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di AMDuemila
Per l’avvocato di vari familiari vittime di mafia a distanza di 28 anni permangono “clamorose lacune”

“Esistono ancora clamorosi punti oscuri, troppe lacune, tanti tasselli che le procure competenti non vogliono evidentemente ricostruire pur avendo gli elementi a disposizione. Si aspetta che qualcuno parli ma le voci di chi sa sono ancora mute”. A dirlo è l’avvocato Fabio Repici che rappresenta molti dei famigliari vittime di mafia, tra cui Salvatore Borsellino. Il legale è intervenuto all’AGI parlando della strage di via d’Amelio, di cui domani si ricorderà il 28esimo anniversario, ma anche e soprattutto dei concorrenti esterni a Cosa nostra nell’organizzazione dell’attentato, così come il giallo dell'agenda rossa sottratta dalla borsa del giudice. Fabio Repici ha detto chiaramente che sulla strage di via d’Amelio nella quale morirono, ricordiamo, anche gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli, c’è “il marchio del Viminale e della Polizia di Stato" dell'epoca.
"Il pilastro della sentenza di via D'Amelio - ha spiegato nel dettaglio Repici - è quella del processo quater della corte d'assise di Caltanissetta chiusa il 20 aprile del 2017. Dalla motivazione sono tre gli elementi portanti: a favorire le calunnie di Vincenzo Scarantino sono stati quei soggetti che lo avevano in mano e lo controllavano e mi riferisco ai poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino comandato da Arnaldo La Barbera; il depistaggio ha avuto il fine di sottrarre all'accertamento della verità i concorrenti esterni a Cosa Nostra; i giudici hanno affermato che quello fu un depistaggio di Stato, perché vi hanno preso parte soggetti delle istituzioni. La Barbera non ha agito certamente da solo, ha risposto agli ordini dei suoi superiori gerarchici dell'epoca". L'avvocato di parte civile della famiglia Borsellino, impegnato, tra l'altro, nel processo per depistaggio ai tre poliziotti che riprenderà il prossimo 22 luglio, ha ricordato che "Borsellino prima di morire aveva richiesto la collaborazione di un funzionario di Polizia, Calogero Germanà, che da funzionario della Criminalpol stava investigando su una vicenda che il giudice aveva molto a cuore e che probabilmente ci consente di individuare anche l'amico che l'aveva tradito, secondo le parole dei suoi colleghi Camassa e Russo. Si tratta del tentativo di aggiustamento del processo per l'omicidio del capitano Basile. Germanà indaga, deposita una informativa alla Procura di Marsala e viene chiamato due ore dopo dal vicecapo della Polizia e convocato subito al Viminale. Dopo alcuni giorni - ha affermato ancora Repici - gli arriva la comunicazione del suo trasferimento al commissariato di Mazara del Vallo. Due mesi dopo, succede una cosa che nella storia della mafia non si è mai vista: tre capi del calibro di Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro agiscono da killer e sparano. Uccidere Germanà - ha spiegato - evidentemente avrebbe consentito loro di prendere un titolo di merito da spendere poi in altri tavoli".
Altro mistero irrisolto, secondo Repici, è quello della sua inseparabile agenda rossa: "Un video girato in via d’Amelio riprese l'allora capitano Arcangioli con in mano la borsa di Borsellino poco dopo l'attentato, borsa poi rimessa nell'auto esplosa ma senza il suo contenuto. Il giudice non si separava mai da quella agenda. A distanza di tre anni dalla sentenza della corte d'assise, attendiamo ancora di conoscere le mosse della procura di Caltanissetta perché riveda l'assoluzione di Arcangioli dall'accusa di furto". Altra lacuna è quella sui concorrenti esterni a Cosa Nostra appartenenti alle istituzioni: "La procura di Firenze - ha ricordato il legale - ha aperto un procedimento penale sulla scorta delle dichiarazioni di Giuseppe Graviano secondo cui si spinse sull'acceleratore per la strage di via d’Amelio. Graviano ha fatto i nomi di Berlusconi e Dell'Utri. Anche qui, non abbiamo notizie di iniziative giudiziarie adottate dai pm di Caltanissetta". E ancora. All’AGI Repici ha parlato anche dell'estromissione del pm Nino Di Matteo dal 'pool' di magistrati che indagavano sulle stragi del '92: "Lo abbiamo saputo di recente dal procuratore nazionale De Raho che ha parlato in commissione antimafia dell'estromissione di Di Matteo, uomo evidentemente sganciato dai giochi delle correnti in magistratura. Un'operazione che, guarda caso, coincideva con gli sforzi fatti dal pm Luca Palamara e un altro collega".
"La morte di Borsellino - è il ricordo di Repici - ha rappresentato per i ragazzi della mia generazione una cesura. C'e' un prima e un dopo. Borsellino era un uomo fedele alle istituzioni che consapevolmente dopo la strage di Capaci andò incontro alla morte nell'interesse dell'intera nazione. Se l'attentato che segnò la morte di Giovanni Falcone fu uno choc inedito per tutti noi, soprattutto per le modalità della strage, quasi di una scenografia superiore all'immaginario collettivo, quella di via d’Amelio, avvenuta 57 giorni dopo, ci fece precipitare in uno stato di angoscia disumana. Anche dopo le parole di Caponnetto (“è tutto finito"), noi ragazzi pensammo che la violenza mafiosa realizzata con via d’Amelio non fosse più’ un qualcosa di arginabile. Borsellino sapeva di essere sulla via del pericolo e le istituzioni non furono in grado di metterlo in salvo. Quella strage fu una sconfitta per il Paese e per i giovani universitari come me, iscritti a giurisprudenza, segnò per sempre la nostra vita". Tuttavia il Paese e i familiari delle vittime possono ancora confidare sulla speranza che presto si arriverà a verità e giustizia sulla strage di via d’Amelio come sulle altre stragi che hanno macchiato la storia della Repubblica nel secolo scorso. Speranze, le loro, fondate, ad esempio, sulla riapertura dell'indagine a Palermo per l'omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie incinta Ida Castelluccio, “delitto di ben 31 anni fa”, ha ricordato Repici. L’udienza preliminare, come ha annunciato oggi Vincenzo Agostino, padre di Antonino, si terrà già il prossimo 10 settembre, ed è “la dimostrazione - ha detto Repici, legale della famiglia Agostino - che se si ha la volontà di andare a fondo nell'accertamento della verità i misteri si chiariscono, anche se è trascorso tanto tempo”.

Foto © Imagoeconomica

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