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In libreria per i tipi di Solferino editore “Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere”

Correva l'estate del 1992, quando sull'onda dello sdegno per la strage di Capaci in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, il Parlamento adottò un nuovo regime di restrizione per i detenuti di mafia.
Tocca a Sebastiano Ardita, nel libro “Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere”, farci comprendere come il regime del 41 bis sia stato un passo decisivo nella lotta alla criminalità organizzata ma anche l'inizio di un braccio di ferro tra Stato e mafia che è tutt'altro che finito.

L'autore, magistrato in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, con una lunga esperienza al vertice del dipartimento penitenziario, fornisce una preziosa testimonianza di come la mafia sia cambiata in questi anni e di come riesca a comandare anche dal carcere.

Atto di accusa
Il suo è un atto di accusa sulla condizione delle nostre prigioni che risultano spesso volano di carriere criminali.Il cronista spiega come esista un filo diretto tra mafiosi e detenuti comuni e come questi ultimi, apparentemente esercito di disperati, siano in realtà il potenziale esercito della mafia. Quello che Ardita definisce “un mondo dalle porte girevoli” è caratterizzato da uomini che, dopo un breve periodo di detenzione, uscendo dal carcere rischiano di rinforzare le fila dell'organizzazione mafiosa veicolando inoltre gli ordini impartiti dai boss in regime di 41 bis.

Le mura del carcere
Questi ultimi infatti, fra le mura del carcere, non possono avere contatti con soggetti riconducibili all'organizzazione mafiosa, ma possono “socializzare” con detenuti comuni.Lo scrittore ha centrato il problema, bisogna occuparsi dei criminali più deboli per toglierli dal controllo della criminalità organizzata, bisogna fornire il giusto supporto ai detenuti comuni, perché questo mette in crisi il loro orizzonte criminale basato sul rifiuto delle regole dello Stato. Occorre garantire una detenzione dignitosa, una vita carceraria pacifica, far coltivare la speranza di un domani migliore. E' necessario che lo Stato offra un adeguato supporto alle famiglie prima che lo facciano le organizzazioni mafiose.

Come ben spiega l’autore, il carcere non deve punire, la giustizia non deve essere vendetta e inflizione di dolore, ma piuttosto superamento dei conflitti e garanzia che non vengano più commessi crimini. Bisogna offrire quel trattamento rieducativo sancito dalla legge. Di contro bisogna assicurare un adeguato regime carcerario a quei mafiosi che non hanno mai preso le distanze dall'organizzazione criminale o che hanno solo finto di farlo. Ma le cronache ci raccontano invece di capi mafia che impartiscono ordini dalle carceri e di altri che, sfruttando i meandri della legge, riescono a tornare in libertà per poi proseguire nella loro ascesa criminale. Le celle oggi risultano prevalentemente stipate di “poveracci”, mentre alcune categorie di persone, invece, riescono ad evitare, quasi sempre, le sbarre. Si tratta di quei politici, imprenditori, mafiosi in giacca e cravatta, che continuano a godere di benefici ed impunità. I reati commessi dai “colletti bianchi” sono spesso impalpabili, complessi, difficili da definire. Al contempo però, in modo lento e inesorabile, distruggono il tessuto sociale, la certezza del diritto, l'agire morale. Sono crimini che compromettono le regole basilari della democrazia, che minano la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e delle leggi. Ad Ardita il merito di aver raccontato una realtà che troppo spesso viene sottaciuta o raccontata in modo distorto.

“Al di sopra della legge. Come la mafia comanda dal carcere” di Sebastiano Ardita, Solferino editore, € 16,00, 208 pagine.

Tratto da: ilsole24ore.com

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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