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Nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 1983, killer sconosciuti assassinarono il sostituto procuratore di Trapani, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, memoria storica di quell’ufficio, ove aveva lavorato dal 1971 per dodici anni e da cui aveva appena ottenuto il trasferimento verso gli uffici giudiziari di Firenze. Gli tesero un’imboscata: lo uccisero sparando con una mitraglietta Luger, una pistola Smith & Wesson, calibro 38 special e una 7.65, mentre era a bordo della sua Volkswagen Golf e aveva oltrepassato il cancello per rientrare nella villetta in Valderice, ove viveva da solo. Morì così, all’età di 42 anni. L’orologio elettronico della plancia dell’auto si arrestò nel momento degli spari: erano le ore 1.12. Quel mattino avrebbe dovuto tenere la requisitoria orale in un processo per omicidio in corso davanti alla Corte d’Assise di Trapani.
Magistrato geloso della propria autonomia, Ciaccio Montalto per primo aveva intuito la centralità di Trapani e dei forzieri delle sue banche nella mappa mafiosa, colpendo gli interessi delle cosche, applicando fulmineamente la legge “Rognoni-La Torre”, approvata nel settembre 1982. Aveva compreso la necessità di effettuare accertamenti bancari nelle indagini nei confronti dei mafiosi, che effettuò per individuare il movimento di valuta fra Trapani, gli Stati Uniti e il Canada, individuando le tracce di una spedizione di eroina per un valore di oltre 300 milioni di dollari da Trapani a Montreal via Parigi, in cui erano implicati i Zizo. Aveva investigato sul commercio di armi e sugli appalti per la ricostruzione del Belice e colpito le potenti famiglie dei Minore, dei Rimi e degli Agate. Si era occupato dei processi nei confronti di Placido Vitale e di Francesco Pace. Si stava accingendo ad aprire un nuovo fronte toscano al contrasto a Cosa Nostra, ove aveva accertato che persone sospette di avere collegamenti con l’organizzazione avevano acquistato degli immobili. Aveva compreso l’importanza della coralità nell’impegno contro le cosche, tant’è che, nell’intervista rilasciata il 15 ottobre 1982 a Tg Dossier, aveva manifestato la preoccupazione di una “sovraesposizione” di quei magistrati che si occupavano di criminalità organizzata e che, all’esterno, erano considerati come portatori di una guerra privata. In tal modo era visto dagli esponenti di Cosa Nostra di Trapani.
Il delitto venne preceduto da episodi minatori, come quando era stato fatto un segno della croce sul cofano della sua auto con uno strumento appuntito. Nonostante ciò, settori delle classi dirigenti trapanesi cercarono di accreditare la tesi che la sua morte fosse quella di un inquirente visionario che aveva visto sconfessato in tribunale il frutto del suo lavoro. All’indomani del suo assassinio, il sindaco democristiano della città di Trapani aveva dichiarato che “la mafia a Trapani non esiste” e nei pochi manifesti affissi per proclamare il lutto cittadino non figurò la parola mafia. Erano gli anni in cui il ministro di Grazia e Giustizia teorizzava che la sconfitta della mafia era un’illusione e che tuttalpiù la si poteva ridurre a livelli fisiologici.
Quell’omicidio ha oggi un perché, e un verdetto giurisdizionale definitivo di condanna è stato emesso nei confronti di due mafiosi di rango: Salvatore Riina e Mariano Agate (rappresentante del mandamento di Mazara del Vallo). La morte del magistrato venne decretata per ragioni di vendetta e preventive. Già alla fine degli anni Settanta, Cosa Nostra aveva deciso la sua eliminazione per l’attività che costui aveva svolto - in particolare, contro le famiglie di Paceco e di Alcamo – e per l’irriducibilità nel contrastare il sodalizio mafioso. L’imminente trasferimento a Firenze costituiva un concreto pericolo anche per gli interessi di esponenti dell’organizzazione (tra gli altri, i Milazzo, i Melodia e, più in generale, la famiglia di Alcamo). L’omicidio fu concordato nel corso di una riunione dei capi mandamento della provincia di Trapani (Paceco, Mazara del Vallo e Alcamo), svoltasi tra la fine del 1979 e il 1980. E ottenne l’autorizzazione di Riina. Il 13 dicembre 2001, la Corte di Cassazione ha confermato le condanne inflitte il 22 maggi 2000 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta.
A distanza di quarant’anni da quel gennaio di sangue, il Paese non può perdere la memoria di quella violenza e occorre rendere omaggio a quel magistrato integerrimo, che ha pagato con la vita il proprio impegno professionale, e al dolore dei suoi cari. E ciò è quanto mai necessario perché oggi in molti sono portati a sottovalutare la pericolosità di Cosa Nostra e del crimine organizzato, che continua a esercitare il proprio potere e a gestire i propri affari illeciti. Il suo ricordo dovrebbe risvegliare un impegno collettivo contro la mafia.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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