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Se lo sapete, diteci perché hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E spiegatecelo con semplicità e senza tortuosi percorsi, spiegateci perché i due giudici sarebbero stati ammazzati proprio per quel dossier su “mafia e appalti”. Se è davvero così, dateci qualche indicazione più precisa per capire, magari dateci anche qualche nome perché fino a ora avete fatto solo intendere, avete detto e non detto, ci avete consegnato per certo un movente che per molti, al contrario, certo non lo è affatto.
Dopo trenta e passa anni forse è arrivato il momento di non limitarsi alle congetture, alle supposizioni, forse è meglio vuotare il sacco (se nel sacco c'è qualcosa) o altrimenti far finta di niente. Meglio persino far finta che quelle stragi non ci siano mai state. Meglio per tutti.
Perché c'è sempre troppa confusione nelle indagini sui massacri del maggio e del luglio 1992, troppo furore nel sostenere una tesi che poi è sempre stata l'ossessione di un generale dei carabinieri (Mario Mori, ex capo del Ros ed ex direttore dei servizi segreti civili in un governo Berlusconi) penetrato nelle vicende italiane più oscure e per almeno tre decenni imputato (sempre assolto) nei processi per la trattativa Stato-mafia celebrati a Palermo.
La tesi del movente “mafia e appalti” portata avanti dalla procura di Caltanissetta allontana di fatto i sospetti da tutte le altre piste - soprattutto quella sulle complicità dei neri e quell'altra sul patto fra apparati dello Stato e Cosa nostra - e trasporta verso una direzione che però nessuno vuole indicare chiaramente e ufficialmente: l'abbraccio fra Toto Riina e Raul Gardini, la Corleone dei campi assolati e i fasti del Moro di Venezia, la mafia che scende dai dirupi della Rocca Busambra e la leggenda dell'imprenditore corsaro della scalata di Montedison, il primo arrestato il 15 gennaio del 1993 in misteriose circostanze proprio dai carabinieri di Mori e il secondo suicida (pare) con una pistoletta alla tempia appena sette mesi dopo.
Se “mafia e appalti” è il movente, chi è convinto di ciò dovrebbe fare il nome di Gardini, dovrebbe gridare ai quattro venti che Paolo Borsellino rappresentava un pericolo per uno dei più grandi capitani d'industria d'Italia che era socio del "Corto" nella Calcestruzzi spa, una joint venture intorno alla quale aveva messo gli occhi non solo Borsellino - ma scopriamo adesso - anche Falcone.
Per anni hanno parlato di “mafia e appalti” soltanto per Borsellino, oggi il procuratore capo della repubblica di Caltanissetta Salvatore De Luca scrive che quel rapporto è “sicura concausa della strage di via d'Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci”. Muore lì anche Giovanni Falcone. È straordinaria l'acrobazia linguistica. Nelle parole si nasconde tutta l'ambiguità di questa nuova inchiesta sulle stragi.
L'aggettivo “sicura”, riferito alla concausa del massacro Borsellino, stride con la contemporanea richiesta di archiviazione della stessa procura di Caltanissetta contro gli ignoti che avrebbero deciso la morte del procuratore aggiunto di Palermo il 19 luglio. In quel “leggermente minore”, riferito a Capaci, è racchiusa tutta l'approssimazione di un'inchiesta che probabilmente ci trascinerà un'altra volta fuori pista.
Il palcoscenico che ha scelto in questi mesi il procuratore di Caltanissetta per illustrare il suo pensiero è la commissione parlamentare antimafia di Chiara Colosimo, una fedelissima di Giorgia Meloni. Commissione e procura sono perfettamente in sintonia, anche questa sembra una joint venture, fuori da “mafia e appalti” c'è niente o poco altro, così le bombe siciliane del 1992 sarebbero "staccate" da quelle del 1993 a Firenze, Roma e Milano, così verrebbe meno il ruolo dei fratelli Graviano nella strategia stragista e nell'interlocuzione con Silvio Berlusconi e il suo nuovo partito che si chiamava Forza Italia, così la causale di quegli attentati si riduce a un "banchetto" fra imprenditori mafiosi e imprenditori senza scrupoli. Resta poco altro da commentare. Per esempio, un'intervista, rilasciata da Chiara Colosimo a Repubblica, dove la presidente dell'Antimafia si vanta senza spiegarci bene come e perché “non vuole nascondere la polvere sotto il tappeto”.
Un giornalismo meno pigro e convenzionale avrebbe preteso altro, chiesto sulle stragi e conto e ragione su quel dossier su “mafia e appalti”, e ancora su chi vorrebbe lo scioglimento della stessa Antimafia - il senatore Roberto Scarpinato - giudicandola ormai poco credibile.
Ma pazienza ci vuole, i tempi sono quelli che sono. 

Tratto da: Il Domani

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