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Il Cairo, Roma e Londra rispondano del mancato raggiungimento della verità.
I genitori di Giulio al governo: “Serve segnale di dignità. Non si può essere amici di un Paese che infligge questo male a un cittadino”

Passa il tempo ma la verità sul caso Regeni fatica ad arrivare. Ormai sappiamo che con ogni probabilità il giovane ricercatore friulano è stato sequestrato da uomini dell’intelligence del Cairo, come affermato di recente anche da alcuni testimoni. Quello che però ancora non sappiamo è il motivo per cui Giulio ha fatto questa tragica fine. E nessuno dei governi dei tre paesi coinvolti nel giallo - l’Italia, da dove veniva Giulio, l’Inghilterra, dove il giovane aveva studiato alla Cambridge University e l’Egitto, Paese in cui Regeni stava svolgendo le sue ricerche per l’università e dove venne rapito e ucciso - sembrano realmente interessarsene. Da parte di Palazzo Chigi negli ultimi 5 anni dall’omicidio - Giulio Regeni muore tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016 - sono state fatte corali promesse ai familiari di Giulio, poi disattese. Dal governo Renzi, in carica quando il ricercatore venne rapito in Egitto, fino all’attuale governo Conte 1 e Conte 2, non c’è mai stata, infatti, la reale volontà politica di lavorare in favore della ricerca della verità anche a costo di adottare tutti quei provvedimenti necessari affinché il dittatore Abdel Fattah Al Sisi venisse messo alle strette. Al contrario. Roma ha mantenuto ottimi rapporti con Il Cairo, che si è sempre dimostrato reticente e negligente nei confronti dei magistrati di Roma titolari dell’inchiesta, al punto da vendere alla marina egiziana due fregate italiane, la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi, costruite per la marina militare italiana per un valore di circa 1,2 miliardi di euro. La “commessa del secolo” l’hanno chiamata alcuni attivisti che si sono opposti all’affare. “Un tradimento”, l’hanno giustamente descritto mamma e papà Regeni amareggiati. A poco servono gli “strappi” del presidente Giuseppe Conte che la scorsa settimana ha telefonato Al Sisi (pare all’oscuro della Farnesina) per avvisarlo che “l’Italia sa e andrà avanti per la sua strada” nella ricerca della verità con o senza l’aiuto dell’Egitto. E’ troppo tardi per questi toni e questa fermezza politica. Giuseppe Conte, e Matteo Renzi prima di lui, avrebbero dovuto sospendere da tempo i rapporti diplomatici con l’Egitto, ritirare l’ambasciatore e invocare un impianto sanzionatorio di embargo economico e militare nei confronti del regime. Dimostrare all’Egitto e alla comunità internazionale che l’Italia può e sa come difendere i diritti e la dignità dei propri cittadini all’estero come sanno fare - almeno questo va riconosciuto - gli americani. L’Italia di oggi non è in grado di dimostrare un’intransigenza politica di questo genere, specie quando avvengono crimini ai danni di italiani in paesi amici degli Stati Uniti come l’Egitto di Al Sisi.

L’ipocrisia di Londra
L’Italia però non è l’unico paese che dovrebbe rispondere di negligenza politica. Anche l’Inghilterra ha avuto atteggiamenti di timidezza e ipocrisia misti a indifferenza nell’interessamento alla vicenda. Eppure Giulio Regeni veniva da Londra quando venne catturato e stava svolgendo al Cairo degli studi per conto della sua università a Cambridge. Ma nessuno, soprattutto da Cambridge, si è mai preoccupato della sua scomparsa, salvo qualche ex compagno di studi. C’è una professoressa, ad esempio, colei che mandò Giulio Regeni al Cairo per fare ricerche sullo status dei sindacati nella capitale egiziana, che ha sempre risposto in maniera evasiva ai magistrati quando è stata interrogata (solo due anni dopo la scomparsa del giovane) senza collaborare attivamente. Siamo sicuri che le autorità britanniche hanno fatto tutto quanto in loro potere per fornire alla procura di Roma elementi utili all’inchiesta anche nel caso della professoressa di Giulio? Intanto però mamma Paola e papà Claudio affermano di sentirsi oltraggiati da troppo tempo.

Questione di dignità politica
Alla notizia della chiusura delle indagini a carico di 5 agenti della National Security Agency (i servizi segreti civili egiziani) da parte della procura di Roma annunciata ieri, i genitori del giovane hanno rilasciato amare dichiarazioni alla stampa. “Se da un lato apprezziamo la risoluta determinazione dei nostra procuratori che hanno saputo concludere le indagini, senza farsi fiaccare né confondere dai numerosi tentativi di depistaggio, dalle interminabili dilazioni e dalle mancate risposte egiziane, d’altra parte non possiamo che stigmatizzare una volta di più la costante e plateale assenza di collaborazione da parte del regime che continua a non rispondere alla rogatoria del 29 aprile 2019 e non ha neppure voluto fornire l’elezione di domicilio dei 5 funzionari della National Security iscritti nel registro degli indagati due anni fa”, hanno scritto in una nota. La procura del Cairo, si legge ancora, "si permette di giudicare il quadro probatorio delineato dalla nostra procura, insistendo nel rifilarci il vecchio sanguinario depistaggio dei cinque rapinatori che costò la vita a degli innocenti fatti spacciare per gli assassini di Giulio" prosegue il comunicato. "Crediamo che il nostro governo debba prendere atto di questo ennesimo schiaffo in faccia e richiamare immediatamente l'ambasciatore. Serve un segnale di dignità perché nessun paese possa infliggere tutto il male del mondo ad un cittadino e restare non solo impunito ma pure amico", hanno concluso i coniugi Regeni e l'avvocatessa Ballerini. Segnale di dignità del governo che continua, purtroppo, a non arrivare nonostante le richieste dei familiari di Giulio, ormai diventate disperate grida nel deserto. E’ ora che il governo del "non cambiamento" si svegli. Fare affari con i governi autoritari e mafiosi, che uccidono i nostri concittadini, equivale ad essere come loro. Autoritari e mafiosi.
(Prima pubblicazione: 02-12-2020)

Foto originali © Imagoeconomica

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