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“Essere affetti da mal di Sicilia e da mal di essere Siciliani”. Ove lo si ritenga un male e una malattia. Se invece, come penso, è un bene, “essere presi da amor di Sicilia o da identità di Siciliano”. Forte è la tentazione di scrivere non “identità”, ma “orgoglio” ma il termine, di questi tempi, potrebbe dar luogo ad equivoci e ad accuse di razzismo.

Retrospettiva

Dietro di me, quasi 80 anni. Sono arrivato sulla cima e ora ho quasi completato la discesa. Non come “Il grande Empedocle, quell’anima ardente (che) cadendo nell’Etna bruciò interamente” (Hordelin). (1) Il calice della mia vita preferisco sorseggiarlo interamente, anche se qualche volta non riesco a sottrarmi alla tentazione di romperlo o buttar tutto in aria. Ho visto cambiare il mondo e l’ho visto rimanere sempre uguale. Tutto dall’angolo, direi dal fondo di questa mia Sicilia in cui ho avuto la fortuna di nascere, di crescere, di vivere. Nel '68, passato, assieme a Peppino Impastato, tra i contadini di Punta Raisi e le aule dell’università di Palermo, avevo la convinzione che tutto dovesse rapidamente cambiare, che l'alba di una nuova società fosse arrivata, che l'ipocrisia borghese, il “rispetto” mafioso, l’ossequio servile, il cristianesimo delle processioni, la cravatta, l'abito della domenica, i gioielli al collo delle signore, le pellicce, le serate di gala avessero i giorni contati. Così come pure i fascismi: “Fascistio, borghesi, ancora pochi mesi”. Poi ho continuato a vedere lo scorrere dei giorni, il ripetersi del tutto con esasperante monotonia, i prodigi della tecnica che hanno cambiato il modo di vivere, ma non il modo di pensare. La sapienza del potere e la tenace conservazione delle regole sociali esistenti è stata capace di risucchiare, assimilare e digerire tutto in poco tempo, di riciclare quello che le serviva e di demonizzare quello che poteva danneggiarla. Ho continuato a vedere la povera gente, la grande massa degli sfruttati, dei disoccupati, degli emarginati, vomitare veleno contro il potere, lamentarsi per certe facce impresentabili, e dar loro il consenso per lasciarle restare a galla. Roberto Alaimo sostiene che quando si entra nella cabina il siciliano compie una sorta di “reset”, cioè che si dimentica o si cancella tutto il senso del malessere vissuto e si dà disinvoltamente il voto a chi ne è la causa e il responsabile. (2) Una sorta di sindrome di Stoccolma elettorale. Mi sono sempre chiesto perché questo succeda. Marx è lapidario: “Le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti” (3): queste hanno la possibilità e gli strumenti per veicolare le loro idee, per saperle rendere condivisibili, per convincere chi ne è destinatario che sono le uniche idee possibili. E così il povero si convince che “anche i ricchi piangono” o che “i soldi non fanno la felicità”, che il ricco è l’asse portante del sistema che tiene a galla anche il povero. Ma c’è anche l’incapacità di guardare oltre la finestra, di fare il salto nel buio, di accontentarsi del presente e di giudicarlo l’unico modo di essere: la “presunta” saggezza siciliana è lapidaria: “megghiu u tintu canusciutu ca u bonu a canusciri” (meglio il cattivo conosciuto che il buono da conoscere) (4). E pertanto non è il caso di esplorare strade nuove, meglio accontentarsi del poco disponibile, “u picca t’abbasta, l’assai t’assuperchia” (il poco ti basta, l’assai ti avanza). Una sorta di conservatorismo esistenziale.

Il lavoro 

Si è voluto sociologicamente aggiungere che tutto è frutto del clientelismo, della possibilità di esercitare il potere procurandosi i consensi secondo uno scambio, un do ut des, soprattutto nel mercato del lavoro. E questo è stato possibile soprattutto dove non c’è il lavoro o, se c’è, mancano i mezzi per poterlo praticare, manca la filiera di cui far parte, manca l’accettazione dell’eventualità del rischio, mancano i soldi, ovvero gli investimenti. In realtà manca anche la capacità di sapere investire, di essere protagonisti delle proprie scelte, di non lasciarsi fagocitare. Non è che non ci sia lavoro: è che non si è messi in condizione di creare un proprio lavoro, di elevarsi rispetto al depressivo standard di vita presente. E poi basterebbe guardare il degrado che ci circonda per vedere come di lavoro ce n’è tanto, ma non ci sono le risorse economiche né le scelte politiche per mandarlo avanti. La corsa alla privatizzazione, la restrizione dei posti fissi, la precarietà lavorativa ed esistenziale, sono inevitabili conseguenze di un sostanziale cambio dei rapporti di forza tra il padronato e la forza lavoro sul mercato: si sono ristrette le retribuzioni e i diritti del lavoratore e si è ampliata la fascia di guadagno e di potere nelle mani dei cosiddetti “padroni del vapore”. E quindi il lavoro diventa svendita della propria vita a vantaggio di chi ne acquista a piene mani pagandola irrisoriamente. Il sistema di controllo del mercato di lavoro non ha nulla da invidiare ai sistemi di controllo delle idee, tipico delle dittature più feroci.

Mafia e antimafia

E poi c’è la mafia, sempre pronta a presentarsi nel momento in cui c’è da spremere qualcosa dal lavoro degli altri o a darti la sua disponibilità e la sua potenza, per chiederti dopo come ricambiarla a caro prezzo. I mafiosi conoscono i guadagni di chi lavora e regolano le richieste per “la messa in regola” di conseguenza. La “regola” è una sorta di tributo parallelo a quello dovuto allo stato, il pagamento di un valore aggiunto tale e quale l’IVA. E c’è anche un certo tipo di antimafia “talebana” e giustizialista, diffusa nei tribunali e tra gli inquirenti, pronta a veder mafia dappertutto e a cercare la causa dell’eventuale successo economico di un’impresa per addebitarla alla mafia, disponendo i sequestri di prevenzione anche per semplici sospetti indimostrati di pericolosità sociale o per qualche miglioramento della propria condizione esistenziale. Non tanto e non solo per motivi di carriera o d’immagine del magistrato: dietro c’è un collaudato circuito di persone, abituali frequentatori dei tribunali, che con le svendite fallimentari e con la gestione dei beni sequestrati hanno trovato la “sistemazione” della propria vita e di quella dei propri amici e parenti. Il caso Saguto è emblematico. 
In questo contesto noi siciliani ci portiamo addosso i limiti della nostra insularità, della nostra presunta compiutezza, della nostra rassegnazione, della nostra chiusura dentro l'ostrica verghiana, del nostro “munnu ha statu, munnu e munnu è”. Non diciamo “munnu sarà” perchè in siciliano non esiste il futuro, non c’è lo sguardo verso una condizione diversa da quella presente. Neanche la morte riesce a suggerire la possibilità di ritrovarsi in un mondo migliore senza gerarchie. La morte è cancellazione, scomparsa, risucchiamento nel nulla, rarefazione del ricordo verso la definitiva inesistenza: “cu è mortu taci, cu è vivu si da paci”. E il tacere è silenzio, omertà, eliminazione sia della parola che del suo significato, seppellimento di qualsiasi residuo del passato. In questo contesto i parametri perversi della mafia possono essere accettati come ombrello protettivo della propria incapacità o inutilità di reazione o rifiutati come affermazione orgogliosa del proprio essere, della propria libertà d’azione e di scelta, come voglia di vita oltre la muraglia con in cima i suoi cocci di bottiglia (5). Non si creda a una ribellione istintiva: nella stessa misura in cui la paura di soccombere, l’inermità in rapporto alla violenza ci fa accettare la prepotenza, il calcolo delle possibilità e dell’opportunità mi dice se il rifiuto sia possibile e praticabile. Succede che il contesto da cui nasce la ribellione è quello nel quale radifica la sopraffazione e che dietro lo schermo della legalità prolificano si alimentano e si riciclano quei modi di essere, di agire e di pensare ai quali si pensava di opporsi. E’ una reazione che si nutre degli stessi parametri dell’azione subita: “A cu ti leva lu pani levaci la vita”.

Il Gattopardo

Illuminante questo brano del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa: “... in Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare...siamo vecchi, vecchissimi... il sonno è ciò che i siciliani vogliono, essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare... tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio d'oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte, desiderio d'immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte... vengono per insegnarci le loro buone creanze, ma non lo potranno fare perché noi siamo dei. I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della miseria; ogni intromissione di estranei, sia per origine, sia anche, se si tratta di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che da loro diritto a funerali sontuosi……La Sicilia ha voluto dormire a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti invidiata e ammirata, se è perfetta, in una parola?”... (6)

Nord e Sud

C’è anche una sorta di vittimismo di sapore neoborbonico secondo cui i Siciliani sono stati espropriati delle loro ricchezze a vantaggio del capitalismo del nord, noi che eravamo il regno più ricco d’Europa, il centro del Mediterraneo ecc.: l’Unità ci avrebbe spogliato di tutto e questo andazzo continua ancora oggi, non riceviamo aiuti e investimenti, perché “prima il Nord”. E, a questo punto, è a quel Nord che alla fine si decide di legarsi, inseguendo i vari avventurieri che periodicamente si presentano sulla scena, chiamansi Garibaldi, Giolitti, Mussolini, Andreotti, Berlusconi, Grillo, Salvini. In una sorta di proiezione e di identificazione verso chi ci sa fare e al quale affidare la delega per coprire il proprio non saper fare, anche in cambio di briciole, che comunque non vanno a beneficio di tutti, ma dei pochi “amici” che sanno dividersele e che sanno, prima degli altri, individuare la direzione del vento. Conseguente la brutta nomea della Sicilia come serbatoio di voti quasi sempre filogovernativi. Ma anche qua si rischia di semplificare troppo. Ci sono stati Siciliani, Crispi, Di Rudinì, V.E. Orlando, B. Mattarella, Lima, Dell’Utri, sui quali si può discutere se sono stati al servizio dei loro referenti politici o ne hanno indirizzato e condizionato il modo di governare, ma la risposta a quello che hanno fatto per la Sicilia è desolante. E ci sono stati siciliani, da Archimede, ad Eschilo, a Federico II, ad Antonello da Messina, per arrivare a Verga, Pirandello, Quasimodo, Majorana, Camilleri, persino al truffaldino Cagliostro, sulla cui grandezza e genialità non si discute e che al siciliano comune servono per rivendicare una propria presunta superiorità rispetto all’uomo del Nord o un remoto passato nel quale “noi eravamo grandi e civili quando voi non eravate ancora nati o navigavate nella vostra barbarie”. Sarebbe il caso di notare che la costruzione della grandezza di questi personaggi è avvenuta nel rapporto e nel contatto con dimensioni europee e comunque esterne alla limitata cultura isolana.

Insularità e solitudine

Si compone così, si completa la condizione di “solitudine” del siciliano, anche lui un’isola tra tante, dalla quale è difficile evadere e alla quale si anela di ritornare, quando se ne va fuori. “Megghiu sulu ca malu accumpagnatu” (meglio solo che male accompagnato), pur ammettendo, in altre situazioni, la necessità di non accontentarsi dell’autosufficienza: “cu mancia sulu e s’affuca nun c’è nuddu chi l’aiuta” (chi mangia solo e si strozza non trova nessuno che lo aiuti). Si può anche discutere se questa “mangiatoia” comune, teorizzata da Salvo Lima, “quannu a pignata cuoci ci amu a manciari tutti”, sia ispirata da principi comunisti o se si tratta, com’è più realistico, di una spartizione della torta delle tangenti e degli appalti, secondo le regole del “tavolino” ideate da Angelo Siino. (7) Casi di aggregazione quasi sempre si legano a “consorterie”, cioè a rigide combinazioni familiari, amicali, settoriali finalizzate a solidificare il controllo sul territorio con l’intenzione di voler contare qualcosa, giocare in condizioni di vantaggio o alla pari rispetto ad altre aggregazioni dello stesso tipo. Rifiuto dell’associazionismo, del cooperativismo, poiché la diffidenza, la scarsa fiducia nell’aiuto degli altri, la collaborazione che non nasconda la finalizzazione ai propri interessi, il sospetto di essere imbrogliato, rendono il siciliano come una sorta di sole attorno a cui gli altri sono pianeti riconosciuti come tali solo in rapporto alla loro funzionalità, all’utile che ne può comportare. E così ognuno diventa depositario della verità, che è solo quella propria e che può trovare solo vaghi punti d’incontro con altre briciole di verità, comunque mai paragonabili con l’assolutezza della propria. La diversità di pensiero o è ignorata, non considerata, o combattuta con ferocia come elemento di sovversione, come pericoloso strumento per scardinare la presunta compiutezza del proprio pensiero. L’insularità diventa arcipelago, castello col fossato, sintesi di opposti, di debolezza derivata dalla solitudine e di forza che nasce dallo sprigionamento delle migliori energie di autodifesa, di servilismo viscido e d’intraprendenza calcolata, con adeguata valutazione dei rischi, e comunque di proiezione della propria immagine al di là e al di sopra della condizione dei comuni mortali. Insomma il fuoco delle viscere dell’Etna che si mescola con la neve delle sue pendici in un coacervo di contraddizioni che spesso si ricompone in singolari sintesi.

Valori e disvalori

In questo presente, fatto di un individualismo esasperato, vecchio di secoli, di crisi dei valori, della politica, della classe dirigente, sono tornate e riemerse alcune categorie che sembravano superate. La grettezza dilaga e si manifesta in forme di diffidenza, se non di presa di distanza con la cultura o con coloro che la rappresentano. Il poter mettere il dito sul cellulare per dire la propria favorisce una sorta di emancipazione del proprio pensiero, non più suddito o umiliato da chi possiede gli strumenti culturali, ma che nella sua ristrettezza ha la pretesa di stare alla pari, di emanciparsi dal dubbio, di ritenere il “surplus” del dotto come una sorta di patina sovrastrutturale lontana dalla realtà, teorica, astratta, costruita su luoghi comuni, ai quali va contrapposto, come rivendicazione d’identità, un generico negazionismo che ti dà una cornice di diversità esoterica rispetto all’uniformità universale riconosciuta, sia anche quella del consesso scientifico, soprattutto di quello economico, naturalmente al servizio del presunto gruppo di potere che decide le sorti del mondo. L’ignoranza dilagante porta la condivisione di modelli sinora occultati, perché ritenuti “non civili” o rigettati dalla coscienza civica contemporanea e invece riemersi grazie all’anonimato garantito da alcuni canali di comunicazione: in una realtà che ha accettato e assimilato etnie diverse, una sorta di porta tra l’Africa, l’Asia e l’Europa, ha trovato un favorevole terreno di coltura un razzismo fatto di pregiudizi, di false informazioni, di diffusioni di paure, diffidenze, odio, cattiveria, così come ha perso di valore quella che una volta era una delle più apprezzate doti di una persona, la coerenza: non desta più impressione il cambio di casacca, di opinione, di identificazione politica, mentre diventano addirittura note di merito la spregiudicatezza, l’opportunismo, la capacità di raggirare le leggi dello stato e le regole della convivenza per costruirsi una propria dimensione di privilegio.
 Pochissimo lo spazio concesso alle “diversità”, siano esse ideologiche o antropologiche. L’altra sessualità, l’altra religione, l’altro colore della pelle, l’altro modo di pensare, di vestirsi, d’inventarsi un modo di vivere proprio e non in linea con le scelte della maggioranza, hanno poco spazio, poca vita, poca tolleranza. La mediocrità e l’ignoranza comune trasformano queste diversità in attrito, in dileggio addirittura in “ostracismo”, ma per screditare la persona che professa certe idee, non per le idee professate, spesso inoppugnabili. Si scava nella vita delle persone alla ricerca di un frammento, una qualche prova di vita privata per sostenere che si tratta di uno che predica bene e razzola male. Il “compagno” che si permette una macchina lussuosa, la persona per bene che ha un’amica privilegiata, un figlio scapestrato, un hobby segreto da piccolo borghese, una segnalazione per un posto di lavoro, una canna fatta in un lontano passato o la manifestazione di qualche strana tendenza sessuale, diventano bersaglio di infami campagne che lasciano passare in secondo posto o che vogliono occultare idee rivoluzionarie e battaglie di civiltà.
 Ma l’ignoranza assicura un rapporto con la vita in termini di sopravvivenza materiale, cioè la regressione in uno stadio anteriore ai valori “nobili”, e lo spostamento del rapporto con l'esistenza verso la ricerca di strumenti che possano far vivere materialmente meglio: per conseguire ciò si deve necessariamente sottrarre qualcosa a qualcuno: così diventano validi o giustificabili tutti gli strumenti da, mi si perdoni il termine, “fotti-compagno”. Ma anche questo diventa un valore: più esattamente un sub-valore spietato, con l’obiettivo principale di conseguire l’agiatezza, lo “star bene” economicamente e di giustificare azioni al margine e spesso fuori della legalità, per non parlare dell'etica. Quella che altrove ho definito “egoità amorale”, ovvero la giustificazione di qualsiasi atto o scelta che valorizzi la centralità o la superiorità del proprio “ego”. (8)

L’emigrazione

C’è ancora un aspetto che si tende a trascurare, ma che oggi è ancora drammatico tanto e più di quanto non lo sia stato in passato, ovvero l’emigrazione: una volta emigravano i disoccupati, i disperati, i miserabili, i delinquenti, oggi vanno via i cervelli, ovvero i ragazzi diplomati e laureati, quelli che naturalmente hanno alle spalle una famiglia che possa permetterselo, che si iscrivono nelle università del Nord, ben più dotate di strutture, mezzi, strumenti, uomini, di quelle siciliane e che, una volta laureati restano al nord o trovano sistemazione in una prospettiva europea. Al 31 dicembre del 2019 l’ Isola ha visto andare via 35.409 cittadini, di cui 14.208 all’estero. I paesi si svuotano, restano solo vecchi e impiegati di pubbliche strutture, le campagne si desertificano, l’artigianato è sempre più rarefatto, le poche realtà industriali pilotate dal Nord chiudono, il mercato ittico, così come quello agricolo e commerciale non riesce a sostenere il passo con quello che arriva dalle altre parti del mondo a prezzi più convenienti e che invade i supermercati, in continua proliferazione, spesso non esenti dal sospetto di riciclaggio di denaro sporco di provenienza mafiosa. Unica valvola su cui poter contare è il turismo soffocato comunque da prezzi da strozzinaggio, quasi che il visitatore o il vacanziere sia il pollo da spennare e non il cliente da far tornare. Nulla di diverso dalla ristretta visuale del mafioso che opera secondo la regola “o paghi il pizzo o non lavori, perché ti distruggo l’attività”: non si rende conto che nell’impedire un’attività produttiva danneggia anche se stesso e chi gli sta vicino.

Lo “ius soli” mafioso

E così nell’isola della luce ci si ritrova a vivere nell’eterna contraddizione tra un clima eccezionalmente mite, una centralità mediterranea strategica, una vegetazione prorompente, spiagge e coste magnifiche, usi, tradizioni, pietanze e tante altre esclusività non facili da trovare e speculatori, spesso non siciliani, che sanno mettere le mani sulle risorse disponibili, siano esse porzioni di spiagge, di coste, prodotti tipici, beni culturali trascurati, fondi d’investimento nazionali o europei, per spremere il poco che resta. E’ l’eterno colonialismo che si trascina nei secoli e rispetto al quale il siciliano trova la risposta o nella sua inerme condizione di suddito, di manodopera disponibile allo sfruttamento, all’accettazione passiva di quanto gli cade addosso, oppure di mafioso che reagisce allo scippo altrui di un bene appartenente alla propria terra, con la richiesta violenta di una quota di compartecipazione, una sorta di concessione diversamente chiamata come pizzo, estorsione, messa a posto, mazzetta, garanzia di sicurezza. Qualcosa di molto simile alle concessioni governative, una sorta di letterale “ius soli” che richiama la gabella, l’affitto annuale del terreno a chi se ne occupa, spesso al mafioso, oppure l’affitto pluriennale, tipo enfiteusi. In tal senso mi sono da sempre soffermato su un’ipotesi, comunque non dimostrata: nelle province “sperte”, cioè dov’era più diffusa la mafia, ovvero Palermo, Agrigento, Trapani, Caltanissetta, la gabella era il più praticato modo di concessione del terreno, che veniva affidato alle cure del gabelloto e dei suoi campieri, effettuava coltivazioni annuali, soprattutto di ortaggi e semine. L’enfiteusi, molto più diffusa nelle “province babbe” di Catania, Siracusa, Messina, Ragusa, consentiva la possibilità di coltivazioni pluriennali: il gabelloto cercava di spremere dal terreno e dai suoi contadini quanto possibile nello spazio di un anno, mentre l’enfiteuta investiva sapendo di potere raccogliere nel tempo. Al gabelloto sfugge il concetto d’investimento, interessa solo il profitto immediato, nella stessa misura in cui il mafioso non investe, ma incassa.

Il viaggio di Goethe

Quando Goethe nel 1787 fece il suo breve giro in Sicilia, ne rimase così colpito da scrivere; “L’Italia senza la Sicilia non suscita nello spirito immagine alcuna: in questo paese si trova la chiave di ogni cosa”. (9) La Sicilia dei tempi di Goethe, ancora avvolta tra le brume della sua verginità e dalla sua eterea evanescenza, intravista dal poeta tra la vegetazione di Piazza Marina, che ne esaltava i colori e ne armonizzava la scia del tempo, non era quella di oggi, deturpata, stuprata, sventrata, avvelenata, depredata. Goethe, uomo del nord Europa, beveva con stupore l’ubriacatura di luce, la prorompente vegetazione, l’alternarsi di luci ed ombre, di pioggia e sole, di freddo e caldo nella stagione della primavera in cui era venuto. Era lì la chiave per capire il senso del mondo, il segreto che sta dentro le cose, il senso arcano dell’essere, della nascita e della morte in un ciclo costante di rigenerazione. Non ci sono nel viaggio di Goethe i Siciliani, a parte alcune strane figure come il principe di Palagonia o Cagliostro per le quali non mostra stima. Non c’è se non qualche fugace passaggio verso il dramma continuo dell’esistenza e della sopravvivenza, dalla durezza del lavoro con metodi vecchi di millenni, al feudalesimo ancora dilagante nelle campagne, dalla stratificazione sociale, all’impossibilità di ottenere giustizia, soprattutto da parte dei più deboli e dei più poveri. Uno sguardo distratto alla miseria, alla sporcizia, alla massa di rifiuti che si sedimenta per le strade e che non viene rimossa, così da rendere meno rumoroso e più morbido il passaggio delle carrozze dei nobili. Ma forse anche questa è una chiave, quella di lettura della miseria, così come anche quella della giornaliera lotta per la sopravvivenza, dell’amore e del dolore, della dolcezza, sino alla spossatezza, e della violenza sino alla spietatezza, quella della vita prorompente e della morte sempre in agguato dietro di essa. 
Ed è qui, in questi trecento anni di distanza che la compiutezza intravista da Goethe diventa il suo opposto, perché ben poco si è realizzato, non un’economia che consentisse ai siciliani di vivere autonomamente con le ricchezze della propria terra, non un’autonomia politica, se non addirittura un’indipendenza, che comportasse l’emancipazione dallo stato centrale, non una pianificazione dell’uso del territorio, nel rispetto delle sue caratteristiche, non un rapporto di fiducia con la giustizia, quasi sempre asservita alle direttive del più ricco, non una viabilità che favorisse lo scambio tra uomini e merci, non un rispetto dei beni comuni, dall’acqua,all’ambiente, all’energia, alle zone demaniali (soprattutto spiagge), date disinvoltamente in concessione agli “amici”, pronti a depredare come i colonizzatori di una volta. La Sicilia è l’isola in cui tutto è o è rimasto incompiuto, sia nella terra che negli uomini. Persino quel vaneggiamento di compiutezza, perfezione, deità, di cui parlava il Gattopardo, si è rivelato ben poca cosa, inermità, cattiveria, rancorosità, incapacità complessiva di stare all’altezza delle sfide e all’evoluzione scientifica della società contemporanea.

Compiutezze e contraddizioni

Per contro troviamo strane compiutezze, quella del 61 a zero, di berlusconiana memoria, quella di un omosessuale e comunista eletto presidente della Regione, quella dell’orgogliosa ribellione elettorale al millenario sistema corrotto, con la scelta a cinque stelle, ma anche quella della crudeltà consumata sul corpo del piccolo Di Matteo, quella di un vino le cui caratteristiche lo rendono vicino alla perfezione, prodotto a Partinico, patria della sofisticazione, quella del mafioso demoniaco che si ritiene l’essere più vicino alla divinità, quella dell’ospitalità, che ricorda antichi rituali greci, accanto a quella del rifiuto dell’estraneo, non omogeneo alla propria completezza. Scrive Bufalino: “Qui tutto è dispari, mischiato, cangiante, come nel più ibrido dei continenti.. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, sino a sembrare stupida, una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica, una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale, una infine che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…” (10) 
Questa complessità chiude il cerchio, diventa compiutezza e sintesi attraverso strani personaggi “estranei”, come Danilo Dolci, diventato siciliano in ogni sua fibra, o come Mauro Rostagno, che amava dire: “Siciliani si nasce: io ho scelto di esserlo”. Oppure come siciliani purosangue, tipo Peppino Impastato, il ribelle, con il suo invito: “un parramu di vutari, ma di svutari” ( non parliamo di votare, ma di svoltare), o come il più compiuto dei magistrati, Giovanni Falcone: “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”. Come le struggenti note di Rosa Balistreri “N’arrubbaru lu suli, arristamu a lu scuru, chi scuru Sicilia, chianci” o l’orgogliosa rivendicazione d’Ignazio Buttitta: “Cca nascivu, allattavu nte minni di sta terra, ci sucavu u sangu: si mi tagghiati i vini, vi bruciati i manu!”.

V.E.Orlando

E infine c’è quella vituperata frase detta, da V.E. Orlando nel 1925 al cinema Diana di via Ruggero Settimo (11) che ha indotto gli storici più intransigenti, come Dickie e G.C. Marino, ad una condanna senza mezzi termini del personaggio: “Se per mafia, infatti, si intende il senso dell’onore portato fino all’esagerazione, l’insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte; se per mafia s’intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell’anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo". E’ una frase costellata da “se”, da ipotesi che hanno riferimenti al reale, ma ad una sola parte di esso, che ne stigmatizzano e non credo ne giustifichino “l’esagerazione”, “il parossismo”, “gli eccessi”. Estrapolare l’ultima frase “mafioso mi dichiaro e sono fiero di esserlo”, dalle sue iniziali premesse non è corretto. Che Orlando, appartenente a una delle famiglie più agiate di Palermo, giurista di fama nazionale, “Presidente della vittoria" nella guerra del 15/18, liberale puro, accantonato dal fascismo, così come Benedetto Croce, dopo l’iniziale adesione, e infine uno dei padri della Costituzione italiana, avesse bisogno di far l’elogio della mafia, di averne o sollecitarne l’appoggio, è opinabile e, ancora oggi, tutto da dimostrare. Orlando ignora volutamente gli aspetti delinquenziali e il sottobosco di collusioni col potere del fenomeno. La frase va pertanto letta nel suo contesto storico, ovvero qualche mese prima della nomina del prefetto Mori (20 ottobre 1925), che già a Trapani aveva dato esempio dei suoi metodi repressivi spesso estranei alle regole dello stato di diritto. Sicuramente la campagna di Mori non sgominò la mafia, ma finì con l’assorbirne una parte all’interno del partito unico fascista, con l’addormentarne un’altra parte, in attesa di successivi risvegli, o con lo spingere l’ala più intraprendente verso i lidi americani. Ed è proprio un quei “contrassegni individuali dell’animo siciliano” citati da Orlando che si manifesta uno dei tanti aspetti di quella complessa “sicilianitudine”, che era il nostro assunto di partenza e che non siamo riusciti a circoscrivere in una specifica identità, ma di cui un elemento è “l’insofferenza verso ogni prepotenza e sopraffazione”, sia da parte di chi la esercita che di chi la rifiuta.

Immagine di copertina: il dipinto del pittore Gaetano Porcasi

Nota bibliografica:

1) F. Hordelin: “La morte di Empedocle”- ed. Guanda 1993

2) Roberto Alaimo: “L’arte di annacarsi”- ed. Laterza 2012

3) Marx-Engels: “L’ideologia tedesca” - ed. Editori Riuniti 2018

4) Salvo Vitale: “Paremiologia e subcultura mafiosa” - Antimafia Duemila del marzo 2014

5) E. Montale: “Tutte le Poesie”- (Meriggiare) – ed. Mondadori 1979

6) Giuseppe Tomasi da Lampedusa: “Il Gattopardo” – ed. Feltrinelli 1958

7) La Repubblica del 6 ottobre 1997

8) Salvo Vitale: "Egoità e familismo amorale” in Antimafia Duemila del 12 dicembre 2018

9) J.W. Goethe: “Viaggio in Sicilia” Ediprint 1987

10) G. Bufalino-N. Zago: “Cento Sicilie” ed. Bompiani 2008

11) L’Ora del 28 luglio 1925

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