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Pensare di curare "la grave patologia della lunghezza irragionevole del processo con la prescrizione, costituisce il fallimento dell'attività giudiziaria italiana". Lo dice in un'intervista al Fatto Quotidiano Matteo Frasca, presidente della Corte di Appello di Palermo. "Se ci riferiamo alla questione della 'prescrizione processuale' non si può pensare di fissare un termine maturato per il quale il processo si estingue, senza avere preventivamente apprestato mezzi e risorse per consentirne la celebrazione entro il termine", aggiunge. A Palermo "i processi in appello vengono definiti in tempi medi di gran lunga inferiori ai 2 anni previsti dalla riforma, per l'esattezza 445 giorni, circa 1 anno e 3 mesi. Purtroppo, però ci sono altre realtà che questi tempi non li hanno", dove, con il passaggio della riforma, si vanificherebbe "l'attività della polizia giudiziaria, dei pm, dei giudici di primo grado" e verrebbero mortificate "le legittime aspettative degli imputati e delle parti offese". I principali problemi della giurisdizione, "sia civile che penale, sono l'arretrato e la durata del processo, per cui servono interventi mirati per ridurli". Se invece passasse la riforma senza che vengano forniti i mezzi, "l'estinzione dei processi sarà addebitata ai magistrati, per di più in modo indiscriminato, senza neppure poter distinguere eventuali concreti comportamenti neghittosi sanzionabili - osserva il presidente della Corte d'appello di Palermo -. Scaricare sulla magistratura nel suo complesso anche questa responsabilità non sarebbe affatto accettabile e certamente finirebbe per rendere oggettivamente ancor più complesso il già difficile processo di recupero di credibilità della sua funzione".

Foto © Imagoeconomica

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