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I destini di Marcello Dell’Utri e di Silvio Berlusconi, l’uno vivo, l’altro scomparso un mese fa, restano comunque intrecciati. “Simul stabunt, simul cadent”: insieme staranno in piedi o insieme cadranno. Lo si diceva anche per Cesare Previti, l’avvocato che con i soldi di Berlusconi comprava giudici e sentenze romane, ma poi Cesare accettò di bere da solo l’amaro calice della condanna, mentre Silvio fu salvato dalla prescrizione. Con l’amico Marcello è ora più difficile separare i destini: non in vista di una sentenza, poiché la morte ferma i procedimenti giudiziari, ma di un giudizio destinato comunque a entrare nella storia. Berlusconi è mandante o vittima di Dell’Utri? Questa è la domanda cruciale. Silvio gli ha dato esplicito mandato di trattare con i boss di Cosa Nostra, o è stato l’“utilizzatore finale” di un lavoro fatto almeno in parte a sua insaputa? Finora è prevalsa la seconda risposta, perché Marcello ha fatto da scudo a Silvio, è stato riconosciuto colpevole in via definitiva di concorso esterno in associazione mafiosa per aver tenuto i rapporti con i boss dal 1974 al 1992, ma le sentenze dicono che non ci sono prove per coinvolgere anche il suo datore di lavoro. Certo, è curioso che chi viene “sporcato” da un amico e collaboratore che lo trascina in pericolosi rapporti con i boss siciliani, invece di cacciarlo, lo ringrazia e lo premia con una cascata di denaro, 60 milioni negli ultimi vent’anni, più i 30 indicati nel testamento. Ma questo è, finora, il punto d’arrivo delle indagini giudiziarie. La sentenza di Cassazione che ha confermato in via definitiva la condanna per Dell’Utri ha indicato Berlusconi come vittima degli accordi mafiosi. Ora però l’indagine riaperta dalla Procura di Firenze cambia le prospettive. Perché chiama direttamente in causa Silvio Berlusconi. E lo accusa di aver incontrato personalmente, nel 1993 a Milano, Giuseppe Graviano, il boss delle stragi. Potrebbe essere fango, una macchinazione, addirittura un depistaggio. Proprio per questo i pm di Firenze hanno l’obbligo di continuare a indagare, anche a tutela della memoria di Berlusconi.
Dell’Utri avrebbe potuto contribuire a chiarire il ruolo suo e del suo capo, il 18 luglio, quando è stato chiamato dai pm di Firenze: ma ha preferito non presentarsi, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Così ora i magistrati proseguiranno senza la sua versione. Dovranno verificare se è vero o falso quanto Graviano ha detto chiaro ai pm e quanto aveva detto prima a un compagno di cella, non sapendo di essere intercettato. La sintesi è stata fatta, in maniera inaspettata, proprio dalla figlia Marina nella sua lettera indignata contro i magistrati di Firenze: “Ci sono ancora pm e giornalisti che insistono nella tesi, assurda, illogica, molto più che infamante, secondo cui mio padre sarebbe il mandante delle stragi mafiose del 1993-94. Ma davvero qualcuno può credere che Silvio Berlusconi abbia ordinato a Cosa Nostra di scatenare morte e distruzione per agevolare la sua discesa in campo del gennaio 1994? Ed è credibile, poi, che abbia costruito una delle principali imprese del Paese utilizzando capitali mafiosi?”. Sono proprio le ipotesi d’accusa che i pm fiorentini stanno vagliando, anche sulla base di una nuova consulenza tecnica sui conti Fininvest che, tra il 1977 e il 1980, “individua ingressi di flussi finanziari nelle imprese riconducibili a Berlusconi, di cui Dell’Utri già all’epoca era referente e fidato collaboratore, privi di paternità per 70 miliardi e 540 milioni di lire”. I pm vogliono verificare se esista l’“accordo stragista” stretto per “indebolire il governo Ciampi” nel 1993 alla guida del Paese, con l’obiettivo di “diffondere il panico e la paura tra i cittadini, in modo da favorire l’affermazione del progetto politico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”. Ci fu davvero quell’accordo? E se sì, lo fece il solo Dell’Utri? Berlusconi sapeva o era ancora una volta l’ignaro “utilizzatore finale”?

Tratto da: ilfattoquotidiano.it

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