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Anche quest’anno è andato. Maledetto, triste, drammatico e, in qualche momento di consolazione sportiva, o in qualche ostinata briciola di voglia di vivere, esaltante. Non ci sono state guerre eclatanti, ma continuano, sparse per il mondo, oltre un centinaio di piccole guerre, conflitti etnici, fazioni al servizio di gruppi forniti di grossi capitali, attentati con centinaia di morti pilotati da gente che si serve della credenza religiosa di esaltati fanatici, come di un’arma da fare esplodere. Non è solo e non è più l’epico e infinito conflitto tra musulmani e cristiani, dove i cristiani assumono il ruolo di vittime sacrificali: interi gruppi di musulmani sono dilaniati da bombe amiche che esplodono nel mucchio in una irrazionale orgia di violenza dove diventano nemici le inermi e innocue persone casualmente presenti nei luoghi della strage. L’abbandono americano dell’Afghanistan ha alzato il coperchio su gruppi di esaltati credenti di cui si conosceva bene il fanatismo. Ne serberanno la responsabilità davanti alla storia. Campagne militari giustificate con la scusa dell’esportazione della democrazia, che in realtà camuffavano il vero motivo del controllo delle risorse energetiche o delle vie dell’oppio, si sono rivelate fallimentari. Si potrebbe dire che è giusto che ogni popolo abbia il regime che si merita, che si sceglie o che subisce, che ogni popolo ha diritto alla sua autodeterminazione, ma di fatto, soprattutto nei confronti di principi elementari, quali il rispetto della cultura e quello dei diritti delle donne, certe situazioni ripugnano al modo di pensare di noi occidentali. Alla fine, a parte i talebani, sopravvissuti, dissidenti, poveri, disoccupati, sognatori e altri sventurati hanno scelto, anziché di restare e lottare, per costruire nella propria terra una condizione di vita migliore, di fuggire e cercare altrove rifugio e sopravvivenza. In un certo momento si è tentato di far credere che, a seguito di accordi pagati a fior di quattrini, o a seguito delle politiche di rifiuto, i flussi di clandestini fossero diminuiti. Negli ultimi tempi la pressione è diventata incontenibile, il giro d’affari dei mercanti di vite umane ben redditizio, la disperazione così grande, anche a costo di morire tra le sabbie del deserto africano, nei lager delle criminali accoglienze, o tra le onde del Mediterraneo.
Immani tragedie, come quelle determinate dai cicloni, dalle inondazioni, dai crolli, dagli smottamenti e dai mutamenti atmosferici, hanno continuato a mietere vittime e lo faranno di più in futuro, perché le leggi selvagge del capitalismo non consentono di fermarsi o di tornare indietro, ma solo di arraffare i fondi per la ricostruzione che si dissolvono in mille rivoli e finiscono in mani voraci. Guadagno ad ogni costo e sulla pelle del più debole è ormai la legge economica irreversibile del pianeta.
Inutile illudersi: continuando così non c’è futuro, ma si continuerà così, data l’incapacità di fermarsi per rivedere le regole del gioco sociali ed economiche.
I margini di una crisi che si era manifestata lo scorso anno, si sono dilatati e hanno finito per divorare interi settori dell’esistenza dei lavoratori, licenziati con un sms, in cassa integrazione, umiliati da riduzioni di salario e aumenti delle ore lavorative da prestare. I grandi boss delle aziende hanno scelto di investire risorse e capitali per costruire all’estero posti di lavoro, visto il ridotto costo della manodopera nei paesi che, sino ad oggi, sono vissuti ai margini della società del benessere. Da qui il ricatto spietato: o chini il capo e accetti le condizioni capestro che ti riducono ad essere il nuovo schiavo della società contemporanea, o rimani a casa in cerc di come sopravvivere, assieme alla tua famiglia. La capacità contrattuale dei lavoratori si è svigorita a causa di partiti e sindacati che hanno sacrificato la conflittualità delle rivendicazioni alla trattativa per conquistare briciole, dietro la bandiera del moderatismo perbenista. Per non parlare del deserto che si presenta davanti al futuro dei giovani, con la vanifica del titolo di studio, l’emorragia dell’emigrazione, l’eterna questione femminile e la brutale realtà dove il lavoro è un privilegio di parenti, amici, clienti e portatori di voti.
L’annunciata vittoria alle prossime elezioni nazionali e la passata a quelle regionali ha ridato nuovo fiato e nuova arroganza a una destra fascistoide, convinta di potere usare il consenso elettorale per poter fare ciò che le torna più comodo. Il governo Draghi ha rimesso a posto e in riga qualche velleitario tentativo di rivedere le regole del gioco concordate universalmente, rafforzando il perverso disegno di demolizione e smobilitazione della funzione pubblica dello stato per consegnarne quasi tutti i settori nelle mani di privati rapaci. La chiesa, le scuole e le associazioni private hanno avuto ingenti finanziamenti in cambio del loro convinto assenso alle strategie governative. Non bastano più scandali, problemi morali, coscienze violentate nei più intimi valori: l’importante è il vile e tondo metallo, il denaro: davanti a questo dio, quello vero, con i suoi soci di padre, figlio e spirito santo, svanisce nel nulla o suscita una ipocrita risata. Anche la sanità pubblica è in agonia e tutto avviene secondo la potenza delle regioni che possono permettersi tecnologie e competenze, rispetto alle regioni più povere, condannate, oltre che alla disoccupazione e alla fame, anche alla mancanza di cure e alla morte, in nome del federalismo leghista. Tutto questo ripropone l’eterna e irrisolta questione meridionale, dove l’imprenditoria è soffocata dal parassitismo mafioso, dal ricorso selvaggio alle misure di prevenzione, dalla mancanza di infrastrutture. E la differenza di ricchezza non è solo tra le regioni, ma tra uomo e uomo: i redditi medio alti hanno continuato a crescere, quelli bassi a restringersi secondo la spietata logica evangelica della parabola dei talenti: “A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha”.
Dal rapporto Oxfam 2020 emerge che il 20% più ricco degli italiani detiene quasi il 70% della ricchezza nazionale, il successivo 20% ha il 16,9%, il restante 60% possiede appena il 13,3%. Pertanto il 10% possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera. Confrontando il vertice della piramide della ricchezza il risultato è ancora più sconfortante. La ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 22% della ricchezza nazionale) vale 17 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione
La ricchezza dei primi 3 miliardari italiani della lista (fotografata a marzo 2019) era superiore alla ricchezza netta detenuta (37,8 miliardi di euro a fine giugno 2019) dal 10% più povero della popolazione, pari a 6 milioni di persone.
Sembra essere tornati nel medioevo e ormai, in assenza di opposizione, nessuno sembra più aver voglia di organizzarsi e lottare. Né le prospettive, per il futuro, sono più rosee. Ad aggravare il tutto questi due anni di pandemia che hanno tolto dal mercato migliaia di piccole aziende, ma ne hanno generate o rafforzate altre sempre pronte a trasformare le disgrazie dell’umanità in opportunità di arricchimento economico. Niente più assemblee, niente vicinanze, niente azioni comuni, niente progetti politici davanti all’emergenza sanitaria. Cellulare e poche televisioni a diffusione nazionale hanno il monopolio dell’informazione, ormai omogeneizzata e imbalsamata nelle sue linee guida spesso retoriche e prive di contenuti. Fra l’altro il web ha scatenato legioni di maleducati, fiumi di odio, violenza, saccenteria, ignoranza, difficili da arginare. Le notizie degli ultimi giorni dell’anno non promettono niente di buono per il futuro, quindi è solo un modo convenzionale di salutarsi l’augurio di buon anno. E comunque ci proviamo lo stesso con una mia filastrocca siciliana


Buon annu

Buon annu a tutti,
ai longhi e ai curti,
a cu mancia e si nni futti,
a cu si licca a sarda
e a cu a vita a sfarda,
a chiddi cu i causi ranni
e a chiddi senza mutanni,
ai granni e ai nichi,
a chiddi chi schucchianu pasta
e ncucchianu viddichi,
a cu sta beni e a cu sta mali
a cu è a casa e a cu a u spitali,
a sciancati, sgummati,
struppiati e ‘nghissati,
affamati e spitittati,
cueti e arraggiati,
ai ricchi e ai pureddi,
a chiddi chi mancianu carni
e a chiddi chi arricioppanu
urrani e cavuliceddi,
sparaci e babbaluceddi,
buon annu, puru a me nannu,
a tutti i me parenti
ca nun sacciu unni stannu,
a cu ci piaci manciari
e a cu unn’avi mancu culu pi cacari,
a cu si metti i picciuli sutta i maruna,
a cu unn’avi mancu un sordu na i casciuna,
a cu si ratta i cugghiuna
a postini, zuini, sciacquini, abbuffini
a viscuvi e parrini,
viriti la missa e sgangacci li rini,
a malati, nfirmeri e duttura,
bidelli e prufissura,
ngigneri e muratura,
a viddani e piscatura,
a tutti li travagghiatura
chi ghiettanu sangu e surura
a l’avvocati ai raggiunieri
parrucchieri, varberi,
finanzeri, carabbineri e puntuneri,
a cu a pigghia davanti
e a cu a pigghia d’arreri,
a putiara, garzuna e cammareri,
a firrara, iurnatara, scarpara, furnara,
siddunara,crapara e picurara,
a li disoccupati e nullatenenti
ca unn’annu soccu mettiri sutta i denti,
Tintu annu a tutti li mafiusi,
rugnusi, fitusi, schifiusi e arrusi,
chi i chiuissiru a tutti, pari pari
e ghittassiru a chiavi a mari.
Tintu annu a tutta la genti
ca paga u pizzu e un si nni penti:
ognuno è libbiru di farisi nculari
e di pruvarici piaciri, macari.
Buon annu ai vicchiareddi,
ai ranni e ai picciutteddi,
ai lari e ai beddi,
a ienniri, soggiri e nuora,
a chiddi chi arrestanu a casa
e a chiddi chi vannu fora,
a cu arriva cu i varcuna
circannu a furtuna,
a l’impiegati, ai pinsionati
a li niputi, zii, cucini e cugnati,
a li mariti curnuti
e a li muggheri buttani,
a latri e maliiuti
e a cu si vusca u pani,
a cu accatta e a cu vinni,
a cu acchiana e a cu scinni,
a cu chianci e a cu riri,
a cu criri e a cu un criri,
a cu campa a iurnata
e si licca a sarda salata
ai patri di famigghia senza travagghiu,
chi ci finissi prestu stu smagghiu,
a cu mori nta i galeri
e a cu fa u carciareri,
a cu viaggia cu l’apparecchiu
e cu s’a fa a peri,
Buon annu e la fini d’ogni guerra
supra la nostra terra,
senza chiù ricchi ne puvireddi,
senza pagghiara e senza casteddi,
Auguri chi lu novu annu
si purtassi luntanu ogni malannu.
Si purtassi la pandemia,
accussì speru, accussì sia.

2021

Foto © Simone Merli

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