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ciotti c ansa 3Intervista
di Antonio Di Giacomo
Dieci anni dopo la marcia del 2004 a Bari Libera ritorna in Puglia, domani a Foggia, con la manifestazione nazionale per la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. E non per caso perché, ricorda don Luigi Ciotti, che di Libera è il fondatore e presidente, "alla Puglia ci lega la figura di don Tonino Bello, un amico e un maestro, un punto di riferimento e uno dei “padri” spirituali di Libera".

Don Ciotti, quali motivazioni vi hanno spinto a tornare a manifestare in Puglia?
"Innanzitutto per sostenere e valorizzare il positivo. Libera ha con la Puglia un rapporto di lunga data, che non è solo legato alla memoria delle vittime e al rapporto costruito con i famigliari, ma all’impegno sui beni confiscati, alle iniziative nelle scuole, ai progetti con le realtà che si battono per la dignità e la libertà delle persone".

Perché proprio Foggia?
"Intanto Foggia è la piazza principale della Giornata, che si svolgerà simultaneamente in oltre 4mila luoghi d’Italia, Europa e America Latina. Ma certo la scelta di Foggia nasce anche dal voler porre l’attenzione sulla situazione criminale della Capitanata, di cui Libera – grazie alle sue “antenne” territoriali, e alla collaborazione con la magistratura e le forze di polizia – aveva coscienza prima che arrivasse alle prime pagine dei giornali con gli omicidi dei fratelli Luciani lo scorso agosto".

La recrudescenza criminale nel Foggiano durante l’ultimo anno sembra aver posto la mafia foggiana fra le prime emergenze criminali nel Paese. È davvero così?
"A sostenerlo è chi quella mafia investiga, analizza e combatte. Ma è anche vero che i fatti parlano da soli. Quelle della Capitanata nelle loro varianti foggiana, cerignolana, garganica, sono mafie al tempo stesso lucide, con una grande capacità di diversificare gli affari e di condizionare settori dell’economia e della vita pubblica, coese – i casi di collaborazione giudiziaria sono molto rari – e spietate fino alla ferocia. Basti pensare che dagli anni ’80 i fatti di sangue sono più di 300, di cui ben l’80 per cento impuniti, e chi li ha studiati ha evidenziato la tendenza di far sparire i cadaveri o renderli irriconoscibili attraverso il ricorso ad armi di grande forza esplosiva".

Fra i nodi nel rapporto fra mafie ed economia c’è il caporalato, che proprio nel Foggiano è una questione aperta. Che ne pensa?
"Innanzitutto che quello del caporalato è un fatto, prima che criminale, sociale e economico – figlio della logica del profitto e dell’umiliazione del lavoro e della persona. Lo dico anche pensando al dolore dei famigliari delle vittime del caporalato che ho incontrato in questi giorni. In secondo luogo che abbiamo una buona legge che punisce non solo l’intermediario ma anche il datore di lavoro, cioè lo sfruttatore finale, che prevede non solo il carcere ma anche la confisca, e che dall’altro lato incentiva l’attività degli imprenditori virtuosi attraverso l’accesso nella “rete del lavoro agricolo di qualità”".

Una legge può bastare?
"È una norma ancora in fase di “rodaggio”, non sufficientemente applicata, e che va inquadrata in una più generale trasformazione del mondo del lavoro, dell’incontro fra domanda e offerta e dei criteri di umanità e libertà a cui deve rispondere ogni attività umana.
Allo stesso tempo occorre che si dia una risposta legale a quelli che sono i bisogni che soddisfa il caporale: l’ incontro tra domanda e offerta, il soggiorno e il trasporto dei lavoratori nei campi. Infine bisogna intervenire sui ghetti, perché sono vere e proprie centrali di sfruttamento, ai limiti della condizioni di schiavitù. La Prefettura sta lavorando in tal senso. È un percorso difficile ma necessario, perché solo restituendo al lavoro la sua dignità costruiamo una società dove le persone tornano a essere fine e non mezzo".

Proprio quando ha presentato la manifestazione, pochi giorni fa, ci sono stati due attentati dinamitardi a scopo estorsivo e poi una rapina alla Tnt di Foggia.
Come interpreta questi segnali?
"Non ho la presunzione di sostituirmi agli inquirenti e a chi ha davvero il polso della situazione.
Minimizzare o enfatizzare è tipico di chi ignora l’esatta dimensione delle cose. Certo se questi gravi episodi sono un modo per “marcare il territorio”, è una ragione di più per esserci con forza. A Foggia, domani, ci sarà un “noi” che da tanti anni, in tutte le sue componenti, i territori s’impegna a liberarli e a condividerli con le forze oneste di questo Paese".

Tratto da: La Repubblica

Foto © Ansa

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