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A volte capita. A me è successo quest’ anno. Dover seguire da vicino la vita di un malato, una malata. Una signora non più giovane ma molto giovanile, perfino sbarazzina. E conoscere così le fatiche quotidiane di un’Italia forse smisurata. Ho dunque visto questa signora soffrire di sintomi strani, tali da far sospettare il cosiddetto male del secolo. Meglio una colonscopia, signora, giusto per fugare ogni dubbio. E in effetti i dubbi cessarono. Ci fu la certezza: lei ha un tumore al colon. Ma la opereremo con cura, glielo toglieremo. Così fu fatto e il tumore fu asportato. All’esame istologico successivo tutto a posto, “non ci sono tracce”. La signora ebbe gli occhi azzurri felici dell’infanzia. Dopo pochi mesi ci fu la nuova Tac, un puro proforma. Invece il tumore rispuntò. Al fegato stavolta. Interverremo anche lì, è un puntino, glielo bruceremo. Fatto di nuovo. La signora fu di nuovo felice, anche se iniziò a preoccuparsi. Non è che ritorna? Clinica d’eccellenza intorno a Milano. Ma lei è guarita, signora. La chemio è solo preventiva. Lei si emozionò al punto di chiedere irritualmente al luminare se poteva stringergli la mano. Il luminare giustamente rifiutò, ci sono le regole anticovid. Tac ottima, in effetti, anche se i valori dei marker tumorali inspiegabilmente salivano.
Si scoprì così che il tumore era arrivato alle ossa ed era andato in metastasi. All’annuncio seguì la paura. Quanto ho da vivere, che terapia seguire? La clinica d’eccellenza non rispose. Così la signora si trasferì presso un ospedale pubblico milanese, lunga esperienza - anche internazionale - di lotta ai tumori. Un ciclo di chemio, stavolta non per prevenire ma per una cura d’urto. La signora si accinse alla nuova prova (poiché molte e di ogni tipo ne aveva superate in vita sua) con determinazione.
Tutti la rassicuravano che ormai dai tumori si guarisce. Il seno, la prostata, i polmoni, ma vuol mettere. Pensi al mio caso. O alla signora Rossi: è malata da dieci anni e va ancora in giro come niente fosse. Lo sa qual è il segreto? Sentirsi dietro una grande spinta di affetto e di fiducia. E allora la famiglia della signora si diede da fare, gli occhi di ciascuno piantati in quelli dell’altro: le daremo un affetto da far volare un elefante. Lei avvertì la spinta e affrontò speranzosa il primo ciclo. Giorni in ospedale, dolori atroci e solitudine assoluta. La famiglia lasciava cibo dietro la porta, telefonava, mandava immagini e filmati degli amati nipotini. È questo che fa la differenza. Non era vero. Signora, questa cura è inefficace, bisogna cambiarla. E lei accettò il nuovo peso. L’importante è non perdere la dignità. I dolori crebbero, fino a impazzire. Le dissero che era fondamentale crederci. Lei ci credette.
Un’amica cara la incitò a essere come tigre, la “tigre che lotta contro il male” della canzone dei bambini. Ci provò. Per verificare che di nuovo era tutto inutile, e affidarsi alfine alla “terapia del dolore”, benedetta e coraggiosa branca della medicina. Restava sullo fondo la terapia sperimentale, “non ha idea dei risultati, ha resuscitato i moribondi”. Ci credette, fece la tigre, i familiari fecero l’impossibile per procurarle bei momenti, sorrisi di bambini, memorie da risate. Finché fu chiaro che non si guariva e non bastavano né amori né tigri. E niente terapia immunitaria.
Allora riunì un mattino tutti i familiari, per comunicare loro che li amava, che lei era felice, e che anche loro dovevano essere felici. Diede consigli e raccomandazioni, carezze e ringraziamenti. Poi sorridendo salutò dal suo letto con ampi gesti della mano. Apparve a tutti grandissima, come l’eroe che gridi i suoi ideali in faccia al plotone d’esecuzione. Non so dove sia ora, anche se mi vengono in mente spazi immensi. So che sono fiero e felice di avere camminato al suo fianco per una vita intera.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 24 Maggio 2021

Foto © Imagoeconomica

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