto al Centro studi Pasolini a Casarsa. Una cosa curiosa è che quella sera era presente anche Giovanna Calvenzi, una curatrice di fotografia milanese, moglie del grande fotografo di città Gabriele Basilico, con cui poi sono diventata molto amica e che allora però neanche conoscevo.
Per far capire l’importanza che ha per me Pasolini racconto questo aneddoto. Qualche anno fa ho fatto una mostra che si intitolava «Gli invincibili», in cui ho raffigurato tutti i personaggi che in un modo o nell’altro sono stati centrali nella mia vita, che in un qualche senso – a volte anche solo per una parola – mi hanno «salvato», mi hanno aiutato ad attraversare questa vita complicata, a volte anche pericolosa. Tra gli altri erano ritratti Che Guevara, Freud, Joyce (mi basta il monologo di Molly Bloom alla fine dell’Ulisse, dove c’è questa donna che parla e parla per cento pagine), Marguerite Yourcenar (per il solo fatto di aver detto «Io sono Adriano, l’imperatore», una donna che dice «Io sono Adriano»…), Rosa Parks, Gesù (sono atea, ma Gesù è Gesù, e poi forse era ateo anche lui), Pina Bausch (una coreografa che ho inseguito con la mia Alfasud fino a Wuppertal, a Parigi, a Roma. Una che non faceva depilare le ballerine! Fece anche uno spettacolo dedicato a Palermo, Das Palermo Stück, che inizia con una montagna di spazzatura: veniva da piangere a vederlo). Il primo era però Pier Paolo Pasolini.

Ritorno a Palermo
Tornata a Palermo nel 1974 mi iscrissi subito alla sezione del Pci del quartiere del Capo, una zona centralissima ma molto povera, dove la mafia reclutava i suoi killer. L’esperienza con il Pci durò pochissimo: io proposi un progetto con i giovani di quel quartiere, il partito non ne volle fare nulla e io me ne andai.
Ero ormai una fotografa vera e propria e in questa veste seguii tutti i movimenti di quegli anni. A differenza del Sessantotto, che in Sicilia, in quanto movimento studentesco vero e proprio, si avvertì poco, come ho già accennato, è proprio da Palermo che prese il via il Settantasette. E fu molto bello, anche per me che avevo 45 anni, vedere gli studenti che si svegliavano. A mio avviso si tratta comunque di un’unica storia, che inizia nel 1968 e dura fino a dopo il 1977. Un movimento che ho fotografato tantissimo, immagini non sempre bellissime, ma che documentano un’epoca. Tutto partì dalla facoltà di Lettere: ricordo in particolare il movimento degli Indiani metropolitani, che si mettevano un fazzoletto sulla bocca e facevano il gesto della pistola, ma anche gli studenti barricati all’università, le belle frasi sui muri, le poesie, spesso legate a un’omosessualità finalmente libera di esprimersi.
Non posso dimenticare un personaggio molto particolare come Nino Gennaro (3) di Corleone e un episodio che secondo me esemplifica molto bene il passaggio dal prima al dopo Sessantotto. Una ragazza di Corleone venne chiusa in casa dal padre, un dentista, perché voleva andare a Palermo per partecipare a un corteo. Determinata a non rimanere chiusa in casa, si calò dalla finestra e andò ugualmente alla manifestazione. Poi denunciò il padre, che fu condannato: una cosa impensabile prima del Sessantotto. Il giudice che lo condannò era Peppino Di Lello, il quale allora era un pretore e poi entrò nel pool antimafia di Falcone e Borsellino.

Peppino Impastato e Mauro Rostagno
Forse in qualche modo si può dire che anche l’antimafia ebbe origine nello spirito del Sessantotto. Umberto Santino – cui si deve la nascita vera e propria dell’antimafia e che nel 1977 fondò, insieme alla moglie Anna Puglisi, il Centro siciliano di documentazione sulla mafia, successivamente intitolato a Giuseppe Impastato – si formò politicamente proprio nelle compagini di sinistra di quegli anni. Di recente la giunta Orlando ha destinato un palazzo nel centro di Palermo, palazzo Gulì, a un progetto di Memoriale dell’antimafia proposto proprio da Santino, che ha speso l’intera sua vita a documentare la mafia.
Ma se da un lato ci si può forse azzardare a dire che i semi dell’antimafia risalgono allo spirito del Sessantotto, di certo in quegli anni coloro che denunciavano la mafia agivano in assoluta solitudine, a partire dallo stesso Peppino Impastato, che dalla sua Radio Aut denunciava con nomi e cognomi i mafiosi del suo paese, Cinisi.
Noi a Palermo non ne sapevamo assolutamente nulla, io stessa non ne avevo mai sentito parlare, ma è stato bello ritrovarlo anni dopo per caso in alcuni dei miei scatti di allora. Eppure io lavoravo in un giornale, avrei dovuto conoscerlo. Ma L’Ora era del Pci e Peppino era un militante della sinistra extraparlamentare, candidato per Democrazia proletaria, per cui il Pci lo ignorava. Il partito infatti non amava molto gli extraparlamentari: ricordo che, quando portavo le foto di una manifestazione al giornale, avevo poche speranze che venissero pubblicate se ad accogliermi c’era un caporedattore molto legato al Pci.
Un destino di isolamento simile toccò anche a Mauro Rostagno, che invece conobbi di persona. Rostagno era un personaggio eclettico, un rivoluzionario, un sociologo. Andò in India da Osho (4), dove peraltro si trovava anche una delle mie figlie e dove incontrò Franco Cardella, un pornografo siciliano che aveva tanti soldi e che, diventato il cassiere di Osho, gli fotté tutto. Cardella, tornato in Sicilia, fondò nei pressi di Trapani la comunità Saman, che frequentai anche io. Era una comunità aperta, spregiudicata. Ricordo che ad aprire la porta c’era una donna nera nuda: immaginate la reazione di un contadino che non aveva mai visto nuda neanche sua moglie – perché questa si copriva persino nell’intimità – al vedersi aprire la porta da una donna nera, nuda. Anche Rostagno frequentava la comunità Saman, ma non seguì tanto i movimenti di Cardella e, da giornalista, denunciava la mafia del trapanese. Anche lui, come Impastato, in completa solitudine. E anche a lui, come a Peppino, gliela fecero pagare.
La mafia ha determinato la storia della Sicilia. C’è una foto con Salvo Lima, ammazzato dalla mafia e mafioso lui stesso, con una scritta alle spalle che diceva «La Dc contro la mafia», una cosa quasi ironica.

Le Brigate rosse e l’amicizia con Senzani
Credo si possa dire che la presenza della mafia sia la ragione per la quale in Sicilia non si ebbero le Brigate rosse. Devo ammettere che io non guardavo alle Br con disprezzo, ero consapevole che la loro violenza era una cosa ben diversa da quella fascista, anche se stiamo comunque parlando di omicidi. Uno dei miei amici più cari da 25 anni è Giovanni Senzani, brigatista con sei ergastoli sulle spalle, l’assassino di Roberto Peci (5).
Sono andata a trovarlo in carcere per conoscerlo e siamo diventati molto amici. Sei ergastoli sono un’enormità, difficile immaginare cosa possa significare «fine pena mai». Per anni non ha visto un filo d’erba, così a un certo punto gli mandai in carcere una pianta, di quelle rampicanti che poi lui, quando è uscito, ha lasciato al suo compagno di cella. Ho anche discusso con lui sui motivi che portarono le Br a sequestrare e uccidere Moro. Gli chiedevo: «Ma perché non Andreotti?», che per me, da siciliana, rappresentava il legame fra mafia e politica. Ma non capiva, per lui il punto era il compromesso storico e Moro ne era il simbolo. Solo adesso inizia a capire cosa sia la mafia.
Ricordo che una volta - avrò avuto sessant’anni - sono andata a trovarlo nel carcere di Trani e, mentre parlavamo da dietro il vetro, un signore che era accanto a lui, un altro detenuto, mi guarda e mi chiede: «Ma lei non è Letizia Battaglia?». Era un mafioso importante, uno che aveva a che fare con la morte di Calvi a Londra.
Dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino decisi di utilizzare i soldi che prendevo come deputata regionale per fondare una casa editrice: Edizioni della battaglia (con la «b» minuscola, ci tengo a sottolinearlo!). E lui, che è un sociologo, molto più colto di me, dal carcere mi dava una mano: io gli mandavo i testi dattiloscritti e lui mi dava dei consigli. Ha persino diretto una collana nella mia casa editrice, ma l’avrò visto una decina di volte in tutta la mia vita. Dopo 22 anni di reclusione iniziò a uscire dal carcere per qualche ora. Io stessa fui interrogata dai magistrati e sostenni, come ho sempre fatto, che secondo me aveva pagato il suo conto e, se è vero che non ha mai rinnegato la sua storia, è certo però che ha molto riflettuto.
Quando finalmente lo traferirono a Firenze – lui era di lì – io presi in affitto un buco nel capoluogo toscano per farci la sede della casa editrice, e lo assunsi. Lui veniva in ufficio al mattino e tornava in carcere la sera, però almeno aveva la possibilità di incontrare la moglie. Adesso invece è definitivamente libero e può anche viaggiare. Sono molto contenta di avergli dato una mano. Seguo le vicende della famiglia di Senzani con molto affetto e partecipazione. So che ha fatto anche cose orribili, so che è parte di quella storia. Una storia che è figlia del Sessantotto, di una certa idea di rivoluzione e dell’incapacità di accettare il fatto di non riuscire a cambiare la realtà politica senza violenza.

L’esperienza nelle istituzioni
Ho fatto anche politica nelle istituzioni: l’esperienza più bella in assoluto è stata quella della cosiddetta Primavera palermitana con Leoluca Orlando, un pazzo rivoluzionario. Fu un periodo entusiasmante, lavoravamo con grande passione. Ero assessore comunale alla Vivibilità urbana, che significava tutto e niente. Ma quel che contava era che potevo fare cose concrete per la città. È stato il periodo più bello della mia vita.
Quello più brutto, invece, fu quello da deputata regionale. Fu talmente frustrante che mi venne una specie di malattia: mentre qualcuno parlava, io mi addormentavo. Il ricordo più netto è l’impotenza. Arrivavamo nella Sala d’Ercole - 88 uomini e due sole donne: io e Giuseppina La Torre, la vedova di Pio La Torre - e avevamo chiarissima la sensazione di non poter fare assolutamente nulla: era tutto già stabilito. Noi della Rete eravamo un piccolo gruppo. Io ero pure vicepresidente della commissione Cultura, ma non avevo il benché minimo potere.
Una volta mi ritrovai in mezzo a una discussione surreale a proposito di una tomba etrusca, che sorgeva su una collina e i miei colleghi deputati volevano «spostare» per far posto a non ricordo quale costruzione, una villa o qualcosa del genere. Io ero scioccata e dicevo loro: «Ma cosa vi viene in mente? Ma vi rendete conto? Spostare una tomba etrusca che sta lì da secoli!». Ovviamente mi guardarono come se venissi da Marte. Vigliaccamente, non mi sono mai più informata sul destino di quella tomba.

L’eredità del Sessantotto
Il Sessantotto – nell’accezione lunga che ho detto – è stato cruciale nella mia storia personale, la mia vita senza il Sessantotto sarebbe stata molto diversa: mi sarei fatta un amante ricco e non avrei lavorato per il giornale L’Ora. E invece mi sono sempre scelta amanti poveri, tutti fotografi!
Purtroppo quello spirito è andato completamente perduto, e stiamo rapidamente tornando indietro. Certo ci sono e ci saranno sempre sparuti gruppetti di persone che portano avanti quelle idee, ma la caratteristica di allora era un’illuminazione generale, che coinvolse, volenti o nolenti, anche strati della società distanti dal movimento e fece davvero sperare che saremmo definitivamente usciti da quella cappa in cui avevamo vissuto fino ad allora. Poi è arrivato Berlusconi, più tardi anche Salvini i quali, a prescindere dalle loro attività politiche, hanno avuto un’influenza morale e psicologica molto pesante sul nostro paese.
Molto spesso a essere accusata di questa deriva è proprio la generazione che ha fatto il Sessantotto. Io rifiuto questo rimprovero. Certo, qualcuno avrà fatto degli errori, ma è una generazione - penso per esempio a Rossana Rossanda - che ha comunque fatto la sua parte, ci ha provato. Non possiamo sempre guardare agli errori di chi ci ha preceduto. Anche Orlando oggi viene accusato di non «creare» il suo successore: ma perché, lo deve fare lui? Io direi piuttosto che chi è venuto dopo non è stato all’altezza.
Certo, è vero, molti sessantottini, che sembravano rivoluzionari, sono invece diventati dei conservatori. Ma era difficile rimanere coerenti con quei princìpi, costa sacrifici non volere a tutti i costi il denaro, non voler essere per forza primi nella scala sociale. Ogni giorno devi fare una rinuncia, che è anche una cosa bella – perché tutto può essere bello se lo scegli con bellezza - ma costa fatica.

(testo raccolto e curato da Cinzia Sciuto)

Fonte: MicroMega

Note:

(1) Roberto Franceschi era uno studente della Bocconi di Milano e uno dei leader del gruppo Movimento studentesco. Venne ucciso da un poliziotto il 23 gennaio 1973 nel corso di uno scontro fra studenti e polizia proprio davanti alla Bocconi. Tutte le note sono della curatrice.

(2) La poesia, pubblicata su L’Espresso il 16 giugno 1968, è integralmente riprodotta in questo volume.

(3) Scrittore, drammaturgo, poeta, attivista gay.

(4) Osho Rajneesh (1931-1990) è stato un mistico e maestro spirituale indiano. La sua comunità in India negli anni Settanta fu meta di molti giovani occidentali spesso militanti del movimento.

(5) Roberto Peci era un operaio, fratello del brigatista Patrizio Peci. In seguito al pentimento del fratello, le Br, con in testa Senzani, decisero di rapire Roberto Peci, che fu ucciso il 3 agosto del 1981, dopo 55 giorni di prigionia (come Aldo Moro). Lo stesso Giovanni Senzani fotografò il momento dell’esecuzione, avvenuta con 11 colpi di arma da fuoco.

*Da MicroMega 1/2018 [Numero dedicato al “68” acquistabile qui

Tratto da:
liberainformazione.org

Foto © Letizia Battaglia

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