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Il consigliere togato del Csm sentito oggi in Commissione giustizia alla Camera

"Corriamo il rischio che proprio coloro che hanno fatto le stragi del '92 e '93 tornino in libertà con la libertà condizionale, in virtù dell'applicazione della sentenza della Corte costituzionale e delle norme che state predisponendo". E' partita da questa considerazione l'intervento del consigliere togato del Csm Nino Di Matteo, sentito oggi davanti alla commissione giustizia nell'ambito dell'esame del testo sulla concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei detenuti o internati che non collaborano con la giustizia.

Il peso della storia
"L'obiettivo primario dei vertici di Cosa Nostra - ha detto il togato durante l'audizione - è da sempre quello dell’abolizione dell’ergastolo, inteso effettivamente come fine pena mai. Già nel periodo del primo maxiprocesso di Palermo, a metà degli anni ’80, quando ancora molti dei capi di Cosa nostra erano latitanti (tra questi anche Salvatore Riina), l’obiettivo che mosse tutti i tentativi di condizionare il maxiprocesso era proprio quello. Riina più volte ripeté agli altri componenti della cupola di Cosa nostra: 'Sei o otto anni di galera per una condanna per associazione mafiosa ce li possiamo fare anche legati alla branda. Dobbiamo giocarci i denti, dobbiamo fare di tutto per evitare gli ergastoli'. In quel processo i mafiosi sapevano che sarebbero stati condannati per il reato associativo e per altri reati satelliti. Volevano evitare la condanna all’ergastolo, cosa molto probabile in quanto vi erano anche imputazioni per omicidio. Tutti i tentativi di avvicinamento e di minaccia dei giudici togati e popolari sono stati finalizzati a questo scopo".

Quindi Di Matteo ha proseguito: "Nel periodo delle stragi, ’92-’94, l’intera strategia, come attestano alcune sentenze definitive tra cui la sentenza per la strage di Capaci e quella cosiddetta “Bagarella + 25” per la sentenza che riguarda la strage di via dei Georgofili a Firenze del 1993, venne finalizzata ad ottenere alcuni obiettivi: tra questi i principali erano connessi proprio al trattamento carcerario e quindi riguardavano l’abolizione o l’attenuazione al 41bis e soprattutto l’abolizione dell’ergastolo".

E poi ancora ha ricordato alcune dichiarazioni del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, intercettato nel carcere di Ascoli Piceno mentre dialogava con il suo compagno di socialità Roberto Adinolfi. "In quelle intercettazioni trasparivano i dubbi di intraprendere o meno una collaborazione con la giustizia - ha affermato il magistrato - Stava valutando se intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia. La controspinta, che lo stesso Graviano confidava al suo interlocutore, era la speranza che dall’Europa 'anche attraverso l’intervento delle corti di giustizia europee, potesse aprirsi qualche spiraglio sull’abolizione dell’ergastolo ostativo'".

Collaborazioni con la giustizia a rischio
Secondo Di Matteo la "sostanziale abolizione dell'Ergastolo ostativo avrà un effetto deflattivo sulle collaborazioni di livello con la giustizia degli uomini di onore" perché di fatto "è venuta meno la differenza di trattamento tra irriducibili stragisti e chi collabora con la giustizia". Un fatto che "sempre meno indurrà potenziali collaboratori di giustizia ad intraprendere il percorso. Per cui credo che sia a livello quantitativo sia qualitativo avremo una sofferenza del fenomeno delle collaborazioni con la giustizia".

Secondo Di Matteo "la sentenza della corte costituzionale non considera una regola consolidata delle organizzazioni criminali: la perpetuità dell’appartenenza una volta affiliati, associati; e il fatto che da quelle organizzazioni si esce solo per una morte naturale o per una rottura che sia un atto di sfida verso l’organizzazione stessa, un atto di effettiva presa di distanza - cioè la collaborazione con la giustizia - e che renda definitivamente inaffidabile quel soggetto. Qualsiasi altro tipo di presa di distanza del soggetto condannato o detenuto, attraverso una dissociazione o anche attraverso un allontanamento dall’ambito criminale di origine, non metterà mai al sicuro dalla possibilità che quei contatti vengano ripresi". Infatti è storia che "l’uomo d’onore cosiddetto 'posato' (come si dice in gergo mafioso), ovvero quello messo da parte e di cui ad un certo momento l’organizzazione decide di non avvalersi, è pur sempre un uomo d’onore che potrà in futuro essere chiamato a collaborare con l’organizzazione. L’allontanamento non avviene mai in maniera definitiva se non con la collaborazione con la giustizia".

I diritti costituzionali violati
Guardando alla sentenza della Corte Costituzionale, ed ai principi di cui all’art. 27 della Costituzione, il consigliere togato ha evidenziato come la particolarità del contesto mafioso ed i delitti commessi "incidono su tutta una serie di diritti costituzionalmente garantiti dalla nostra carta costituzionale e che sono diritti inviolabili di tutti i cittadini. Ad esempio, la libertà personale, il diritto all’eguaglianza, il diritto alla vita e alla sicurezza, il principio sancito dall’art. 23 della Costituzione per cui le prestazioni personali e patrimoniali possono essere imposte solo sulla base della legge (quando invece si pensa all’imposizione del pagamento di contributi paralleli rispetto a quelli previsti dallo Stato con il sistematico pizzo agli operatori economici), la libertà di iniziativa economica privata, il diritto di proprietà nella sua funzione sociale". Tutti diritti costituzionali che "vengono compressi, e a volte annientati, da gravi delitti commessi dal mafioso. E quindi a mio avviso, forse, inserire una previsione di bilanciamento di interessi costituzionalmente protetti nella valutazione del significato dell’art. 27 potrebbe essere utile".

L'analisi del testo di legge al vaglio
Guardando al testo base approvato in Commissione giustizia Di Matteo ha definito "condivisibile" l'onere che grava sul condannato, istante per la concessione della liberazione condizionale, di dimostrare effettivamente di aver interrotto ogni rapporto con l'organizzazione criminale, "non solo tramite la mera dissociazione" e la regolare partecipazione alle attività di risocializzazione in carcere. 

Sempre secondo Di Matteo "può essere utile l’innalzamento del limite minimo di detenzione scontata da 26 a 30 anni, ma non mi pare decisivo perché considerando il giorno di liberazione anticipata, ad ogni modo il decorso di quel termine sarebbe già avvenuto o sarebbe prossimo a verificarsi".

"A proposito dell’obbligo dell’integrale adempimento del risarcimento del danno - ha proseguito il consigliere togato - ho delle perplessità non sull’opportunità bensì sulla concretezza degli effetti che si potranno verificare".

In particolare, rispondendo ad una domanda dell'onorevole pentastellato Vittorio Ferraresi, ha espresso il timore che "nonostante la previsione dei controlli patrimoniali estesi anche a terze persone, il dato è assolutamente prevedibile: arriviamo in una fase in cui il soggetto, il mafioso, essendo già stato definitivamente condannato all’ergastolo per gravi reati, quasi sicuramente, a meno di gravi défaillance dal punto di vista investigativo e giudiziario, è stato attinto nel suo patrimonio attraverso misure di prevenzione e patrimoniali, sequestri preventivi e una serie di disposizioni che, sia nel corso del processo sia nel corso del procedimento di prevenzione, lo hanno effettivamente spogliato di gran parte dei suoi beni. Ecco perché ritengo che non tutti, al di là della capacità che sicuramente molti di loro hanno di riciclare i loro beni, il loro denaro e di nascondere la realtà, sarebbero effettivamente in grado di riparare dei danni che sarebbero giustamente liquidati in milioni di euro nei confronti dei familiari delle vittime e dell’istituzione statale".

Altri punti positivi sono il "più fattivo coinvolgimento, non soltanto del procuratore nazionale antimafia, ma del pubblico ministero distrettuale o circondariale che aveva rappresentato l’accusa nel processo di primo grado nei confronti del soggetto poi condannato definitivamente, in quanto è il pm che più di ogni altro può valutare l’esistenza di collegamenti attuali fra l’istante e l’organizzazione mafiosa".

I rischi per i giudici di sorveglianza
Un'altra perplessità sollevata rispetto ad un testo precedentemente reso noto, "riguarda la mancanza di previsione di una specifica attribuzione esclusiva di competenza ad un unico tribunale di sorveglianza (magari individuabile in quello di Roma che già avviene per i ricorsi e i reclami in tema di 41bis) a cui demandare le decisioni su queste istanze. Credo che ciò sarebbe molto opportuno". Secondo Di Matteo c'è il rischio di una frammentazione di competenze che potrebbe portare a pericoli per gli stessi giudici. "Pensate al rischio che un giudice di sorveglianza che debba decidere sulla concessione della liberazione condizionale ad uno stragista, decida in maniera difforme (magari negando l’accoglimento di quella richiesta) rispetto ad un altro giudice di sorveglianza di un'altra sede che in un caso analogo abbia ritenuto invece di concedere la liberazione condizionale - ha detto intervenendo da remoto - Più si frammenta più aumenta il rischio di condizionamenti impropri e poi di ritorsioni o vendetta nei confronti dei giudici di sorveglianza che decidono con competenza frammentata nel territorio. Inoltre, l’altro rischio che vedo particolarmente concreto è quello della formazione di una giurisprudenza oscillante che nel tempo finirebbe con il consolidarsi, con l’adeguarsi alle pronunce più favorevoli ai condannati che hanno presentato un’istanza. In presenza di più pronunce, di più orientamenti giurisprudenziali, fatalmente nel tempo la tendenza sarà quella di adeguarsi alla giurisprudenza meno rigorosa. Ecco perché ritengo opportuno stabilire una competenza esclusiva in capo ad un unico tribunale di sorveglianza, com’è avvenuto per le vicende connesse al 41bis".

Il diritto alla verità
Infine il consigliere togato ha anche detto la sua su una delle proposte presentate dalla Fondazione Falcone nel senso di valorizzazione di contributo del detenuto non per forza esplicitatosi in una vera e propria collaborazione con la giustizia, ma per la realizzazione di quello che viene definito il diritto alla verità, spettante alle vittime, ai loro familiari e all’intera collettività, sui fatti che costituiscono gravi violazioni dei diritti fondamentali. 

Secondo Di Matteo "un contributo all’effettiva esplicazione di questo diritto alla verità, in relazione soprattutto a fatti estremamente gravi come le stragi, sarebbe assolutamente tra i requisiti da poter opportunamente inserire nel testo di legge". E poi ancora, rispondendo alle domande poste dai parlamentari ha aggiunto: "Forse il diritto alla verità potrebbe essere considerato non leso almeno quando pur non collaborando con la giustizia non ci sia stata, cosa che invece avviene molto spesso, da parte del detenuto condannato un’opera di ostacolo all’accertamento della verità in sede processuale. Non si siano messi in atto tentativo di farsi alibi, tentativi di depistare l’attività degli inquirenti. Almeno quello dovrebbe essere un requisito minimo, ma ripeto colgo la difficoltà di conciliare questa introduzione della mancata adesione del diritto alla verità con la sentenza della corte costituzionale".

In conclusione Di Matteo ha auspicato anche un ultimo provvedimento riguardante il divieto di scioglimento del cumulo: "Quella è una proposta che prima era stata inserita in uno dei testi (mi pare quello presentato dall’Onorevole Ferraresi) che mi sembrava assolutamente opportuna e necessaria e che spero possa essere in qualche modo reintrodotto attraverso la fase della successiva discussione di emendamenti o della successiva discussione in Parlamento".

Foto © Imagoeconomica

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