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Mentre chi si oppone pubblicamente all’invio di armi a Kiev viene definito “putiniano” (dunque secondo la propaganda d’establishment la maggior parte degli italiani sarebbe filo-Putin) in Palestina un popolo combatte da decenni contro un’occupazione straniera senza che l’occidente abbia mai pensato di armarlo, senza troppi giornalisti capaci di raccontarne le tragedie e nel disinteresse della politica. O quanto meno della stragrande maggioranza di essa.

Talvolta vengono pubblicati rapporti e dossier sulle tremende condizioni di vita a Gaza o in Cisgiordania ma si tratta di informazioni che escono presto dalla mente. Anche perché non ricevono mai la dovuta attenzione. Ricordate un talk show, un editoriale pubblicato sui grandi giornali italiani o un pezzo di un TG Rai dedicato ai rapporti di Amnesty International o SaveTheChildren sulla Palestina? Eppure decine di analisti, ricercatori, attivisti per i diritti umani hanno lavorato a dossier che dovrebbero squarciare quella coltre di silenzio con la quale è stata scientemente coperta la questione palestinese nel mondo occidentale e, soprattutto, in Italia.

Lo scorso febbraio Amnesty International ha pubblicato un rapporto dal titolo “L’apartheid di Israele contro la popolazione palestinese: un crudele sistema di dominazione e un crimine contro l’umanità”. Amnesty è una delle ONG più importanti al mondo. I suoi striscioni con su scritto “verità per Giulio Regeni” sventolano su decine di palazzi comunali italiani. Le sue denunce sugli arresti arbitrari in Russia o sulla libertà di opinione in Iran vengono rilanciate dai media di mezzo mondo. Eppure, quando Amnesty tratta la questione palestinese la reazione è sempre la stessa: silenzio.


manif palestine imago


D’altro canto silenziare chi denuncia i crimini a danno della popolazione palestinese ha un obbiettivo preciso: convincerci che il popolo palestinese, di fatto, non esista. Un popolo dimenticato è un popolo che può scomparire, così come possono scomparire le loro terre, le loro case, i loro alberi da frutto, i loro pozzi d’acqua. Nel rapporto Amnesty parla espressamente di “intenzione di dominare ed opprimere i palestinesi”, di “segregazione giuridica e frammentazione territoriale”, di “restrizioni al diritto alla partecipazione politica”, di “spossessamento di terreni e proprietà” di violenze commesse dai coloni israeliani, di discriminazione, di “repressione delle sviluppo dei palestinesi”, di un “sistema di apartheid” pianificato.

Se l’autorità palestinese ci chiedesse armi per cacciare via dai propri territori un occupante straniero cosa dovremmo rispondergli? Probabilmente che la nostra Costituzione vieta tale supporto in quanto “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E se dovessero insistere domandandoci il perché abbiamo deciso di inviare armi a Kiev?

Poche settimane fa – mentre nel libero e democratico occidente Assange continuava a marcire in carcere nell’attesa di essere estradato nel Paese i cui servizi segreti hanno pensato di rapirlo e persino di assassinarlo – una coraggiosa giornalista palestinese è stata assassinata a Jenin, in Cisgiordania. Anche il New York Times (non che ve ne fosse bisogno) ha confermato che a sparare sono stati i militari israeliani. Shireen Abu Akleh, questo il suo nome, non è né la prima giornalista uccisa dalle forze di occupazione di Tel Aviv. Speriamo sia l’ultima ma temo che non sarà così.

Perché Roberto Saviano non chiede spazio a Fabio Fazio per ricordare la sua storia come, giustamente, ricorda la vita e la morte di Anna Politkovskaja? Perché Bruno Vespa non organizza uno speciale coinvolgendo i migliori giornalisti israeliani che denunciano l’apartheid del loro Paese a danno del popolo palestinese? Non credo sia una questione di ascolti. Credo sia una questione di libertà. Nel libero e democratico occidente non è affatto vero che sia possibile approfondire tutto ciò che si vuole. Sì, le notizie passano.


bambino mani palest


Siti e giornali hanno dedicato qualche trafiletto al rapporto di Amnesty ma quanti editoriali sono stati scritti al riguardo? Tutto ciò che riguarda la tragedia palestinese passa velocemente, tanto per poter dire “l’abbiamo scritto”. Come se scrivere e denunciare fossero la stessa cosa. Come se menzionare ed approfondire fossero la stessa cosa. Come se citare ed analizzare fossero la stessa cosa. “I bambini sono uguali in tutto il mondo” si sente ripetere nei programmi TV che trattano disagi e carenze di diritti a danno dei minori in ogni angolo del pianeta. Sì, sono uguali in tutto il mondo tranne che a Gaza.

Alcuni giorni fa SaveTheChildren ha pubblicato una ricerca sui bambini che vivono nella Striscia di Gaza. Il rapporto si chiama “Intrappolati”. In una città bagnata dallo stesso mare che bagna gli stabilimenti balneari dove i nostri figli giocano e si divertono, più di un milione di bambini è costretto a vivere in una prigione a cielo aperto. In trappola, per l’appunto. Di questi, 800mila circa, non hanno mai vissuto un giorno senza blocco. Nascono pensando che la prigionia sia la loro condizione naturale. Come potranno mai crescere? Se qualcuno di loro, raggiunta la maggiore età, ci chiedesse di inviargli armi per poter aprirsi un varco e scappare dal carcere dove sono costretti a vivere, cosa dovremmo rispondergli?

Secondo SaveTheChildren dopo 15 anni di blocco, quattro bambini su cinque soffrono di depressione e più della metà di loro ha pensato al suicidio. Se un padre o una madre ci chiedessero armi per poter fuggire da una condizione di vita che sta spingendo i loro figli addirittura a pensare a suicidarsi, che cosa dovemmo fare? Smetterla di restare in silenzio sarebbe un passo avanti. “Le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose”, disse Martin Luther King. Evidentemente le vite dei bambini palestinesi non contano. Non contano perché non sono bianchi come noi, non contano perché non sono cristiani come noi, non contano perché stanno riuscendo a convincerci che neppure esistano.

Tratto da: tpi.it

Foto © Imagoeconomica

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