Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Compivo sette anni quando mio padre mi portò alla Stazione centrale di Milano ad accogliere i profughi in arrivo dall’Ungheria, appena invasa dai carri armati agli ordini di Mosca.

Era un tardo pomeriggio. Ricordo centinaia di persone smarrite con le loro masserizie che sorridevano alla solidarietà degli italiani. Al rientro a casa riservai la mia preghiera della sera a quella gente, chiedendo a una piccola Madonnina di far vincere l’Ungheria contro i russi.

Mi avviavo ai vent’anni quando di nuovo mio padre entrò un mattino d’estate in camera mia per annunciarmi che i carri armati agli ordini di Mosca, sempre loro, avevano invaso Praga. Da sessantottino amante della libertà dei popoli, quella volta, anziché pregare, mi augurai che si costituisse un’armata internazionale di volontari per andare a difendere la causa del popolo cecoslovacco. Non ve ne fu traccia. Erano affari dei paesi comunisti. Jan Palach divenne il mio eroe.

Fatti i settantadue anni ho avuto un mattino la notizia che, sempre agli ordini di Mosca, i russi avevano iniziato l’invasione dell’Ucraina bombardandola in nome del loro diritto internazionale. Quello di aggredire, invadere e violare le libertà di altri paesi. Per la terza volta in Europa, davanti a un’Europa imbelle. E davanti a due paesi, il nostro e la Germania, che in quasi un quarto di secolo non hanno voluto rendersi indipendenti dal gas di un tiranno, tanto sui diritti umani si può sempre negoziare.

È arrivata l’ora. Se lo stare al caldo costa sofferenze di massa, vite umane e l’indipendenza dei popoli, una nazione con la schiena diritta chiama i suoi cittadini a qualche sacrificio e fa altri accordi. O è così assurdo mettersi nelle condizioni degli altri paesi europei?

Ma questo è solo il primo film che mi si srotola in questi giorni nella memoria. Poi ce n’è un secondo. E riguarda il fronte interno. La mafia.

Avevo vent’anni (compiuti, stavolta) quando vidi mio padre dare un pugno sul tavolo nel momento in cui il telegiornale comunicò che più di cento mafiosi, tutti quelli che avrebbero insanguinato l’Italia per più di due decenni, erano stati assolti a Catanzaro. Opera di magistrati che, più che essere garantisti o corrotti, semplicemente della mafia non sapevano e non capivano niente. “Le prove gliele avevamo date”, disse.

Vennero magistrati migliori, siciliani. Anche loro trovavano le prove. Ero arrivato nel frattempo ai 35-40 anni. E a quel tempo c’era un signore, sempre lui, che per diritto divino presiedeva a Roma in Cassazione tutti i processi di mafia, tutto disfacendo e tutte le condanne annullando. Dicevano in tanti, anche ministri, che egli così facesse perché garantista, e che d’altronde un giudice “non deve lottare contro nessuno”. Poi si seppe che le cose stavano un po’ (molto, molto, ma proprio molto) diversamente. Via lui, i boss andarono all’ergastolo.

Fu il successo di un giudice, Giovanni Falcone si chiamava, che pagò cara quella fissazione della mafia. Fece però in tempo, prima di saltare in aria, a spiegare a una intervistatrice il segreto di Cosa Nostra: saper fare mettere nei ruoli antimafia giudici “cretini” (proprio così disse in un apologo), molto più utili dei giudici corrotti.

Saltò in aria con lui – Plutarco avrebbe detto di “vite parallele”- un suo amico, messo a sua volta sotto inchiesta dal Consiglio superiore della magistratura per avere denunciato il “calo di tensione” nella lotta alla mafia, anch’egli avendo quella benedetta fissazione. Pure lui, di nome Paolo Borsellino, fece in tempo a lasciarci un insegnamento: una legge per l’isolamento assoluto in carcere dei mafiosi, fin allora abituati – dal carcere – a comandare e a brindare all’assassinio dei propri nemici. Avevo 42 anni quando la votai alla Camera un giorno d’estate del ’92. Il parlamento fu serio. Per Cosa Nostra fu l’inizio del declino.

Nel trentennale di quelle morti la storia torna a ruminare il suo passato. E tutto riemerge.

Ecco gli assalti alle fissazioni dell’antimafia (monopolio degli antigarantisti…) mentre giudici che nulla sanno di mafia, non avendola mai studiata neanche in università, ne discettano con supponenza e in ottima e alta compagnia, come una volta. E riecco i “cretini” (tecnicamente, si intende) narrati da Falcone farsi largo.

L’atmosfera è d’altronde giuliva, anche se la pandemia e gli straordinari finanziamenti in arrivo dovrebbero richiedere a tutti un autentico surplus di scienza e coscienza.

Volete sapere perché, almanaccando sui corsi e sui ricorsi, abbia io fermato il nastro su due temi così diversi come le invasioni russe e i regali alla mafia?

Forse perché evocano due poteri totalitari che hanno attraversato la mia vita. Entrambi battibili, ma sempre prepotenti grazie alla debolezza mentale (e morale) e alla gaia inconsapevolezza di chi dovrebbe combatterli.

Fonte:
Il Fatto Quotidiano, 02/03/2022

Tratto da: liberainformazione.org

Foto © Imagoeconomica

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos