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di Giuseppe Lumia
Il 9 maggio del 1978, l’Italia fu squarciata da due tragici eventi. Il primo, di cui si colse subito il significato, fu quello dell’uccisione brutale, da parte delle Brigate rosse, di Aldo Moro. L’altro episodio nefasto, che al contrario ha richiesto molti anni perché si riuscisse a comprenderne bene la portata, fu l’assassinio bestiale di Peppino Impastato da parte di cosa nostra.
Ricordo ancora quando, al liceo, organizzammo l’assemblea degli studenti per riflettere sulla tragica vicenda di Aldo Moro che si era abbattuta sul Paese. Sebbene il contesto delle complicità con i terroristi non fu subito chiaro, la portata di questo omicidio destò grande inquietudine e quindi scatenò una immediata reazione per bloccare il consenso strisciante che poteva diffondersi intorno alle gesta dei terroristi.
Nel corso di quella stessa mattina, arrivò l’altra notizia, quella della morte di un giovane militante politico della sinistra radicale a Cinisi. Non fu facile coglierne immediatamente il significato politico-mafioso: la prima versione messa in giro ad arte fu quella di un possibile suicidio nel tentativo di organizzare addirittura un attentato ai binari di quella povera e isolata tratta delle ferrovie. Già allora, istintivamente, in diversi non abboccammo a questa sporca lettura.
Da giovane liceale non potevo immaginare che Aldo Moro e Peppino Impastato avrebbero segnato in modo così significativo la cultura politica di tanti della mia generazione, insieme a Piersanti Mattarella e Pio La Torre, anch’essi vittime della mafia, poco tempo dopo.
Non è più azzardato, oggi, sostenere che quel 9 maggio 1978 in Italia si tentò di deviare il corso della democrazia, da un lato, per mano del terrorismo e del suo sistema di collusione nazionale e internazionale e, dall’altro, per mano di cosa nostra e del suo altrettanto pervasivo sistema collusivo sempre a livello locale e internazionale.
Aldo Moro e Peppino Impastato sono due storie diverse e per molti versi lontane, ma possiamo senz’altro considerarle due facce della stessa medaglia per la tensione morale, l’idea di pieno compimento della democrazia e la visione che scaturiva dal loro agire, al servizio del futuro del nostro Paese e per la funzione che esso doveva assumere in Europa e nel Mediterraneo.
Furono colpiti entrambi alle spalle e tutti e due furono oggetto di tentativi di mascariamento finalizzati a depotenziare e svilire il significato del loro pensiero, cercando di farli apparire quello che non erano. Non è stato facile preservare e tenere alta la limpidezza della loro memoria.
Ho ancora vivo il ricordo del lavoro svolto in Commissione parlamentare antimafia quando ne ero Presidente nel portare avanti l’inchiesta inedita e coraggiosa sull’omicidio di Peppino Impastato, nel corso della quale per la prima volta la Commissione antimafia utilizzò appieno i poteri, assegnatile dalla Costituzione e dalla legge istitutiva, analoghi a quelli della stessa magistratura. Ricordo bene le difficoltà e il coraggio di stabilire e rivelare al Paese che si trattò di un omicidio politico-mafioso, dimostrando che lo Stato si rese colpevole di depistaggio.
Ricordo ancora quando consegnammo alla mamma di Peppino Impastato, Felicia, e al fratello Giovanni i risultati dell’inchiesta: rammento i loro occhi, l’intenso sguardo d’intesa che ci scambiammo a Cinisi, nella casa dei “Cento passi”.
Anche il lavoro della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, nella scorsa legislatura, ha segnato finalmente una tappa importante, facendo emergere tutte le incongruenze e le gravissime responsabilità di chi agì insieme ai terroristi per eliminare uno statista che stava impegnandosi per far evolvere la nostra democrazia in un assetto compiuto e pienamente democratico.
Leggere queste due relazioni ancora oggi fa venire i brividi e costituisce forse il miglior modo per fare memoria in modo critico, non retorico, non scontato. La memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato è ancora viva e da coltivare, anche perché il nostro Paese deve continuare lungo il cammino travagliato della ricerca della democrazia matura e della piena libertà.

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