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di Vittorio Teresi
Sul Fatto di mercoledì ho letto due notizie ugualmente allarmanti: la prima riguarda l’ennesimo allarme, lanciato questa volta dalla ministra dell’Interno, prefetto Lamorgese, sul rischio, molto concreto, di infiltrazioni della criminalità di stampo mafioso nella gestione della “fase 2” cioè la fase di progressiva uscita dalla emergenza dettata dalla pandemia Covid 19. Si tratta di una preoccupazione fondata perché effettivamente le mafie, disponendo di ingentissimi capitali liquidi possono agevolmente offrire, a chi ne ha più bisogno, questa immediata liquidità sotto forma di prestito – che naturalmente sarebbe gravato da interessi usurari – e possono altresì offrire alle imprese in difficoltà, anche loro a corto di liquidità, quelle somme di denaro immediatamente disponibili che potrebbero risolvere in pochissimo tempo, e senza alcun lacciuolo di carattere burocratico, i loro problemi contingenti.
La contropartita che, verosimilmente, la mafia potrebbe richiedere agli imprenditori che dovessero utilizzare il servizio loro offerto non sarebbe costituito dagli interessi usurari, bensì dalla pretesa di affiancamento nella gestione dell’impresa, che in tal modo si trasformerebbe da semplice attività imprenditoriale pulita, in una impresa mafiosa. In sostanza il denaro liquido della mafia, come è sempre accaduto in passato, rischia di avvelenare l’economia e l’imprenditoria sana del Paese.
Il periodo di crisi che stiamo attraversando offre le migliori condizioni affinché le mafie continuino a fungere da agenzie di servizi per tutti coloro che saranno disposti a cercare una scorciatoia economica ai problemi che in questo periodo affliggono il Paese. La seconda notizia riguarda un provvedimento giurisdizionale con il quale un giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano avrebbe disposto la detenzione domiciliare per un boss di prima grandezza di Cosa Nostra.
Detta pronuncia si fonderebbe su una circolare del Dap del 21 marzo con la quale l’ufficio del ministero della Giustizia che gestisce la politica penitenziaria del nostro Paese, avrebbe richiesto ai direttori delle carceri di inviare all’autorità giudiziaria i nominativi dei detenuti over 70, affetti da alcune patologie, (all’apparato respiratorio, cardio-circolatorio, diabete e altro), senza distinguere il regime detentivo al quale ciascuno dei detenuti interessati fosse sottoposto, di tal ché il boss Francesco Bonura, già rappresentante del Mandamento di Uditore di Palermo avrebbe beneficiato del trattamento particolare, passando dal 41-bis alla detenzione domiciliare.
Mi verrebbe da dire che si tratta di un copione già visto in passato e che si snoda attraverso pochi ma immutabili (ed efficaci) passaggi: lo Stato è afflitto da un’emergenza di straordinaria gravità (oggi quella del coronavirus, ieri – agli inizi degli anni '90 – crisi politica, economica e di tenuta del tessuto democratico), la politica non riesce a fornire risposte unitarie, tempestive, convincenti e rassicuranti come rimedio alla crisi.
Le mafie si inseriscono in questa emergenza e fanno sentire tutto il peso del loro potere criminale, inscenano violentissime manifestazioni nelle carceri, cavalcano la suggestione della facilità del contagio all’interno delle strutture di detenzione e chiedono allo Stato di allentare la morsa del regime carcerario, anche (e forse soprattutto) quello del 41-bis.
Lo Stato, prostrato o distratto dalla gestione della crisi, non riesce a trovare rimedi efficaci o semplicemente a pensarli e cede alle richieste di alleggerimento, concedendo a boss di prima grandezza la revoca del regime di detenzione speciale, che essi avevano cercato di ottenere per moltissimi anni, anche attraverso il ricatto stragista nel 1992 e del 1993.
Quando parliamo del rischio di infiltrazione delle mafie nella politica, nell’economia e nel tessuto imprenditoriale del Paese, utilizziamo termini astratti, generici, impalpabili e quindi diamo la sensazione, a chi legge, che la mafia che si infiltra sia una entità anch’essa astratta, generica, inafferrabile, priva di una concreta identità. La lettura di questi allarmi rischia quindi di essere come un avviso di burrasca lanciato nell’etere, ma privo di dati identificativi efficaci e riconoscibili.
Voglio allora ribadire con grande chiarezza che la mafia si identifica con i propri esponenti, che le mafie sono i loro capi, i loro rappresentanti. Che le mafie sono costituite, governate, organizzate e dirette da quelle persone che negli anni son state riconosciute come boss di prima grandezza e condannate a svariati anni di carcere, e spesso a numerosi ergastoli.
Quegli stessi boss, sono coloro che danno la linea all’organizzazione e se c’è il rischio di una pericolosa infiltrazione nel tessuto sociale, economico, imprenditoriale del paese, quei boss sono gli ideatori e gli organizzatori di tutte le azioni ritenute utili a perseguire l’obiettivo.
Se la mafia si infiltra è perché i suoi capi vogliono che ciò accada e impongono la relativa linea di comportamento. Così come se la mafia ritiene che sia necessario passare ad attività di attacco violento contro esponenti delle Istituzioni è perché quegli stessi capi hanno deciso così e quindi daranno le disposizioni necessarie e trovare l’esplosivo e a eseguire gli attentati.
Quei boss che dettano le linee dell’azione delle mafie sono coloro che oggi, in gran parte, per fortuna, si trovano detenuti in regime speciale. Scarcerarli rende concreto quel pericolo di infiltrazione e di contaminazione criminale delle mafie. Con il boss pensante, libero di uscire e di incontrare chiunque, il Paese è molto meno sicuro e gli allarmi inviati anche dalla ministra dell’Interno assumono una sinistra dose di concretezza e di attualità.
Allora vorrei essere certo, da cittadino, che il rischio contagio nelle carceri sia reale, concreto, attuale e che a esso non possa essere applicato un rimedio differente da quello della scarcerazione che, francamente, mi sembra una scorciatoia estremamente pericolosa.
Vorrei essere sicuro, per esempio, del fatto che presso le carceri destinate al regime di 41-bis, non sia possibile realizzare in tempi record (come quelli con cui si sono creati ospedali dedicati al Covid-19 a Milano e a Bergamo con grande clamore mediatico) unità sanitarie capaci di fronteggiare, per un numero di persone assai limitato e già di per sé in regime di isolamento, il rischio contagio.
Si potrebbero quindi realizzare unità sanitarie dedicate all’emergenza sanitaria del momento, all’interno di pochi istituti penitenziari e in tal modo il diritto alla salute dei detenuti, sottoposti a qualsivoglia regime detentivo, che continua a rimanere assolutamente primario e meritevole del massimo impegno per il suo effettivo esercizio, non si trasformerebbe in un pretesto per un disimpegno generalizzato.
Il rischio di contagio criminale e quello di contagio sanitario devono porsi sullo stesso piano perché entrambi attengono al profilo della sicurezza di tutti i cittadini e lo Stato deve trovare rimedi efficaci per evitarli entrambi.
Domani di fronte a una mafia rivitalizzata e potenziata, mediante la liberazione dei suoi più carismatici capi, non basterebbero le cure ordinarie e il contagio si propagherebbe con patologica velocità, la società non potrebbe sottrarsi alla contaminazione mafiosa, ponendo così nel nulla i sacrifici e gli sforzi che in tutti questi anni sono stati compiuti sul fronte del contrasto democratico alle mafie nel nostro paese e con buona pace per tutti coloro che in questa lunghissima e difficile lotta sono stati uccisi dal virus del crimine organizzato.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Emanuele Di Stefano

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